Sangue e Unità I

Quando nel 1942, anno XX dell’Era Fascista, Carlo Alianello diede alle stampe il libro: L’eredità della Priora, romanzo storico, critico con il Risorgimento aureo predicato fino ad allora ed intoccabile sotto il fascismo, sapeva bene cosa l’attendeva: il confino. Fu salvato da quel famoso Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 e dall’Ordine del giorno Grandi che decretarono di fatto la caduta del Duce. L’ordine era categorico: i miti fondanti dell’Unità erano intoccabili, guai a parlar male di Peppe, Vittorio e Camillo, si rischiava, se ti andava bene, il confino. Con l’avvento della Repubblica le cose non cambiarono, guai a parlar male del periodo unitario, non rischiavi il confino, ma bisognava tener nascoste le nefandezze commesse dall’esercito piemontese e garibaldino in quel periodo.

Nel 1965 il vice direttore della biblioteca della Camera dei Deputati Franco Molfese, girovagando per gli archivi, si imbatté in fascicoli laceri e strappati, volle capire come mai erano conservati in cotal modo e scoprì che erano gli atti sul “brigantaggio”, da lì alla pubblicazione di “Storia del Brigantaggio dopo l’Unità” il passo fu breve, ma difficoltoso. La pubblicazione del libro di Molfese avvenne ad opera di un giovane e coraggioso editore: Giangiacomo Feltrinelli. In un paese normale avrebbe scatenato un bel dibattito sulle nefandezze risorgimentali, in Italia calò il silenzio, tanto che morto Giangiacomo in circostanze misteriose, la casa editrice ormai diventata una delle maggiori italiane, si lasciò “scappare” i diritti. Solo ultimamente un giovane ed intraprendente editore di Molinara: Antonello Belmonte, l’ha ripubblicato. Questa premessa era necessaria per capire le difficoltà a cui andavano incontro negli anni ’60 – ’70 , coloro che volevano dare un’altra lettura del Risorgimento italiano. Tenco dovette cambiare il testo della sua canzone “Ciao amore ciao” al festival di Sanremo del 1967, il titolo originario era: “Li vidi tornare” e il testo iniziava con: “Eran trecento, eran giovani e forti, andavano al fronte col sole negli occhi”. Erano inconcepibili i cambi di toponomastica come quello avvenuto a Biccari lo scorso anno, ove un giovane e coraggioso sindaco ha sostituito Via Bixio, il boia di Bronte, con Via Martiri di Pontelandolfo. Una menzione a favore va qui anche alla passata amministrazione comunale di San Bartolomeo che aveva intitolato una via al Generalissimo Casrmine Donatelli detto Crocco, resistente lucano, una menzione di demerito va all’attuale amministrazione che con una delibera ha sostituito Via Crocco con via Sergio Quinzio il più “eretico” dei teologi italiani del XX secolo. Senza il successo di “Terroni” noi ignoreremmo ancora chi siano i martiri di Pontelandolfo. In una canzone di Mimmo Cavallo dal titolo “Fora ‘i savoia”, un verso recita:
Non c’erano pellerossa in quei giorni lì
e Pontelandolfo no non era sul Sand Creek,
Pontelandolfo no, non era sul Sand Creek…
”. (Murales di San Bartolomeo in Galdo)
Noi paese meridionale a pochi chilometri da Pontelandolfo non facciamo eccezione, abbiamo un bellissimo murales sul massacro del Sand Creek, ma molti di noi non sanno nemmeno dove sia Pontelandolfo.
Non era semplice dare un’altra versione del risorgimento italiano, la storiografia ufficiale era cristallizzata, come lo è tuttora, sempre meno per fortuna, sull’eroe nizzardo alto (era 1,60cm), bello (aveva i capelli lunghi che gli coprivano un’orecchio mozzo, come si usava fare in sudamerica ai ladri di bestiame), biondo e gentile ed il suo angelo vendicatore: Bixio il boia di Bronte, il re galantuomo Vittorio Emanuele II, Cavour sommo statista e i suoi militari Cialdini, La Marmora, Pallavicini.
Preferisco nominarli con le definizioni dell’indimenticato Angelo Manna: “Vittorio Emanuele II di Savoia, ladro, usurpatore ed assassino e perciò galantuomo, nonché il protobeccaio Benso Camillo, porco di stato e perciò statista sommo… ed i propri sadici macellai”.
Mentre ero intento nella lettura del libro “Storia del Brigantaggio dopo l’Unità” di Franco Molfese a pagina 19 lessi: “(Liborio Romano) Domava poi con altre fucilazioni le sommosse avvenute a Roseto Valfortore …”. Roseto dunque, non abbracciò sic et simpliciter la fede liberale di Vittorio e Camillo, ma da quanto era scritto sul Molfese, vi furono delle reazioni affogate nel sangue dal colonnello Romano, omonimo dell’imbecille di Patù.
Qualche tempo dopo la mia lettura del Molfese, mi capitò tra le mani un libro di Mons. Annibale Facchiano che raccontava dell’eccidio di Roseto Valfortore. L’episodio è ripreso dal curato don Michele Marcantonio nel suo “Sangue e Unità”, edito dalla “Editrice C. Catapano – Lucera , 1972”, che ho avuto la fortuna di poter leggere grazie al sig. Antonio Spallone. Il giovane curato rosetano, nel 1972, ebbe il coraggio di raccontarci la storia di questi giovani, che non erano reazionari, la cui unica colpa fu quella di non voler partire per un servizio di leva che fino ad allora non era obbligatorio.

Fucilati dal Romano il 7 novembre 1860 alle ore 23:00, furono 5 giovani rosetani, il sesto fu ammazzato durante i rastrellamenti:
1. Giuseppe Antonio Zita fu Liberato e di Anna Sabetti, anni 27, contadino, celibe;
2. Nunzio Antonio Zita fu Liberato e di Anna Sabetti, 25 anni, contadino, marito di Carmela Rosato;
3. Liberato Farace fu Modestino e di Caterina Curcio, anni 22, contadino, celibe;
4. Vito Sbrocchi fu Filippo e di Rosa Capone, anni 42, contadino, marito di Concetta Iannuzzi;
5. Leonardo Marrone di Matteo e di Maria Di Franco, anni 24, contadino, celibe;
6. Giuseppe Cotturo di Fedele e di Anna Fiscarelli, anni 21, contadino, celibe.

44 anni fa don Michele Marcantonio già si chiedeva: “Per noi meridionali l’unità fu, in concreto, un avanzamento sociale verso forme di benessere e di civiltà? La nuova situazione in cui il sud si trovò inserito, fu, in realtà un’alba radiosa o piuttosto un tenebroso inizio di amarissime esperienze?”.

Ciò che non si potrà mai perdonare a questa unità rabberciata, è l’aver gettato secchiate di sterco sul Meridione, l’aggettivo borbonico ancora oggi nello Zingarelli significa: retrivo, retrogrado. Costava così tanto riconoscere i meriti di una Nazione come quella napolitana? Persino i romani dopo aver distrutto centinaia di popoli davano loro diritto di parola, emblematico il discorso di Calgaco capo dei Britanni riportato da Tacito: “(I Romani) Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare;loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero;infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace”. Farsi giudicare così da un vinto, ma i romani avevano onore, non come quella feccia dei Savoia. Augusto Iatosti fu accusato di lesa maestà e rischiò la pena di morte per aver chiamato Garibaldi e Vittorio Emanuele II i suoi due cani.
Ma torniamo a don Michele Marcantonio e all’eccidio di Roseto perpetrato dai garibaldini di Liborio Romano.
L’11 maggio 1860 gli inglesi sbarcarono a Marsala, non è un errore, il loro nickname in camicia rossa era un emerito idiota, ingannato dal protobeccaio e dal ladro e usurpatore, in ogni caso la “guerra” gli va bene, certo se a Calatafimi avesse incontrato Crocco, Caruso e Ninco Nanco, invece di quel venduto delinquente di Landi, fregato da Garibaldi stesso con un assegno falso e morto di crepacuore, venduto e fesso, ora Calatifimi sarebbe la sua tomba, ma così non è andata. Garibaldi risaliva la penisola e a Roseto i furbi uscivano dalle tane, purtroppo l’Italia è formata da molti furbi e voltagabbana, divertente un episodio raccontato dal Marcantonio: la mattina del 26 luglio 1943, il giorno successivo la caduta di Mussolini, un alto dirigente del Fascio rosetano gettò a terra un quadro del Duce e cominciò a calpestarlo. Lo stesso dirigente fu solerte nel riappendere il quadro non appena arrivò nella Daunia la notizia che Skorzeny aveva portato a termine positivamente l’Operazione Quercia. I vincitori delle elezioni del 10 agosto 1860 erano dei “novelli liberali” capitanati dal sindaco dott. Fausto Capobianco. Sentendosi sicuri dell’arrivo di Garibaldi, il 9 settembre Napoli era stata fraudolentemente tolta al Borbone, l’amministrazione Capobianco si abbandonerà a puerili e violente vendette, il primo a farne le spese fu l’avv. Carrescia cancelliere comunale, licenziato su due piedi, perché simpatizzante del legittimo Re Francesco II e sostenitore della lista avversaria di Capobianco. Il giudizio del Marcantonio sul sindaco Capobianco non è totalmente negativo, l’accusa peggiore è quella di essersi fatto trascinare in una spirale di barbarie e violenza dai consiglieri comunali eletti con lui, veniva considerato incapace di opporvisi e pertanto finì travolto dagli eventi.
Come sempre succede i neo convertiti sono sempre più legittimisti del Re e si sentono obbligati a compiere atti peggiori per guadagnare il cammino perduto. I musulmani più radicali non erano gli arabi, ma gli asiatici neoconversi, i cristiani più zelanti non furono gli apostoli, ma uno dei loro persecutori convertito sulla via di Damasco, i berlusconiani più facinorosi furono le varie schegge di Lotta continua come ad esempio Paolo Liguori, le minacce all’imam progressista di Lecce, non gli sono arrivate dai suoi conterranei musulmani, ma da italiani neoconvertiti. Capitò così anche a Roseto, i nuovi liberali del consiglio comunale dovettero mostrarsi più piemontesi di Vittorio. E benché Vittorio avesse ordinato che la casacca piemontese dovesse essere indossata solo dai militi di artiglieria, quelli addetti ai treni e gli artieri, il sindaco Capobianco decise che anche i giovani contadini che non avevano votato per lui e di simpatie borboniche dovessero arruolarsi, un atto come è facile intuire illegittimo e arbitrario. Al rifiuto dei giovani, si decise di prendere a fucilate la casa dei “ribelli”, si aggredì ad archibugiate la casa dei fratelli Zita, chi comandò il commando fu Gennaro il figlio di Vito Capobianco, fratello del sindaco. O perire sotto archibugiate illegittime, o reagire! Ed i cafoni reagirono, iniziò la caccia ai Capobianco, che “scomparvero tutti come fantasmi”, ma due furono catturati ed uno morì, don Filippo Capobianco. Il Marcantonio lascia il lettore libero di parteggiare per il partito pro Capobianco o anti Capobianco, ma aggiunge che il Governatore di Capitanata Del Giudice, attribuì le responsabilità dell’eccidio alle provocazioni dei Capobianco.

Ci sarebbe voluto un Marcantonio anche a San Bartolomeo, con l’aiuto dei documenti, ma soprattutto con la memoria degli anziani, il Marcantonio è del 1911 e con un po’ di fortuna se a dieci anni iniziò a fare domande, probabilmente ebbe la fortuna di parlare con testimoni diretti dei fatti avvenuti nel novembre 1861. Noi non abbiamo tale fortuna, ma continueremo a cercare documenti per ricostruire la storia post unitaria di SBiG.

La sua ricostruzione degli avvenimenti sembra fatta in presa diretta, sebbene sia premessa una certa presunzione dell’ora in cui si svolsero le azioni. Il 4 novembre 1861 era domenica, i liberali alle 14:30 si riunirono presso il palazzo di D. Vito Capobianco, armati di archibugio, alle 15:30 assaltarono la casa dei fratelli Zita, ore 16:00 la notizia dell’assalto viene riportata da un tal Luigi Basso (?) al giudice, i fratelli Zita non si lasciano sorprendere e rispondono al fuoco, alle 16:10 feriscono d. Gennaro Capobianco, alle 16:30 il sindaco e i suoi accoliti liberali devono armarsi per dar man forte al nipote, ma i fratelli Zita sono determinati e decisi a non soccombere al sopruso e alla violenza, loro lottano per la vita e alle 17:00 passano al contrattacco, il sindaco e i liberali se la danno a gambe, il sindaco scapperà in San Bartolomeo in Galdo, e qui sarei curioso di sapere il nome del “liberale” sanbartolomeano che lo ospitò, ma prima egli riesce ad inviare un corriere a Biccari per avvertire le autorità, alle 17:30 d. Filippo Capobianco scappa e si rifugia nella casa del dott. Cardo, alle 18:00 viene ferito mortalmente. Alle 19:45 giunge a Biccari il corriere del sindaco Luigi Basso (?), alle 23:30 un corriere espresso viene inviato a Foggia per avvertire il Governatore Del Giudice. Alle 23:45 il Governatore dirama gli ordini. A questo punto ci aspetteremmo che i garibaldini partano subito per Roseto, invece no, la loro partenza avviene lunedì 5 novembre alle 11:30, dopo aver dormito in abbondanza e desinato con abbondante colazione a spese delle finanze ex borboniche. Alle 17:30 arrivano a Biccari, qui pernottano a spese della collettività e la mattina del successivo martedì 6 novembre alle 6:30 si avviano per Roseto, alle 10:00 Liborio Romano entra in Roseto, alle 10:30 dà libertà di saccheggio alle truppe e ordine di rastrellare i giovani che si sono opposti alle archibugiate dei Capobianco e dei “liberali”. Inoltre chiede 5035 ducati come rimborso per spese di guerra e 240 di diaria quotidiana, pena la fucilazione di alcuni abitanti. Il debito accumulato in quel giorno, Roseto lo sta ancora pagando.
Mercoledì alle 20:00 del 7 novembre riceve il pagamento dei 5035 ducati e della diaria quotidiana. Roseto è stato in balia dei garibaldini per quasi due giorni, saccheggi e chissà cos’altro è capitato. Durante il rastrellamento viene ferito a morte Giuseppe Cotturo, alle 22:00 il Romano presiede un veloce consiglio di guerra ove si decreta la condanna a morte tramite fucilazione dei giovani rosetani. Senza nemmeno l’ombra di un processo. Alle 23:00 avviene la fucilazione in contrada Coste, alle 23:15 i “coraggiosi” militi del Romano pensano bene che non è il caso di passare una notte a Roseto ed esporsi ad eventuali rese dei conti e partono per Biccari ove giungeranno alle ore 3:00 di giovedì 8 novembre. Don Filippo Capobianco a seguito delle ferite ricevute dagli Zita morirà sabato 10 novembre alle ore 7:00. Si dice, purtroppo nemmeno il Marcantonio è riuscito a far luce su questo episodio, che i filibustieri del Romano furono accolti a Biccari da archibugiate anonime e costui per rappresaglia fece fucilare cinque biccaresi inermi.
Il giorno 9 novembre, non paghi del sangue versato i “donrodrighetti” rosetani, convinti che il Romano gli abbia lasciato pieni poteri, chiudono tre botteghe di povera gente, considerata reazionaria: Francesco Lapiccirella, Antonio Sabatino e Francesco Donatelli, la Guardia Nazionale di Biccari lo stesso giorno farà arrestare altri cinque rosetani “reazionari”.
Io non so come abbia fatto il Marcantonio, e purtroppo non potrò chiederglielo, ma riesce a trovare il carteggio tra il Governatore di Foggia Del Giudice e il Generale Romano e quello che viene fuori è uno schifo che a distanza di 155 anni ancora ci fa vomitare. Il Romano ha arraffato i soldi dei rosetani illegittimamente: 5035 ducati + 240 ducati della diaria quotidiana, fucila i poveri rosetani e “dimentica” di passare da Foggia per rendicontare al Governatore. Costui gli scrive e lo rimprovera per non essere passato da Foggia, gli chiede la sentenza della fucilazione, sentenza che non è stata mai scritta, vista la fucilazione arbitraria e senza giudizio, e gli chiede conto dei soldi con la formula “Sento pure una tassa imposta né so di quanto”. Al che il Romano gli risponde di essere dovuto andare a Napoli poiché qualcuno gli ha lanciato accuse di corruzione e preferiva difendersi personalmente, per quanto riguarda la sentenza bisognava chiedere al capitano Celi, che l’avrebbe redatta successivamente alla fucilazione poiché i rosetani fucilati furono presi con le armi in pugno mentre sparavano ai duecento garibaldini, invece sappiamo che furono rastrellati, mentre cercavano scampo dalla barbarie che l’attendeva, e che per quanto riguarda i soldi non doveva aver timore perché appena tornato a Foggia avrebbe “messo a vostra disposizione la metà del tutto seguendo sempre quell’accordo stabilito sin dalla prima”. E questi erano i liberatori piemontesi, taglieggiavano i comuni e spartivano il bottino.
 (Biccari in foto)
I Capobianco spadroneggiarono a Roseto per oltre cinque mesi, a Foggia restarono insensibili ai moniti provenienti dalla popolazione indifesa di Roseto, in balìa di otto delinquenti di cui il Marcantonio fa anche i nomi e li facciamo anche noi: Vito, Antonio, Fausto, Stanislao e Noè Capobianco, Gaspare Pellegrini, Luigi Basso e Donato Cascioli.
Fu solo grazie al comandante della Guardia Nazionale di Foggia don Raffaele Granata, inviato a Roseto il 29 dicembre 1860 insieme con 20 garibaldini a pattugliare il bosco Vetruscelli di proprietà dei sigg.ri Saggese, bosco che da allora fu sottratto agli usi civici, che a Roseto tornò una parvenza di normalità.
Don Raffaele non prestò orecchio agli otto delinquenti, ma cercò di capire cosa fosse successo davvero. Scoprì dunque le malefatte dei Capobianco e ne parlò al Governatore il quale a quel punto dovette di malavoglia destituire il sindaco Capobianco. Ciò avvenne nel gennaio 1861 e a parer nostro sulla decisione del Governatore influì anche l’arresto, avvenuto a Napoli, del suo sodale Liborio Romano.

Negli atti di accusa contro il galeotto Romano risulta oltre a quella di Roseto, anche una estorsione di 6000 ducati al comune di Rignano Garganico, il Romano chiese i 6000 ducati per proteggere la popolazione dai garibaldini fuoriusciti che avrebbero rubato, saccheggiato e violentato le donne. Era il suo modus operandi, lasciava filtrare false notizie di pericoli inventati e taglieggiava i comuni in combutta con il Governatore Del Giudice. Chissà se lo fece anche con San Bartolomeo. Il Governatore Del Giudice libero dal suo sodale Liborio Romano divenne deputato al parlamento italiano. I migliori facevano carriera anche 150 anni fa.

Eccidio di Roseto Valfortore