Devo innanzitutto precisare che una maggiore attenzione ai tanti sanbartolomeani emigrati era parte integrante del programma amministrativo alle elezioni del 2009. Tuttavia, l’idea del Premio Rocky Marciano nasce all’indomani della mia prima visita a Ripa Teatina, in occasione del Premio Rocky Marciano organizzato dal comune che diede i natali al papà del grande Rocky: un premio che i nostri oramai concittadini organizzano in onore di Rocky per premiare lo sportivo abruzzese dell’anno.

Fu lì che capii che quel nome, Rocky Marciano, il grande Rocky, il campione di boxe dei pesi massimi, l’unico pugile imbattuto nella storia del pugilato (49 vittorie su 49 incontri, di cui 43 per KO), colui che ha ispirato il film campione di incassi Rocky Balboa, andava “sfruttato”, mi si lasci passare il termine, anche a San Bartolomeo: il paese di Pasqualina Picciuto, la mamma di Rocky, la vera musa ispiratrice e protettrice di Rocco Marchegiano. Tant’è vero che il fratello Peter, che non conosce San Bartolomeo perché è nato lì nella lontana America, quando l’incontrammo insieme all’amico sindaco Vincenzo a Brockton, nella loro casa natale, ci disse, in un dialetto tipicamente sanbartolomeano, che amava tanto i “c’catell cu sug” che la sua mamma gli preparava in quella casa.
Fu così che di lì a poco nacque l’idea di un premio Rocky Marciano anche a San Bartolomeo. Non di un premio allo sportivo, però, come a Ripa. Ma di un premio all’emigrante: all’emigrante fortorino appunto; a quegli emigrati, tanti, che partiti “per fame” (o in cerca di fortuna, se preferite) con le loro valigie di cartone, si sono fatti strada, fino a distinguersi per le loro capacità creative, imprenditoriali, sportive, o quant’altro. Dove Rocky è visto non tanto come un grande atleta o un grande sportivo; ma piuttosto come il simbolo del riscatto, della voglia di emergere, del desiderio di uscire dalla condizione di povertà e di diventare qualcuno: grazie anche alla capacità di sacrificio e alla dedizione tipica di quegli abitanti della fascia appenninica del sud Italia (il sud del sud).È stata forte, devo ammetterlo, anche l’influenza di quel filone di pensiero comunemente e banalmente detto “neoborbonico”; dell’arrivo a San Bartolomeo, nell’agosto dello stesso anno, del più famoso degli scrittori che raccontano di un sud diverso da come ce l’hanno descritto fino all’altro ieri: di un sud non di persone incapaci e inoperose. Ma di un sud di persone per bene, di persone capaci, con tanta voglia di fare, ma a cui manca il “contesto”, il “substrato culturale favorevole all’intrapresa economica”. E che, infatti, in un contesto diverso e più favorevole, danno prova delle proprie capacità facendosi apprezzare nei vari contesti in cui oggi si ritrovano ad operare.

Con la collaborazione della Commissione Cultura insediata presso il Comune, decidemmo di istituire due premi principali: actual e memorial (ad una persona ormai defunta), oltre ad una serie di altri premi minori. Così nel 2010 si è svolta la 1^ edizione del Premio Rocky Marciano all’Emigrante Fortorino, celebrata con un incontro di boxe: il premio actual va ad un emigrato nel nord Italia, quello alla memoria naturalmente a Pasqualina Picciuto, con un riconoscimento dato ai cugini più stretti residenti a San Bartolomeo in Galdo. Poi la seconda, con ospite d’onore proprio quel Pino Aprile che tanto aveva influenzato le finalità del premio, a cui fu conferita la cittadinanza onoraria: e i premi principali vanno a due emigrati negli Stati Uniti. La terza, con il premio actual che va ad un emigrato in India e il premio alla memoria ad un frate francescano. Il quarto, edizione speciale, con il premio che va al figlio di Rocky, ospite a Ripa Teatina.

Nel frattempo viene anche siglato un gemellaggio, come dicevo, con il Comune di Ripa Teatina: gemellaggio che porta i suoi frutti. Lo scambio non è solo amicale, ma anche culturale: con i festeggiamenti nei due paesi che si rincorrono e si influenzano a vicenda. San Bartolomeo, che premia gli sportivi locali, quasi a voler celebrare la virtù dell’impegno e della perseveranza. Ripa, che man mano trasforma la premiazione in festa, con tanti ospiti,specie emigranti ripesi di successo.
Ma qual è l’obiettivo di fondo di questo premio? Se ne possono citare diversi. Ma, principalmente, io farei riferimento a questi: riallacciare i rapporti con i tantissimi sanbartolomeani sparsi nel mondo e fare in modo che ritornino in maggior numero e più spesso a San Bartolomeo. È una questione affettiva, ma anche una questione economica. Un tentativo di incrementare quello che io definisco un “turismo di ritorno”. D’altronde, i nostri compaesani conservano ancora la nostalgia del loro paese d’origine, anche se lo hanno sublimato, lo hanno trasportato metaforicamente lì dove si sono trasferiti. Per questo, recisi i legami di parentela, sempre meno spesso ritornano a San Bartolomeo. Bisogna perciò trovare altri tipi di legami per convincerli a ritornare, altre motivazioni. Non si sa mai, ma qualcuno domani potrebbe pensare di venire a passare la vecchiaia a San Bartolomeo. O potrebbe pensare di investire a San Bartolomeo. O semplicemente potrebbe proporre una vacanza, uno stage nella propria azienda o altro ai sanbartolomeani. I quali potrebbero a loro volta ricambiare l’ospitalità.Certo, un premio da solo non basta. Difatti, il premio è solo la punta dell’iceberg del “Progetto Sanbartolomeani nel mondo”. Bisogna anche creare le condizioni perché questo avvenga. Bisogna stabilire legami forti. Bisogna imparare ad essere ospitali, in tutti i sensi, come una città turistica: bisogna offrire ospitalità, ma anche luoghi ospitali. Bisogna organizzare manifestazioni. Bisogna, insomma, adeguare il contesto. Io credo che la sfida per San Bartolomeo sia questa. È uno dei pochi vantaggi competitivi che possiede. L’alternativa è la desertificazione nel giro di pochi anni…. Un’ultima annotazione va fatta sul legame tra sport, emigrazione e cultura. Non voglio fare un trattato: voglio solo sottolineare quanto sia stato importante lo sport, ed in particolare la boxe, per tutti quell’emigrati, italiani e non, che erano in qualche modo ai margini della società. Basti pensare agli Stati Uniti subito prima o dopo il secondo conflitto mondiale: grazie allo sport, e a questo sport in particolare, molti di loro sono riusciti a “salvarsi”, a non farsi risucchiare dalla strada, incanalando la loro rabbia su quel ring e ammortizzando in qualche modo il loro disagio. A volte, addirittura, scrivendo il loro nome nell’elenco delle leggende, come quella di Rocky.È vero: la box a volte sembra uno sport violento. Ma i pugili, quando scendono da quel ring, si abbracciano e diventano amici più di prima.Sfruttando lo stesso principio, la stessa potente forza, questo sport, insieme al Judo, continua oggi ad essere un grande veicolo formativo e assistenziale, soprattutto nelle aree di maggiori degrado, nelle periferie delle grandi città. Lo sanno bene i fratelli Maddaloni, campioni olimpici di Judo, che hanno aperto una palestra di judo e boxe a Scampia e che grazie ad essa riescono a “togliere dalla strada” centinaia di giovani, a volte facendoli anche diventare sportivi di successo, come Clemente Russo.D’altronde, le palestre, fungevano e fungono tutt’ora da agenzia di socializzazione, a volte secondaria, ma più spesso primaria, affiancandosi o addirittura sostituendosi alla famiglia e alla scuola. E attraverso la socializzazione avviene la trasmissione culturale e valoriale fra generazioni. Da qui l’importanza di questi come di tutti luoghi di socializzazione. Da qui lo stretto legame che lega lo sport alla cultura, intesa non solo e non tanto come acquisizioni di saperi teorici e fini a sé stessi, ma come insieme di conoscenze che concorrono a formare la personalità.

Per questo motivo penso che lo stesso Rocky, di cui come sanbartolomeani bisogna andar fieri, possa essere tranquillamente ricordato e celebrato a livello culturale e sportivo.