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Pillole di un diario storico – parte 2

PILLOLE DI UN DIARIO STORICO
                  (a partire dal 1939)                      

    a cura di Paolo Angelo Furbesco

Anno 1948
Il fiume Fortore – Un’amara giornata
«Era una giornata torpida di luglio quando morì un ragazzo nel laghetto che alimentava il mulino ad acqua. Il Fortore è un fiume strano. Nasce  poco prima di arrivare sotto il mio paese e se ne va a sfociare in Puglia, verso il Gargano. Il letto del fiume è larghissimo. L’acqua d’estate si divide in tanti ingorghi che serpeggiano in un mare di sassi bianchi e rotondi, piccoli e grandi. Sassi che venivano usati spesso nelle battaglie che facevamo con i nostri nemici atavici, i ragazzi di Baselice, un paesino al di la del fiume. Non  c’era mai una ragione per venire alle mani, ma i “combattimenti” avvenivano a distanza e spesso qualche sasso ci colpiva anche in testa. Nessuno di noi si avventurava ad entrare in Baselice e nessuno di loro veniva mai  a San Bartolomeo.Tra i sassi c’è  qua e là qualche pozzanghera, anche grande, dove rimangono intrappolati tanti pesciolini.

Quell’estate del 1948 ci eravamo proprio divertiti e ne avevamo pescato una grande quantità, usando come rete un setaccio della farina. Funziona così: alcuni ragazzi fanno un gran chiasso in un lato della pozzanghera e uno di noi, dall’altro lato, aspetta che si raccolgono i pesciolini spaventati per prenderli col setaccio. Vicino a noi c’erano una diecina di donne quasi anziane che cantavano a squarciagola le canzoni  popolari del paese. Avevano lavato i panni nel fiume, li avevano stesi sui cespugli e sui sassi più grandi  e aspettavano che si asciugassero. Intanto, vista la gran quantità del nostro bottino, tirarono fuori un pentolone, olio e farina, accesero un bel fuoco e giù a friggere.
Mangiammo a crepapelle i pesciolini con tutta la testa, bevendo l’acqua del fiume, anche se era un po’ calda. Le donne, invece, si deliziavano attaccandosi a turno ed un grosso fiasco di vino rosso. Era una strana compagnia, quella: una diecina di donne adulte e altrettanti ragazzi di circa 10 anni. Non avevamo niente in comune se non il fiume, l’appetito e una specie di eden intorno a noi.
Arrivò l’ora del tramonto e ci disperdemmo nel letto del fiume. Le donne  si allontanarono cantando con grandi rotoli di panni in testa.
Per tornare in paese dovevamo passare vicino al vecchio mulino ad acqua davanti al quale, come serbatoio, c’era un laghetto molto profondo stracolmo di acqua freddissima. Alcuni di noi approfittarono per fare l’ultimo bagno ma non tutti sapevano nuotare  e nessuno immaginava che l’acqua fredda è pericolosissima.
Così avvenne la disgrazia.
Avevo 12 anni e da allora ho giurato a me stesso che non avrei mai più fatto il bagno in un fiume o  in un lago, e nemmeno  nel mare (sempreché ne  avessi avuto la fortuna di vederlo)».
Un breve commento. Il Fortore, ridotto oggi a un semplice rigagnolo,  non mette più paura,  in speciale modo nel periodo estivo. Inoltre gli attuali giovani sono molto più svegli di quelli di 60 anni fa (me compreso), e meno male… 

L’esame di terza media
«Come dicevo prima, a San Bartolomeo in Galdo c’è solo una scuola elementare. Per proseguire gli studi si deve andare fuori o a Benevento o in  altre città. Quindi, per cinque anni non sono andato a scuola, ma ho studiato privatamente. Dopo i primi tre anni ho sostenuto l’esame di terza media a Lucera, una stupenda cittadina della Puglia a 20 chilometri dal mio paese.  A Lucera risiede Aurelio De Santis, con la moglie Giuseppina. Durante il periodo dell’esame abitavo nella loro casa». L’autore ricorda che l’amico Nino D’Ariano lo portò a fare una lunga corsa in macchina, nella splendida Lancia Aurelia blu con i sedili di pelle rossa. «Guidava lui anche se non aveva la patente, correndo a più di 100 all’ora lungo il rettilineo da Lucera a Foggia. Ai due lati interminabili distese di stoppie bruciacchiate e nessun albero. È il tavoliere delle Puglie, famoso per le grandi produzioni di grano duro, ottimo per la pasta».

                                  Anno 1950, l’anno scorso, ricordi freschi

Gennaio, ammazzamenti dei maiali, ‘accisë du pórcë
«Urla strazianti mi hanno svegliato una mattina presto in un giorno freddissimo», ricorda l’autore: nel vicolo vicino a casa stavano ammazzando un maiale. «Dopo questo straziante spettacolo (al quale non ho  avuto il coraggio di assistere), per tutto il giorno abbiamo avuto in casa un andirivieni di persone che preparavano i prosciutti, le soprassate, la sugna, e i relativi ciccioli, la “cumposta” (bistecche cotte  a metà che venivano conservate per lunghi mesi in grandi barattoloni di sugna) e, principalmente le salsicce.
Nel paese si svolgevano tante “feste porcesche”, per celebrare la tradizione. Si potevano  mangiare solo le interiora dei maiali,  visto che non c’èra alcun modo per conservarle, ma la fantasia culinaria, nota il diarista,  non aveva limiti: venivano preparate con peperoni sott’olio, patate, fagioli, gigantesche fette di pane ecc. ecc. Intanto  il vino, assolutamente rosso, « scorreva tra i tavoli occupati da uomini vocianti e volgari».

Febbraio – Carnevale 
»Spettacolo bellissimo è stato il carnevale con i cavalli. A piazza Garibaldi si sono riuniti 12 cavalieri disposti in circolo. Tutti erano vestiti con costumi sgargianti e ognuno rappresentava un mese dell’anno. Hanno iniziato a girare intorno. In testa gennaio con un grande mantello blu e alla fine dicembre con un costume come quello dei pastori nel presepe. I più caratteristici erano luglio e agosto, che stavano a torso nudo con calzoncini corti colorati, tremanti di freddo ma senza darlo a vedere. A metà carnevale grandi festa da ballo in caso di Pinuccio Rosa. Ci sono andato anche io insieme ai miei fratelli e sorelle. Si sono divertiti da matti, io stavo a guardare e mangiare i wafer. Questi giovanotti sono appassionati di teatro e con Pinuccio Rosa, che fa da regista, preparano spesso commedie di Edoardo Scarpetta in dialetto napoletano. In questo periodo stanno preparando uno sceneggiato, “o zappatore”. Ho visto le prove: si parla di un figlio senza cuore che passa il tempo divertendosi in città mentre in paese il padre e la madre lavorano per mantenerlo agli studi. È proprio difficile trattenere le lacrime».
Aprile  – La santa Pasqua
«Pasqua è arrivata il 9 aprile. La settimana santa è stata stupenda, un sole quasi estivo ha illuminato il nostro paese per diversi giorni. Ho partecipato a tutti i riti tradizionali di questa festa. Ho mangiato tante uova sode colorate, ma a me piace molto di più lo ‘ncasciatéllë» (dolce pasquale a forma di mezza luna, ripieno di prosciutto e formaggio, ndr). La sera del venerdì santo si svolge la processione di Cristo morto. «Io andavo in giro con la “raganella”, un attrezzo di legno con una ruota dentata che fa un gran fracasso. Altri ragazzi si divertono con le “tavelle” marchingegno che fa rumore con un pezzo di legno che batte alternativamente su una tavoletta». 

La festa della cappella   
Premessa Nel 1761 il sacerdote  don Nicola Reino fece costruire nella zona dell’Incoronata una cappella rurale di scarso valore artistico-architettonico, ma di enorme valore morale come simbolo di devozione alla Madonna, che dista circa cinque chilometri dal paese.
Ancora  oggi, nell’ultimo sabato di aprile (vedi la monografia di Nicola Falcone, l’ultimo sabato di aprile innumeri fedeli de’ circonvicini paesi vengono  a venerare la Vergine Incoronata dagli Angioli, ndr) si celebra una  festività tutta campestre, molto seguita dalla popolazione locale,  detta a Mädònnë d’a’cappèllë . Così la descrive l’autore:
«Come ogni anno, quest’ultima domenica (sic) di aprile ci ha regalato la festa più bella del paese. La mattina, ben presto, io, mia madre  e ad altri fratelli, insieme a centinaia di persone ci siamo andati per via del Convento per raggiungere, dopo quattro chilometri, una collina rotonda coperta da un manto di grano verde brillante senza nessun albero. In cima una piccola chiesetta.
Si cammina a piedi, in un tratturo di grossi sassi sconnessi; le donne recitano il rosario. Alcuni, per devozione, per richiesta di grazie o per ringraziamento, percorrono in ginocchio gli ultimi metri del tratturo.
Nella chiesetta è custodita una statua della Vergine nera, poggiata su un tronco di quercia. Per antica tradizione alcuni contadini e artigiani preparano le “verghe” lunghissimi pali infiorati e adornati con fazzoletti di tutti i colori. Ogni verga è portata fin sulla cappella da robusti giovanotti, aiutati da altri ragazzi che tengono i pali diritti tirando le funi in direzione opposta al vento. Di solito le verghe sono quattro o cinque e all’arrivo vengono premiate le più belle per l’altezza e la bellezza degli addobbi.[…]
Arrivati in cima si ammira uno spettacolo unico molto strano: cinque o sei lunghissimi
solchi partono dalla cappella e si perdono in lontananza nel mare di grano, diritti per chilometri e chilometri, scomparendo all’orizzonte, fin nella lontana pianura della Puglia. Sono realizzati da contadini con l’aratro tirato dai buoi, per avere la grazia di un buon raccolto di grano. Impiegano oltre un mese.
A metà mattina, fuori della cappella, in un balconcino a destra dell’ingresso appare il predicatore, un monaco dalla voce potente e vibrante, che inizia un interminabile panegirico bersagliando la folla con parole pesanti come “peccatori” “pentitevi”              castigo di Dio e tante altre contumelie. Ma tra la folla nessuno appare intimidito.
Appena finita questa tortura, inizia a suonare la banda, con musiche religiose, mentre la statua della Madonna viene portata fuori a spalle per fare tre giri intorno alla chiesetta. Alla fine, mentre rientra nella cappella, iniziano i fuochi  d’artificio, con botti tremendi.
Finita la festa religiosa si aprono i cesti con le cibarie e via nel grano per lunghi e  pantagruelici picnic, ricchi di formaggi, soppressate, salsicce e, molto apprezzate da me, frittate con maccheroni e cipolle».
Rispetto agli anni passati, sono ben pochi quelli che oggi  raggiungono il santuario a  piedi durante la festa di primavera: grazie al  progresso, tutti in macchina … Peccato che, dopo qualche  centinaio  di metri, una marea di queste auto siano già lì ferme, in coda, in  attesa o  parcheggiate … Sarebbe  meglio affrontare, dall’inizio, il tragitto a piedi come ai vecchi tempi, ma pochi lo fanno.
Oggi  la zona della cappella è tutta recintata da una bella staccionata di legno, con molti alberi e diverse panchine. Ovvio,  sono passati quasi 70 anni dal resoconto che leggiamo in questo diario …
Dal 2000 in poi, nove giorni prima della festa, la statuina viene portata nella Chiesa Madre della nostra cittadina per la novena. La  sera della vigilia, con una maestosa fiaccolata, viene riportata nella sua chiesetta dove si tiene una veglia notturna (« iutë a wardäa Mädònnä», usano dire i compaesani). Il giorno dopo, seconda la tradizione, i fedeli si recano alla cappella della Madonna recitando il rosario e, prima di entrarvi, in segno di devozione e ringraziamento effettuano tre giri intorno all’edificio. Esiste ancora la tradizione delle verghe, dei solchi, della processione e dei fuochi pirotecnici. Anche il picnic rimane un  appuntamento tradizionale, ma sono pochi quelli che portano il mangiare da casa: non si usa più,  oggi è “out” (fuori moda, ndr). I gitanti preferiscono ordinare e farsi servire dai responsabili delle numerose bancarelle che offrono da mangiare e bere in quantità.

Maggio  – Il mese dei matrimoni
Maggio è il mese dei matrimoni ed è un mese pieno di impegni per il  padre del nostro autore: ha fatto da cûmpàrë (padrino) al battesimo di un gran numero di bambini. «Arrivati al matrimonio, questi “cumparelli”, quasi tutti contadini, pretendono che mio padre abbia una parte centrale nella ricorrenza, in tutte le sue fasi. Io l’accompagno sempre, anche perché gli altri fratelli chi per una ragione che per un’altra non possono essere presenti. Il matrimonio dei contadini si svolge quasi sempre nelle stesse forme e con gli stessi riti:Il pomeriggio del giorno prima della cerimonia passa per le vie del paese la sfilata del corredo della sposa (la zita). Robuste contadine portano sulla testa, appoggiati ad un rotolo di stoffa, grandi cassettoni pieni di biancheria che sporge da tutte le parti, così che tutti possano ammirare la quantità dei capi e la loro bellezza (lenzuola con ricami, camicette colorate, cuscini, biancheria intima ecc.).

  • La sera, sempre del giorno prima, gli sposi ognuno per conto suo, riuniscono in casa i parenti più stretti, per una specie di addio, visto che si va a formare una famiglia propria. In questa occasione si discute, si beve vino e si mangiano interiora di agnello o di pecora.
  • Il giorno del matrimonio i due sposi si avviano verso la Chiesa Madre aprendo sottobraccio (sic) un lungo corteo che attraversa il corso Roma. Gli invitati seguono tutti allineati due a due?. Dalla lunghezza del corteo, cioè dal numero degli invitati, si deduce la consistenza economica della nuova famiglia e quindi l’importanza del matrimonio.
  • Il pranzo si fa a casa della sposa ed è sempre preceduto dalla lettura della dote (a cartë d’i pännë). Ci pensa ‘u mastë fësta (una specie di cerimoniere che guida le operazioni, di solito un parente molto spiritoso). Sale su una sedia e legge la lunga e dettagliata lista di ogni cosa che la zìtë (la sposa) porta in dote, 10 lenzuola, 4 cuscini, 8 coperte, ecc. ecc. dalle biancherie alle case ai terreni.
  • Il pranzo è sempre lo stesso. Mio padre ha il posto d’onore vicino alla sposa, e io di fianco. Si inizia con prosciutto tagliato a dadi, fanno seguito i mäccarûnë (i ziti spezzati) al ragù di agnello, che traboccano da un grande piatto, come invita “il cerimoniere”, bisogna attingere in due o in quattro, ognuno con la propria forchetta (il famigerato “unë p’dduijë o une p’qquàttë,” ndr). Prima di passare allo seconda portata viene distribuito una grande quantità di sedano (in dialetto accë) che tutti mangiano per aiutare la digestione prima di andare oltre. Poi arriva lo spezzato di agnello (o pecora, a seconda delle disponibilità economiche) servito in grandi tegami brodosi, dove galleggia, oltre alla carne, pezzi di formaggio, cipolle, prezzemolo e uova sbattute. Lascio immaginare le quantità che vengono ingerite in questi pranzi, insieme ad abbondanti bicchieri di vino sempre rossi.
  • Dopo il pranzo inizia la distribuzione e la battaglia dei confetti, che ognuno tira violentemente verso i tavoli vicini e viceversa. È molto divertente.
  • Quando si va via gli invitati passano tra due ali di parenti, ognuno dei quali ha un enorme boccale di vino dal quale è obbligatorio bere un sorso.
    Mio padre fa finta di bere e ovviamente mi impedisce di toccare con la bocca il boccale dove hanno bevuto decina di persone».
    Un breve commento Rispetto a quei tempi, i  matrimoni sono molto cambiati. Di tutte le  citate usanze è rimasto soltanto la sfilata della sposa – seguita dagli invitati –, la quale viene  accompagnata alla chiesa dal padre; il fidanzato aspetta in chiesa. Inoltre a quei tempi vigeva l’usanza di  un altro pranzo – la  sëcónda tàulë  – , che si svolgeva in casa dello sposo, al quale intervenivano solo gli sposi, le rispettive famiglie e i compari.
    Oggi, invece, l’unico pranzo è quello organizzato in sontuosi ristoranti della zona , ma anche più lontani. Addirittura alcuni si tengono anche in località distanti più di cento chilometri, senza nessuna distinzione di ceto.   

Giugno – La bicicletta Wolsit
«Volsit, questa è la marca della mia prima (e sola) bicicletta. È da passeggio, molto robusta e pesante. È stato un regalo di mio fratello. […] Da qualche giorno, con qualunque tempo è  la mia compagna. Le strade fuori dal paese non sono asfaltate. C’è spesso tanta polvere; io e il mio amico Alfredo Marotti  (che possiede una bellissima e fiammante bicicletta da corsa marca Bianchi quella di Fausto Coppi) facciamo le gare; vinco sempre io perché lui è sfiatato, i capelli biondi gli si appiccicano sulla testa per il sudore …
In questo mese il giro d’Italia è passato sotto San Bartolomeo  a circa 30 chilometri. Io tifo per Bartali, Alfredo per Coppi. I ciclisti provenivano da Foggia ed erano diretti a Campobasso. Ho deciso di scendere giù per i tornanti polverosi fin sotto Volturara e oltre, nel Molise. Il desiderio di vedere Bartali era fortissimo. Ma che delusione! Dopo qualche ora di attesa ho visto avvicinarsi tante macchine, tantissime motociclette, poi un gruppone di ciclisti che sono passati tutti insieme davanti a me sollevando una nuvola di polvere e scomparendo subito dopo una curva. Non ho riconosciuto nessuno.
Che delusione! Sono tornato in paese arrancando per la salita, durissima sotto il sole cocente, fermandomi sotto l’unica grande quercia che si incontra prima di arrivare a Marano».  

Luglio – Il grande caldo
«Il caldo di questo mese è stato veramente insopportabile. La sera si stava bene con il venticello fresco che porta con se l’odore dei campi bruciati dal fuoco delle stoppie. Ma a mezzogiorno, e fino al tramonto, si soffriva al punto che per stare un po’ freschi andavamo, in cantina.
Per rinfrescare il vino mi mandavano con 10 lire al bar a comperare il ghiaccio. Il barista con un martello spaccava in tanti pezzi un grosso blocco lungo un metro, li portavo a casa avvolti in un panno, li mettevamo in un secchio insieme alle bottiglie. Ma guai a succhiare i pezzi di ghiaccio, cosa che ci piaceva tanto; mio padre si imbestialiva. […] In questo paese, oltre alla malaria e al tracoma  (gravissima malattia agli occhi che può portare alla cecità) sono molte diffuse le infezioni intestinali. Ogni giorno muoiono bambini piccolissimi  a causa di una diarrea inarrestabile, sono i “morticelli”, portati dalla chiesa al cimitero dentro piccolissime bare bianche, tenute ai due lati dai genitori piangenti, spesso senza nessuna persona dietro. È uno spettacolo pietoso.Qualche anno fa, per combattere le infezioni parecchi operai del Comune sono passati a disinfettare tutte le case con DDT, medicina che ammazza gli insetti di tutti i tipi, spesso ce lo spruzzavano addosso, specie sulla testa. Poi scrivevano ai lati delle porte la frase DDT seguita dalla data. Nella mostra cantina hanno sparso dappertutto queste nuvolo bianche (si legge DDT 22/9/1947). Le mosche, da allora, sono scomparse insieme alle zanzare». 

I fantasmi in una notte di mezza estate …
«Verso la metà di luglio ha avuto inizio il misterioso fenomeno che per circa un mese ci ha impedito di fare sonni tranquilli. Durante una notte calda e afosa sentimmo provenire dal sottosuolo della nostra casa tonfi sordi  e irregolari che si propagavano in tutte le stanze senza che nessuno potesse individuare la direzione di provenienza. Sembrava come  se qualcuno da sottoterra bussasse per entrare. Chi se non i fantasmi poteva essere all’origine di questo fenomeno? Tremavamo dalla paura e ci rannicchiammo  sotto le coperte, vi lascio immaginare le mie sorelle. Il giorno dopo mio padre dette ordine a tutti di non parlarne con nessuno per evitare che si spargessero nel paese strane dicerie. Non dava molta importanza alle cose, anche perché è stato sempre una persona concreta e scettica. Per una settimana non accadde nulla e iniziammo a dimenticare i fantasmi; poi ricominciarono la notte della domenica successiva. Un terribile panico cominciò a serpeggiare tra di noi. Eravamo piombati in un mondo sconosciuto! Ma tutto finì in una bolla di sapone. L’intraprendenza e l’intuito di mio fratello posero fine al mistero; scese nella strada, alle prime luci dell’alba; era ancora buio e iniziò a cercare la provenienza dei rumori appostandosi ora qua e ora là nei dintorni della casa, quando sentì i tonfi provenire da una porta di fronte a quella della nostra cantina. Si avvicinò e si mise ad ascoltare con trepidazione. Il tonfo si arrestò e dopo un po’ uscì dalla porta un contadino con in mano la cavezza e un mulo dietro di lui. Usciva per andare in campagna dopo la domenica trascorsa in paese. Insomma, per finire, parlando con quest’ultimo venne a sapere che i muli, dormendo in piedi, stanno su tre zampe, facendo riposare una zampa alla volta. Durante  il cambio, la zampa batte fortemente a terra e, quando il pavimento è coperto di paglia, come nel nostro caso, produce un tonfo sordo e cupo.
Che liberazione nello scoprire che avevamo avuto paura per niente! Io penso che nessuno di noi crederà più ai fantasmi».

Agosto – Il  mese delle feste  
Il nostro autore dedica a questo mese una particolare attenzione. È il mese della grande festa padronale abbinata a quella dell’emigrante che si svolge tradizionalmente  nei giorni 24, 25 e 26 . Alzi la mano chi non è mai tornato nel mese di agosto. Sono pochi quelli che non ci hanno rimesso il piede, almeno una volta, e vi posso assicurare che quando ripartono per le città in cui vivono hanno veramente un grosso nodo alla gola. Certo a quei tempi esisteva solo l’emigrante che partiva, e non tornava… Ma leggiamo il diario. Tutto questo accadeva circa 70 anni fa…
 «Agosto è il mese delle feste. Il 15 è stata la festa dell’Assunta con poche cose religiose e nessun divertimento. Ma alcune giostre sono arrivate in anticipo, aspettando la grande festa del 24 quella di san Bartolomeo, il patrono». È l’appuntamento più importante per tutti gli abitanti del paese: «Quest’anno il 24 è capitato di giovedì e la festa doveva durare fino a domenica. Ma è finita prima perché non c’erano soldi a sufficienza. Sono stati giorni bellissimi». Il nostro narratore passa poi al minuzioso racconto di questa festa inebriante, iniziata con il mercato del martedì. Una festa lunga, tra le più corpose che di ricordano in questi decenni. D’altra parte il ricordo delle sofferenze portate dal conflitto mondiale era ancora vivo, e di conseguenza tutto questo sfogo di gioia era comprensibile. Ecco come viene descritto il primo giorno: «Tutto è cominciato il 22 (martedì, ndr) con l’apertura della grande festa. Da piazza Garibaldi fino al cimitero, tutto via Margherita era occupata ai due lati da una lunga teoria di bancarelle. La folla non riusciva a passarci in mezzo. L’importanza di questo grande mercato è accentuata dal fatto che solo in questa occasione si possono acquistare oggetti (o lecconerie) che non esistono assolutamente in paese nel corso dell’anno. I contadini comprano aratri, falci, strumenti vari per animali, e tanti altri oggetti per l’agricoltura. Molti acquistano martelli, coltelli, lime, funi e altri attrezzi da lavoro. Le promesse spose si fanno il corredo acquistando lenzuola, tovaglie ecc. Tutti acquistano la scapece, proveniente dalla Puglia. È il raro pesce razza cotto nell’aceto con aromi vari; si vende immerso in tinozze e coperto da una strana crema gialla da cui proviene un profumo che stuzzica tutti gli appetiti. Altra squisitezza è il caciocavallo formaggio prodotto in Puglia con l’aggiunta di patate: mio padre me se fa mangiare a volontà. Non parliamo poi della bontà del gelato, alla vaniglia o al cioccolato, portato in paese chissà da dove in contenitori pieni di uno strano ghiaccio giallastro. Facciamo la fila davanti al venditore anche perché, purtroppo, durante l’anno l’unico gelato che mangiamo è un sorbetto fatto d’inverno con la neve fresca e il vino cotto. Non parlo delle altre cose che si vendono perché ci vorrebbe un libro intero». Il racconto del secondo giorno: «La mattina del 23 (mercoledì, ndr) mi sono svegliato verso le 10 al suono della banda, che girava per tutto il paese, suonando allegre marcette. È una banda di serie b che si ferma ogni tanto per suonare qualcosa e che viene utilizzata principalmente per la processione; corso Roma, piazza Garibaldi, la salita del monumento ai Caduti, via Margherita erano abbellite con l’illuminazione, cioè con archi colorati e merlettati zeppi di lampadine multicolori. Al centro di piazza Garibaldi il grande palco rotondo per l’orchestra anch’esso merlettato e pieno di luci. La sera è uno spettacolo inebriante». Poi  prosegue fino alla fine con il  terzo e il  quarto giorno, giovedì 24 e venerdì 25: «Il 24, giorno del santo patrono, è interamente dedicato ai riti religiosi, quasi tutti nella chiesa madre, dov’è esposta la statua di san Bartolomeo apostolo. Nel pomeriggio una grande processione, con la banda e tantissima gente. Ricordo che anni fa, durante la guerra, a questa processione partecipavano alcuni soldati polacchi. Questi pretendevano – e naturalmente ottenevano – di portare a spalla la statua del santo. Poi, arrivati davanti alla chiesa madre facevano atti di adorazione che noi neanche immaginavamo. Segni di croce, genuflessioni e preghiere in una lingua latina perfetta. Il pomeriggio del 24 è arrivata la grande Orchestra Filarmonica di Martina Franca, con oltre cinquanta suonatori. Il repertorio è composto quasi esclusivamente da pezzi di opere liriche; la cornetta fa parte del soprano, il bombardino quella del baritono, il sassofono quella del tenore. La sera del 24 e anche del 25, c’è stato il gran concerto a piazza Garibaldi. La banda si è riunita nel palco rotondo e ha iniziato a suonare. Tutti, dico tutti, gli abitanti del paese si godono questo spettacolo, passeggiando in circolo intorno alla piazza, mangiando noccioline americane e quelle locali (in dialetto ҅ntritë, ndr), ovvero bucate e tenute insieme da uno spago per formare una collana. Il 25 sera abbiamo assistito ai tradizionali spari (fuochi pirotecnici). Stupendo spettacolo che mi affascina. Quest’anno, però, è piovuto verso sera e il bagnato ha qualche problema di accensione alle polveri. I razzi partivano con lentezza. Faceva freddino. Ma qualcuno, previdente e intelligente, aveva portato nella zona dei fuochi la banda, che ci ha intrattenuti  con deliziosi valzer di Strauss tra un botto e l’altro. Dopo un po’ la luna è comparsa tra le nuvole, la serata è tornata dolce, profumata di erba appena tagliata, le melodie della banda sono diventate malinconiche, le luminarie nel  cielo ci incantavano; ho pensato che nessuno spettacolo al mondo può essere più bello.
Alla fine due botti enormi, poi un finale da far tremare i vetri.
Applausi tra la folla.
Silenzio totale.
Ci  siamo avviati tutti verso casa, si sentiva solo il rumore dei passi  della folla.
Nessuno  parlava. Eravamo tutti molto tristi. Era finita la festa!».

Settembre
«È il mese dell’anno più malinconico. Gli amici che hanno trascorso le vacanze in paese cominciano a partire per andare a scuola in città. Io resto, come sempre, ad aspettare il loro ritorno a Natale.
Quest’anno, poiché il raccolto del grano è stato molto buono, mio padre ha deciso di fare a me e agli altri fratelli, scarpe e vestiti nuovi. Sono andato dal sarto (Fucci) e poi dal calzolaio che mi hanno preso le misure. Dopo un po’  andavo in giro con un bel vestito grigio, con i calzoni corti, e un paio di scarpe nere luccicanti che avevano i ferretti  sul tacco (messi lì per non far consumare troppo la suola). Quando camminavo facevano un rumore metallico forte e importante.
Mio  padre pagava con grandi sacchi di grano».
Poi a fine mese è arrivato lo spaccalegna, 40 anni, alto e secco. «Come ogni anno ha lavorato una settimana in cantina, dalla mattina presto fino alla sera tardi, per fare pezzi di legno di misura giusta per il camino, i fornelli della cucina e la stufa (in dialetto sscarìchë, ndr). Per tutto il giorno sentivamo i tonfi dei colpi d’accetta. A mezzogiorno saliva in cucina a mangiare una quantità enorme di maccheroni in un piattone con dentro pezzi vari di carne.
E dietro bicchieri di vino rosso.
Io mi domando dove metteva, così magro, tutta quella roba». 

Ottobre
Il freddo e il vento aprono  la lunga stagione invernale,ma la buona notizia è l’arrivo delle le prime castagne. «Una sera, con il camino acceso, ne abbiamo abbrustolito sulla fiamma una gran quantità in una grande padella coi buchi. Alcune castagne, rimaste senza l’incisione, sono saltate per aria andando a finire nel collo di mio fratello, sotto la camicia. Non aveva alcuna possibilità  di difendersi.
Quindi urli, strepitii, medicine, fasce.
Per guarire dalle scottature c’è voluto quasi un mese.
Andava  in giro sempre con il collo storto».

Dicembre
L’8 dicembre è la festa della Madonna Immacolata, in gergo sanbartolomeano detta ‘a Mâdònnë fûcarellë. «In tutto il paese qua e là, la sera dell’8 dicembre si accendono i fuochi con legna raccolta casa per casa da ragazzi con le carriole. È uno spettacolo che sa poco di religioso. La gente getta nel fuoco oggetti vecchi di vario tipo; pochi recitano il rosario. Molti  trasformano la festa in un’ennesima occasione per mangiare e bere vino. Per noi ragazzi è tutto uno spettacolo quest’anno reso più affascinante dalla caduta della prima neve».

Il  santo Natale
Tralascio i brani più personali e riporto solo qualche stralcio. «Tutti i fratelli tornano a casa per Natale. È un avvenimento importante, il più sentito per il senso di armonia che regala ad una famiglia numerosa come la nostra». Per proseguire brevemente: «La sera della vigilia mangiamo spaghetti con il sugo di anguilla e capitone arrosto sui carboni, a mezzanotte una bellissima cerimonia, la processione in casa».E conclude: «Il giorno di Natale è una giornata di grande festa, non molto diversa da una domenica qualunque, ma arricchita dalla presenza di tutti i fratelli».  

                                                      Anno  1951    

Marzo – «Benevento mi aspetta» 
«In questo mese mio padre mi ha comunicato che a settembre andrò al liceo classico come esterno al Collegio La Salle di Benevento e a pensione presso una signora (De Rienzo), in viale Mellusi.  Così comincia la mia attesa fatta di timori, desideri  di evadere, paura di allontanarmi  dalla famiglia, aver perduto uno ad uno tutti gli amici  che per frequentare le medie e il ginnasio se ne erano andati in città, mentre io ero rimasto in paese senza andare a scuola. Adesso tocca pure a me». 

Aprile – Maggio – Giugno
«Questi mesi sono sembrati lunghissimi. Il mio pensiero correva sempre verso Benevento e il futuro che mi attende. Quanti dubbi, quante paure, quante incertezze  hanno affollato la mia mente. Quante volte ho prefigurato con la fantasia la mia vita a Benevento.
Sarò bravo a scuola? Come farò senza i genitori vicini? Come saranno i miei compagni di liceo? E i professori? Che farò la sera in questa città sconosciuta? E la notte? Dove dormirò? Come sarà la famiglia De Rienzo?
Alla fine, verso metà di luglio, quindici giorni fa, ho capito tutto.
Il senso di ineluttabilità  di questa  svolta,  indispensabile per proseguire gli studi, ha placato ogni ansietà.
Un forte coraggio ha preso il posto dei dubbi ed ora mi sento pronto  a combattere la mia battaglia, qualunque sia il suo risultato, nella certezza che vivrò con altre persone più o meno simili a me.
Ad esse avrò qualcosa da trasmettere.
Da  esse avrò gli stimoli per continuare il cammino negli anni futuri».

                                                         Fine del diario

Qualche breve commento                                  

  • Un ringraziamento di vero cuore all’autore di questo magnifico diario, per averci fatto vivere con l’immaginazione  quei momenti tragici,  ma anche belli nel ricordo, di  San Bartolomeo in Galdo. Grazie a  questa affascinante avventura letteraria, anch’io,  idealmente, ho giocato con la palla di pezza della mamma di Nunzio (grande amico mio, ndr), e quindi, a tutti gli affetti, posso dire di essere sanbartolomeano non dal 1955 (anno del mio arrivo in paese), ma  dal 1945.Il progresso ha cambiato profondamente il paese, forse anche troppo, tanto che il numero degli abitanti si è …  Attualmente siamo ben sotto i cinquemila residenti. Il campanile c’è sempre… L’alberello di fico, come logico, non c’è più.

Con gli anni abbiamo perso la Pretura, la Guardia di Finanza, gli Uffici delle Imposte dirette e del Registro, i Vigili del Fuoco… per non parlare del famoso ospedale, in costruzione dal 1950, tanto da essere soprannominato  “Ospedale della vergogna”. Quanti miliardi buttati via! Da chi è dipeso tutto questo? Forse dai politici che non sono stati in grado di essere alla pari del progresso? Possiamo consolarci, comunque,  con  un ottimo PSAUT (posizione fissa di primo soccorso territoriale).
In compenso, dal punto di vista scolastico e della formazione dei più giovani, il “il progresso” si è comportato bene. Grazie al diario abbiamo appreso che chi era destinato a proseguire gli studi si recava nel capoluogo di provincia, nel seminario diocesano o in collegi francescani. Oggi, oltre alle elementari e alle medie, il paese ospita  un Istituto professionale per l’agricoltura, un Liceo scientifico, una scuola di scherma, una scuola calcio, nonché iniziative private dirette a fini educativi, ricreativi e sportivi (vedi scuole di ballo, palestre, campi da tennis ecc.). Tra breve, forse, verrà costruita anche una piscina.

  • Di strade rispetto a quei tempi, ne abbiamo… due in più:la circonvallazione (à variante) e la Galessa (‘mbórchië). Sono strade veramente importanti e una volta tanto vanno ringraziati gli amministratori locali, che hanno permesso la realizzazione di questi progetti. Le notizie dolenti sono quelle che arrivano da Benevento: la strada è sempre la stessa, piena di curve, anche se completamente asfaltate e a volte più dolci. Sono 50 anni che stiamo aspettando la famosa Fortorina, che doveva collegare Benevento con il nostro centro, vero fulcro della Valfortore; oggi,  si ferma a  San Marco dei Cavoti. Se tutto andrà bene forse i miei pronipoti ne vedranno la luce! Con gli autobus di linea  siamo  collegati a  Benevento, Foggia e addirittura con Napoli; mi sono sempre chiesto quanti siano i passeggeri che in  un anno raggiungono la grande città partenopea in pullman. In compenso, però, hanno soppresso l’autobus che ci permetteva di raggiungere la città di Campobasso, forse la più importante per il nostro paese. Mistero!                                       
  • Tutte le domeniche in via Pasquale Circelli si tiene un bel mercato settimanale con tanta roba da acquistare. Al solo pensiero che dovevano aspettare un anno all’epoca del nostro diario, mi vengono i brividi!   
  • Le tradizioni culinarie sono scomparse per modo di dire, tutto quello che si faceva in casa (pane, biscotti, salsicce, torroni, pizze…) si trova oggi nei negozi specializzati. Qualcuno ammazza ancora il maiale, ma sono pochi; si preferisce – almeno   la gran parte – andare a servirsi nelle varie macellerie che offrono tutti i tagli di carne. 
  • Non sono tramontati e non tramonteranno mai, i cavatelli con il sugo o con i broccoli vera e unica specialità del paese. Li mangio anche a Milano… 
  • Con grande rammarico non si gioca più con i vari curulli o con la carrozza di legno con i cuscinetti a sfera. I  moderni “giovani” forse non sanno neanche cosa siano. Oggi esistono solo i computer, i tablet, gli smartphone… Il progresso  avanza inesorabilmente. È giusto che sia così! A ogni modo,  un plauso alla locale Pro Loco, che recentemente  ci ha fatto rivivere quei magnifici tempi delle carrozze  con una splendida giornata di festa. 
  • Le feste ci sono sempre (idem le fiere nazionali), anche se le bande musicali (anche loro “out”) sono quasi scomparse, sostituite da complessi musicali e cantanti che mandano in visibilio i giovani, in speciale modo durante le serate estive.
    Al termine di queste brevi note, ritengo che  meriti ancora  una citazione particolare la locale “Pro Loco”. Dagli archivi risulta che nacque il 10 giugno 1971, «non solo per programmare spettacoli, gare, fiere, mostre, convegni, festeggiamenti, ma anche per studiare  e promuovere  il miglioramento edilizio e stradale, allo scopo appunto  di avviare uno sviluppo turistico della zona, per attirare i turisti e offrire svago e diletto a quanti soggiorneranno nella nostra cittadina per  brevi o lunghi periodi di tempo».
    A titolo di cronaca il primo presidente fu il dottore Alfonso Rubino, mentre l’insegnante Vittorio Ferro ricoprì la carica di vice-presidente. I membri del consiglio furono, oltre al sindaco Francesco Giuseppe D’Ariano, membro di diritto, il dottore Vito Pizzi, il professore Attilio Ricciardi, il signore Giuseppe Brita, il professore Matteo Marcasciano, l’insegnante Bartolomeo Pacifico, il ragioniere Michele D’Onofrio. L’Associazione  nel suo primo anno realizzò:
  1. Lo zecchino d’oro presentato dal mago Zurlì e da Richetto;
  2. Il primo concorso di pittura estemporanea;
  3. La prima coppa calcistica Pro Loco;
  4. La prima corsa podistica denominata “giro delle sette chiese”;
  5. La prima mostra di pittura;
  6. Il primo concorso “la vetrina più bella”;
  7. La prima “sagra del grano” con tre serate canore con la partecipazione di Ninì Rosso, Peppino Gagliardi e Roberto Murolo.

Negli anni successivi, durante i festeggiamenti della cosiddetta “Estate sanbartolomeana” organizzati in collaborazione con l’Amministrazione comunale, si  sono esibiti molti  altri  cantanti e complessi che hanno sostituito il ruolo ricoperto in passato dalle bande musicali. Partendo da 1972: dai Vianella (Wilma Goich e Edoardo Vianello, ndr) a Giovanna, da Robertino a Ivan Cattaneo, da Mango a Gianni Bella, da Tony Santagata a Joe Sentieri, da Aurelio Fierro a Mario Tessuto; e poi: da Iva Zanicchi a Donatella Rettore, dai Ricchi e Poveri a Bobby Solo, da Tosca a Orietta Berti, da Peppino di Capri a Enzo  Gragnaniello,  da Don Backy  a Nicola di Bari, per finire con Mia Martini, Patty Pravo,Loredana Bertè, Fausto Leali, Riccardo Cocciante, Gianna Nannini… e, per ultima, Giusy Ferreri. L’Associazione Pro Loco ha sede in piazza S. Francesco. L’attuale presidente è il signore Carmine De Masi.

Giunti alla fine di questo diario – antico e un po’ moderno – voglio indirizzare un particolare  ringraziamento a tutto lo staff del sito sanbartolomeo.info- sanbartolomeaninelmondo, per avermi, ancora una volta, concesso ospitalità. 

Paolo Angelo Furbesco 
M
ilano, luglio 2017

 

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