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Don Clemente Arricale, meridionalista! In evidenza

Don Clemente Arricale, meridionalista!

Agli albori degli anni ’60 del secolo scorso, un giovane sacerdote, poco più che trentenne, fu inviato in Svizzera presso la Missione Cattolica di Bienne. In quei luoghi alpini, il sacerdote, animato da buoni propositi, si prodigò per mitigare i disagi dei nostri compaesani emigrati nel paese dei Cantoni. Quel sacerdote era don Clemente Arricale uno dei migliori figli di San Bartolomeo in Galdo. Tornato, nel 1965 nel paese natìo, lo osservò con altri occhi. Gli si manifestò in tutta la sua drammaticità, la miseria che colpiva i suoi compaesani, comprese il motivo che li stanò dalle proprie piccole abitazioni e li costrinse, a migliaia, ad emigrare: la fame.

Un sentimento di amarezza misto ad indignazione lo pervase. Non si pianse addosso il rev. Arricale, ma prese carta e penna e scrisse un’accorata lettera aperta al Presidente del Consiglio Italiano e la consegnò a mano all’on. Storchi, allora Sottosegretario per l’Emigrazione. La lettera fu pubblicata su “Voci di Casa Nostra” indimenticato mensile e davvero voce, purtroppo isolata, della Valfortore, ideato e diretto dal prof. Giuseppe Pizzi.

L’incipit della lettera, anticipava di un ventennio le dolorose parole di Mons. Minchiatti, Arcivescovo di Benevento negli anni ’80: “Il Fortore è la mezzanotte del Mezzogiorno”. Don Clemente scriveva parole simili: “Sebbene il problema della Valle Fortore sia da considerarsi nel quadro generale del Mezzogiorno d’Italia, esso però, rappresenta un caso particolare nella generale depressione meridionale”.  Il Fortore rappresentava e purtroppo rappresenta un caso particolare, perché allora come oggi, il reddito pro capite è uno dei più bassi d’Italia, nel suo centro maggiore San Bartolomeo in Galdo, i terreni sono scadenti e il territorio è “montagnoso e franoso… L’agricoltura è allo stato rudimentale”. Era trascorso un secolo dalla descrizione impietosa della White Mario, ma nulla sembrava esser cambiato.

Don Clemente osservava il suo popolo ed annotava: “La massa della popolazione è costretta a vivere una vita grama e meschina … Conosco molte famiglie costrette ad allevare nell’unica camera di abitazione il maiale o i conigli o le galline o le capre o l’asino … per pagare l’affitto di casa o per rimpolpare il magro bilancio familiare”.

Erano gli anni ’60, quelli dell’Italia del miracolo economico, che la povera gente della Valfortore ammirava tramite i mezzi di comunicazione, e strideva con la miseria e il disagio economico che la maggior parte di loro viveva. Più l’Italia cresceva e progrediva, più il villano della Valfortore prendeva contezza dello stato di miseria in cui la Nazione lo stava condannando. Cosa restava da fare all’abitante di San Bartolomeo o Baselice o Foiano? Ecco la soluzione espressa malinconicamente dal rev. Arricale: “L’unica vera fonte di guadagno di questa popolazione è l’emigrazione. Se non ci fosse, sarebbe la miseria più nera per tutti”. Negli anni del secondo dopoguerra da San Bartolomeo emigrò quasi un terzo della popolazione, un esodo di dimensioni bibliche, stimabile per difetto in quattro o cinquemila abitanti.

Don Clemente non è e non è mai stato un reazionario, a maggior ragione non è e non è mai stato un bolscevico, eppure pronunciò una frase forte, una denuncia da grande meridionalista: “L’emigrato, non avendo la possibilità di stabilirsi nel proprio ambiente, odia lo Stato che lo costringe per ragioni di lavoro, ad abbandonare la propria famiglia”. Le rimesse degli emigranti anche negli anni ’60, come ad inizio secolo, servivano allo Stato soltanto come voce attiva nella bilancia dei pagamenti, senza apportare granché miglioramenti nella nostra zona depressa.

Qualcosa è cambiato da allora, ma non sempre in meglio. L’onestà intellettuale e la schiena dritta dell’allora sindaco dott. Giovanni Bibbò, è antitetica con il panegirico elettorale di un vecchio parroco a distanza di trent’anni, per il fu Antonio Gava Ministro dell’Interno, in odore di camorra.

Nel 1959 il Sindaco alla presenza del Ministro dell’Agricoltura e Foreste on. Pastore, iniziò il suo discorso con questa affermazione: “Qualcosa nella Valle del Fortore è stato fatto, ma è troppo poco, e quel che è peggio è stato fatto male”.

Purtroppo si continuò a far poco e male “la sistemazione del terreno nelle contrade Montrone e altre zone, fu eseguita senza serietà. Gran parte dei canali, costruiti allora, non esistono più; briglie in cemento e gabbioni metallici, imbottiti di pietre, sono scomparsi. Nei rimboschimenti effettuati, le piantine messe a dimora e abbandonate a se stesse, in gran parte sono perite; rimpiazzate, sono perite ancora… La strada comunale Taglianaso, costruita nel 1959, è da tempo impraticabile al traffico di qualsiasi veicolo. La strada interpoderale Setteluci – Cerasiello, iniziata nel 1960, non è mai stata aperta al traffico, né collaudata; a causa del terreno franoso le frane si ripetono … Nell’estate 1964 fu iniziata la costruzione di due strade interpoderali: Santa Lucia e Sant’Angelo. Ma si fece appena in tempo a scavare le pietre che costituivano un rudimentale selciato e i lavori furono interrotti. Ora i contadini per transitare su quelle strade, sono costretti ad invadere le proprietà limitrofe, causandovi gravi danni”. Le strade che avrebbero dovuto portarci fuori dall'isolamento, quelle strade promesse da Cavour e magnificate sulla parola dal Can. Pietro Antonio Catalano, a distanza di un secolo ancora non erano state costruite, o meglio ci si provò, ma possiamo far nostre le parole del rev. Arricale: “(La ex SS. 369) è accidentata, stretta, con fossi frane e curve senza fine”. Speriamo nel nostro rappresentante alla Provincia Giuseppe Ruggiero di Foiano, gli auguriamo che i prossimi due anni di mandato siano più proficui degli ultimi due.

Se le strade interpoderali e le vie di collegamento al paese ci fanno versare lacrime amare, nel 1965 lo stato delle vie urbane non era migliore: “La strada di via S. Francesco è stata rifatta due volte dopo l’ultima guerra, ed ora è più indecorosa di prima. La maggior parte dei vicoli di via Valfortore, Leonardo Bianchi, Pasquale Circelli sono indecenti ed impraticabili: manca la pavimentazione e lo scolo delle acque piovane. Peggio delle strade campestri. Di più è aumentata la sporcizia in tutti i vicoli di recente pavimentazione, esempio: Supportico Chiesa, Vico Colagrossi, Via San Vito e traverse, trasformando lo scolo delle acque piovane in cloache aperte. Qui ci sarebbe da fare un romanzo”.

Chissà Reverendo, un giorno forse lo scriveremo davvero un romanzo, il tempo l’abbiamo in attesa del treno che passerà, d’altra parte la Ferrovia della Valfortore fu deliberata dal Consiglio Provinciale del 28 gennaio 1914 ed approvata con Decreto Reale il successivo 15 ottobre, la stiamo aspettando da poco più di un secolo, che non passi proprio mentre verghiamo il “Romanzo disastrato della Valfortore”?

Postremo, la nostra speranza è che il Consiglio Provinciale a Presidenza Ricci sia più celere di quello del 1914, non chiediamo più una ferrovia, abbiamo ridotto le pretese, vorremmo una strada, con mille curve, ma almeno senza fossi.

 

Ad Maiora Ariadeno

Ultima modifica ilMartedì, 31 Gennaio 2017 19:48
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