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Chiesa del Calvario

Posta sia all’inizio che all’arrivo della gara, la tradizionale competizione podistica “Giro delle 7 chiese” che va in scena a Sbig ogni agosto, è la prima chiesa che troviamo lungo il nostro percorso. Si erge lungo l’attuale via Pasquale Circelli (già via Belvedere) al numero 29, preceduta da una suggestiva scalinata formata da 30 gradini che la collega all’ex Istituto suore di carità, oggi “Ambulatorio Polispecialistico Leonardo Bianchi Center S.r.l.”, sulla destra di chi guarda. Molto complicata e contorta è la storia di questo ex Istituto voluto da mons. Giovanni Pepe (nato a San Bartolomeo in Galdo il 27 dicembre 1880 ed ivi morto il 30 agosto 1955), per cui mi limito solo alla chiesa.
Una leggenda narra che qualche secolo fa, su un piccolo poggio detto “Calvario”, esistevano tre croci. 


§Ben presto questa località divenne un luogo di ritrovo per i devoti di Gesù Cristo. Uno di questi, un tal Michele Monaco (un contadino dalla fede spiccata), ebbe l’idea di farvi sorgere una modesta cappella. Sull’architrave in pietra calcarea del misero portale fece incidere: «A divozioni di Michelo (sic) Monico fu Sebastiano 1894» (una scritta ancora visibile sull’ingresso di via Calvario).
Dopo quattro anni dalla sua costruzione, l’11 marzo 1898, con atto del notaio Angelo Maria Ricci di San Marco dei Cavoti la piccola chiesetta fu donata al figlio Sebastiano, con un’unica condizione: «Che essa in perpetuo fosse adibita al culto». Successivamente, con l’ausilio del sac. don Michele Ziccardi, ma soprattutto con il fervido concorso del popolo, la cappella fu ampliata e messa in uno stato più decoroso, e il sacerdote poté officiare con fervore attirando la gente del vicinato. Con il tempo, per le inevitabili difficoltà insorgenti contro ogni opera buona, il fervore del sacerdote cominciò ad affievolirsi, venendo poi meno del tutto. La chiesetta venne progressivamente abbandonata, trasformandosi in un rudere. Questo stato di cose fece sorgere nell’animo del proprietario il segreto desiderio di disfarsene, vendendola (con il piccolo spazio adiacente) come suolo edificatorio.
Nel frattempo il sacerdote Giovanni Pepe, alla continua ricerca di un’area da adibire alla costruzione di un suo vecchio sogno (un ricovero per gli inabili al lavoro), manifestò ai suoi diretti superiori l’idea di acquistare la chiesetta abbandonata, ricevendone pieno mandato. Il 29 febbraio 1922, con le somme residuali dei conti della “chiesa ricettizia”, il sacerdote (con atto gratuito del notaio Antonio Colabelli) ne divenne proprietario, consenzienti l’arciprete Ernesto Saccone, il clero locale e il vescovo di Lucera mons. Giuseppe Di Girolamo. Con lo stesso atto, il sac. Michele Ziccardi cedette all’acquirente i diritti da lui vantati tanto sulla chiesa (per l’ampliamento e le elevazioni da lui fatte) che sull’adiacente suolo edificatorio da lui ottenuto dal Comune nell’anno 1900, contribuendo altresì alle spese per il restauro della tettoia. Successivamente, il Comune (nella persona del sindaco Pietro Colatruglio) con atto del 23 aprile 1924 cede «gratuitamente a scopo esclusivo di beneficenza metri quadrati centotrentatre di suolo comunale che circonda i due lati della chiesetta, e metri quadrati millequattrocentotrentatre di terreno, propriamente la superficie di suolo situata tra la strada pubblica denominata Calvario presso la Chiesetta omonima e vicini fabbricati e la sottostante strada provinciale, da destinarsi esclusivamente a giardino di piante ornamentali, affinché il Prof. Pepe possa edificare, aggregandovi il fabbricato dell’attuale Chiesetta del Calvario, un vasto edificio da adibirsi a Ricovero di mendicità ed Orfanotrofio».
Le cronache locali narrano poi che il menzionato sacerdote, nominato nel frattempo monsignore, si rifugiò con la sorella Carmela nel minuscolo fabbricato annesso come sacrestia della chiesetta (ampliata e adattata alla meglio a sue spese) e assistette alla solenne cerimonia del 2 giugno 1929 per la posa della prima pietra. Con questo gesto «volle diventare il volontario custode della fragile e quasi cadente chiesa del Calvario per poter poi trasformare in tempo opportuno quel pio locale in un’aiuola di carità rivolta al sollievo dei derelitti», rimanendoci fino al settembre 1929 quando venne trasferito in quel di Fano come rettore del Pontificio seminario marchigiano Pio XI. Due anni dopo lasciò il seminario per assumere un’alta carica nella Suprema Congregazione del Sant’Ufficio (ora chiamata Congregazione per la Dottrina della Fede, ndr): è il 1931, anno in cui la costruzione della “Casa di Riposo e di Cura” venne ultimata. Ma, per la mancanza di attrezzature necessarie alla gestione di un gerontocomio e degli strumenti tecnologici indispensabili a un ospedale, e soprattutto per non lasciarla inutilizzata ed esposta alla degradazione, donò il nuovo manufatto all’Istituto delle suore della carità sotto la protezione di Santa Giovanna Antida Thouret, affinché le suore potessero servirsene per i loro scopi educativi, specie nel settore della scuola materna, e per le loro attività di formazione domestica di fanciulle e giovanette.

Tutto quanto riferito è stato da me tratto dai bollettini trimestrali All’ombra della Croce, editi dal 1929 in poi dalla “Casa di riposo e di cura Gesù Redentore”, da redigersi in San Bartolomeo in Galdo. E qui, come premesso, termina l’anteprima della sua complicata storia.

Dopo la scomparsa (nel maggio 2008, all’età di 93 anni) del francescano Padre Aniceto, al secolo Lorenzo D’Andrea, nostro compaesano, la chiesetta viene aperta al culto soltanto un solo giorno al mese: ogni primo sabato vi viene officiata una messa. Ai lati del particolare ingresso troviamo due dipinti raffiguranti Gesù Cristo: un’immagine durante la Via Crucis, con la croce sulle spalle, ed un’altra all’interno dell’orto dei Getsemani. Di modeste dimensioni (circa 15 metri di lunghezza con larghezza di circa 6 metri), linda e graziosa, al centro dell’altare troviamo uno splendido crocefisso in legno massiccio con statue lignee della Madonna e di Maria Maddalena. Al centro della volta un dipinto con firma «Pasquale Mossuto 1940» (valente pittore nostro compaesano) raffigurante “Gesù tra gli infelici”. Dello stesso autore anche una tela raffigurante Santa Giovanna Antida Thouret . 

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