Ho letto le anticipazioni del rapporto SVIMEZ 2014, mi ha colpito come un pugno nello stomaco questa cifra: 177000 Nascite nel 2013, non si nasceva così poco al Sud dal 1861, anno infausto di questa malaunità che ci sta affondando. I morti per la terza volta nella storia unitaria hanno superato le nascite, capitò nel 1867 e c’era stata la terza guerra d’Indipendenza, e nel 1918 e c’era stata la Prima Guerra Mondiale, in entrambi i conflitti i militari meridionali vennero utilizzati come carne da macello in prima linea, la storia della Brigata Catanzaro durante la Grande Guerra docet.

 Anche SBiG non è esente da questo dato statistico, anzi, complice l’emigrazione giovanile e l’invecchiamento della popolazione a SBiG da oltre un decennio le morti sono superiori alle nascite. Nel 2012 il saldo negativo tra nascite e morti è stato di -61, nel 2013 -23.

Visto che il futuro non mi sembra roseo per SBiG, voglio andare con il pensiero al passato, aiutato dalla monografia del Falcone. Voglio immaginare il paese com’era nel 1843, destinato ad un futuro radioso, popolato da ben 7474 individui, ignaro dello tsunami unitario e garibaldino che l’avrebbe travolto pochi anni dopo.

Era fiorente SBiG, aveva tutto, c’era un “Giudice regio col Cancelliere e sostituto, due uscieri, il Conciliatore col rispettivo Cancelliere e un supplente al Giudicato”. Quando abbiamo iniziato a morire ci è stata concessa una Pretura con Pretore, Cancelliere e Usciere; nell’agonia ci fu accordato un Giudice di Pace, adesso non abbiamo nulla, conserviamo soltanto i nomi “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. Aveva un Ricevitore del registro e bollo. Sull’esattoria fiscale, lo Stato unitario non ci ha fatto sconti, conserviamo un simulacro di Agenzia dell’Entrate. C’era un Sindaco, due eletti e quindici decurioni, di solito i decurioni appartenevano alla nobiltà e all’alta borghesia, Cancelliere, Cassiere e due Percettori comunali. Oggi conserviamo il Sindaco, i consiglieri novelli decurioni, ma in compenso, con l’aumento della burocrazia, il lavoro che sul comune borbonico svolgevano 4 persone, oggi necessita di oltre 20 impiegati.

C’erano “otto medici, fra i quali tre chirurghi, cinque farmacisti, tre levatrici, dieci Flebotomisti, sette legali, quattro notai, tre agrimensori cedolari, tre periti di campagna, circa 40 dilettanti di musica di diversi instrumenti. Si è formata una banda musicale che viene adoperata nelle solenni festività, a quale obbietto si porta in diversi paesi della provincia”.

Immagino il lavoro incessante delle tre levatrici, centinaia erano le nascite, non c’era sosta per loro, quasi danzassero tra Porta della Croce e il nuovo quartiere popolare di Badricc costruito da pochi anni fuori le mura del borgo. Provo ad immaginare le stesse tre levatrici trasportate con una macchina del tempo nel 2013, 37 sole nascite, avrebbero potuto studiare ebraico antico e aramaico, oltre che fisica teorica dato il tempo a loro disposizione. Gli agrimensori cedolari sono gli odierni geometri. Simpatica è la figura del perito di campagna, persona generalmente pigra che consigliava i tempi e le colture da intraprendere ai contadini. Figura sostituita dal moderno Barbanera. Una nota a parte meritano i 10 flebotomisti. Barbieri, paramedici che applicavano le sanguisughe. Un rimedio arcaico tornato prepotentemente in auge in quest’ultimo periodo, la FDA potentissima agenzia americana del farmaco ne ha certificato le innumerevoli proprietà benefiche e in università prestigiose come la Duke University negli USA, i moderni flebotomisti devono essere iperlaureati per applicare le sanguisughe. Ebbene, noi ne avevamo dieci. Era brava la nostra banda musicale, la tradizione bandistica a SBiG era molto forte, ma i nostri vicini di Roseto ci davano la stecca, noi ci spostavamo nei paesini della provincia, loro oltrepassavano i paesi della provincia per andare a suonare nelle città del Regno e nella sua Capitale: Napoli. Basti pensare che Leonardo Vincenzo Falcone, partito apprendista sarto da Roseto Valfortore nel 1915 a soli 16 è diventato, grazie al suo talento, Leonard Falcone, uno dei più grandi maestro bandistici mondiali, nonché il più grande clarinettista del XX secolo.  “Vi sono pure 20 dilettanti drammatici, che in un teatrino in una sala del palazzo badiale danno delle drammatiche rappresentazioni. Quando in ciò sia lodevole la classe civile del paese è superfluo dirlo. Il teatro è un gran passo in fatto di civiltà. La gioventù che vi si esercita addiviene svelta, acquista i più gradevoli modi di conversare, e si abitua a profferir bene la parola italiana, evitando il goffo accento inseparabile da ogni dialetto. Con la scelta delle produzioni si diffonde per mezzo del teatro la buona morale; si sradicano i pregiudizii; il tempo che si spenderebbe nell’ozio utilmente e piacevolmente si occupa, si coltiva il più civile consorzio tra le famiglie, che non avrebbero occasione di vedersi altrove, e via discorrendo. Così questa bella e grande istituzione avesse dovunque un posto e dallo scopo della sua istituzione giammai divergesse!”.

La passione per la filodrammatica è sempre stata presente a SBiG, l’indimenticata professoressa Pettinaro raccontava che un appartenente alla famiglia Rosa era solito organizzare presso casa sua delle rappresentazioni; arrivando ai nostri giorni come non citare Leopoldo Bibbò, Michele Viglione, Carmine Circelli, Celestino Agostinelli e Don Franco Iampietro per il grande impegno profuso nel costruire teatro a SBiG.

Il Clero era numerosissimo a SBiG, c’erano “Canonici partecipanti 19; Sacerdoti non partecipanti 7; un Diacono; 10 giovani nel Seminario diocesano, avviati per la vita chiesastica, fra i quali uno già suddiacono. Monaci 20, Eremiti 7″. Oltre 50 tra preti e monaci ed eremiti. Un romitaggio era l’odierna chiesetta di Santa Lucia, un altro era la chiesetta ormai ridotta ad un cumulo di pietre di Santa Maria ad Nives in Castelmagno. I frati attualmente ridotti a tre erano 20. Avevamo il Seminario diocesano, nonché un capitolo cattedrale composto da 19 sacerdoti, credo che il capitolo liberiano della basilica patriarcale di Santa Maria Maggiore a Roma oggi abbia lo stesso numero.  C’erano ancora

“Legatori di libri 2, Orefici ed indoratori 4, Organaj 1, Armieri 3, Chiavetteri 10, Tornieri 3, Falegnami 25, Arrotini 2, Embriciai 15, Scarpellini 20, Vasellaj 3, Barbieri 12, Calderai 2, Cardatori di lana 10, Muratori 30, Ferraj 12, Calzolai 50, Sartori 40, Solajuoli 12, Mugnai 16, Pizzicagnoli 15, Panettieri 20, Pubblici fornai 4, Macellai 5, Merciauoli con negozio fisso 18, Ambulanti 6, Tessitrici 60, Vaticali 6, i quali han varie vetture di proprio conto e per uso di commercio, Ortolani 15, Coloni 78, cioè 58 paesani che con mezzi industriali e proprii coltivano il territorio del Comune di San Bartolomeo, 11 de’ circonvicini paesi che menano a coltura terre appartenenti a questo Comune, e 9 di San Bartolomeo con industrie fuori tenimento. Il resto della popolazione è composta di braccianti uomini e donne che vivono alla giornata”.  Sono scomparsi i legatori di libri, abbiamo un orafo, ma nessun organaio, d’altra parte sono scomparsi o invecchiati gli organi a canne, si dice che Don Ciro si sia disfatto dell’organo settecentesco della chiesa Madre, mentre fortunatamente, seppur in pessime condizioni, si conserva ancora l’organo settecentesco della Chiesa Nuova. C’è un armiere, ma con il disuso delle “correnti” sono scomparsi i chiavetteri, il torniere s’è evoluto, i falegnami si sono drasticamente ridotti, così come i calzolai, anzi credo ne sia rimasto soltanto uno, un highlander. Sono scomparsi gli embriciai, i mattoni si comprano e purtroppo sono scomparsi anche gli scalpellini. I barbieri non specializzati erano dodici, a cui andavano aggiunti 10 con specializzazione paramedica di flebotomista, oggi sono solamente due, i sarti sono quasi estinti; le tessitrici sono scomparse, i solajuoli anche, nessun mugnaio sul suolo di SBiG dalla chiusura del Principe, pubblici forni non ce ne sono più, ma abbiamo ancora degli ottimi fornai, scomparse le carrozze, son scomparsi i vaticali, e non credo vi siano noleggiatori nel borgo.  Una sola amara riflessione per concludere. C’erano ben 78 coloni, oltre 58 erano coloni su terre demaniali, coltivavano le terre del Re ad un canone di locazione “umano”. Venne Garibaldi e promise agli ingenui straccioni che quelle terre sarebbero diventate di loro proprietà. Festa e giubilo durarono 12 secondi, il tempo di alzare il bicchiere e si accorsero che quelle terre divennero sì private, ma non le loro, se le erano accaparrate quei signori che chiedendo un esosissimo canone li avrebbero spinti di lì a qualche anno ad emigrare in massa per l’America.

Sic transit gloria mundi.

Foto: Salvatore Picciuto  Foto: Studio Vinciguerra