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Eccovi l’ultima parte del viaggio nella storia di “L’insediamento di San Bartolomeo nel Medioevo”.

Gli abitanti del nuovo casale ottennero nel 1331, per volere dell’abate Nicola da Ferrazzano, un insieme di “immunitates, franchitias et libertates”, particolarmente favorevoli, grazie alle quali il borgo si ingrandì sempre più. Nel 1360, e precisamente il 1 novembre, fra’ Nicola da Cerce in collaborazione con i rappresentanti della comunità di San Bartolomeo in Galdo, concesse agli abitanti degli Statuti veri e propri, affinché il nuovo borgo si accrescesse ulteriormente di ‘buoni uomini’. Ed è proprio grazie a questi Statuti che noi possiamo risalire a quella che era la società sanbartolomeana nel XIV secolo. Il nuovo agglomerato urbano era un borgo rurale. Come già detto, la comunità o università di San Bartolomeo in Galdo era retta da un “camerario” detto anche “camerlengo” e da un giudice annuale; l’amministrazione durava in carica un anno. Vi erano poi i cosiddetti ‘ boni homines’ che assistevano il giudice nell’emanazione delle sentenze o nella soluzione pacifica delle controversie; assistevano inoltre il camerario nell’amministrazione della vita cittadina. Esisteva inoltre anche la figura del ‘baglivo’, funzionario di nomina regia posto a capo di una circoscrizione territoriale. Il suo era un ruolo tanto importante quanto carico di oneri(cap.39). Essi, quindi, venivano puniti quando non riuscivano a portare a compimento una commissione che veniva loro affidata(cap. 53). Nel nuovo borgo vi era inoltre il divieto assoluto di creare fazioni; chi trasgrediva l’ordine era punito con l’interdizione perpetua del proprio stato giuridico (cap.14). Coloro che amministravano la comunità, si preoccupavano soprattutto di difendere il nuovo borgo dalla presenza di forestieri che potessero minare la tranquillità degli abitanti. Infatti era consentito ai forestieri di vendere frutta o altri generi non prima dell’ora nona e solo nei luoghi stabiliti; chi avesse permesso loro di vendere nella propria casa o bottega, fuori del luogo fissato, avrebbe dovuto corrispondere ad una pena, sia pur leggera (cap.68). Quindi, i ‘Capitula’ redatti per l’ università di San Bartolomeo in Galdo, prevedevano pene sia per chi trasgrediva gli ordini, sia per chi ne era complice (cap.30). Erano previste pene anche per coloro che accusavano un uomo e una donna della Corte del detto castro di qualche crimine e non potevano provare la stessa accusa e per coloro che accusavano qualcuno e non erano in grado di provare l’accusa con testimoni idonei (cap.32). Tutto questo mette ben in evidenza come il nuovo borgo era animato da uno spirito democratico, basato sulla collaborazione tra il monastero e i rappresentanti della comunità, i quali si impegnavano affinché tutti vivessero nel pieno rispetto delle leggi. La vita a quei tempi, per la nostra gente, era dura: si lavorava sodo, ci si alimentava male, si viveva nei disagi; le azioni più comuni della vita quotidiana e del lavoro abituale, si ripetevano uguali e immutabili come cerimonie religiose. Si viveva soprattutto in campagna, quasi in comunione con gli animali domestici, entro spazi davvero ridottissimi. Per alleviare il peso della fatica di andare e tornare dal podere, l’asino e il mulo diventano compagni indivisibili. Ma è la religione che rappresenta il più forte cemento di coesione; sopportare le prove e fare la volontà di Dio diventa quasi un habitus naturale, che sorregge la disposizione all’accettazione del destino. E San Bartolomeo in Galdo deve molto proprio alla religione, o meglio ai religiosi: i monaci del monastero di S. Maria del Gualdo che hanno permesso la sua “rinascita”. Come si può evincere dagli Statuti, a San Bartolomeo in Galdo, verso il 1380, esistevano già delle piccole aziende agricole con vari lavoratori salariati: gualani, stallieri, domestici. Quindi, già a quei tempi, le attività più diffuse erano quelle agricole. Questi lavoratori lavoravano nelle loro aziende familiari, o presso altri datori di lavoro. In queste zone, come già detto, il gualano ricopriva un ruolo specifico. Infatti, mentre altrove con il termine gualano si indicava generalmente colui che lavorava in una masseria, senza specificare il suo ruolo specifico, nella Valfortore il gualano era l’addetto al governo del bestiame , e in particolare dei buoi. Nelle aziende familiari, il compito del gualano era ricoperto dalla persona più valida della famiglia: per i buoi che lavoravano era necessario un trattamento particolare sia di governo che di affetto nel richiamo e di determinazione in caso di riluttanza. Ma il gualano conosceva bene il carattere dei propri buoi e sapeva come comportarsi nei loro riguardi. Esisteva inoltre anche un capo-gualano, che aveva funzioni gerarchiche nei confronti dei dipendenti della masseria, poiché organizzava e controllava il lavoro rispondendone verso il massaro. I lavoratori salariati venivano assunti mediante un contratto di lavoro, solitamente stipulato l’11 novembre, festa di S. Martino; questo contratto prevedeva delle clausole che riguardavano lo scioglimento anticipato del contratto stesso (cap.69 degli Statuti). Lo stesso trattamento riguardava anche gli stallieri e i domestici, le cui condizioni di vita, al pari dei gualani, erano molto dure. Alle dure condizioni di vita, bisogna aggiungere i danni ambientali e i danni che anche gli animali potevano arrecare ai campi; il bestiame che erra nei campi è un devastatore, si moltiplicano per questo i “divieti”, cioè i luoghi preclusi al passaggio e al pascolo degli animali. E l’impoverimento delle terre rappresentava il danno più grave per l’economia medievale: significava vivere un altro anno tra stenti e miserie. Ma gli Statuti di San Bartolomeo in Galdo prevedevano delle pene anche per chi lasciava incustoditi gli animali nei campi (capp.17-18-19-20-45). Anche negli statuti di Caiazzo, altro paese appartenente al regno di Napoli, oggi in provincia di Caserta, risalenti al XV secolo e quindi posteriori a quelli sanbartolomeani, al capitolo V prevedevano cose simili. Quindi, gli abitanti di San Bartolomeo vivevano seguendo regole non molto diverse da quelle vigenti nel resto del regno di Napoli.
Nonostante una vita così dura e segnata dalle privazioni, vi erano al tempo anche quelli che potremmo definire dei passatempi: la taverna e il gioco d’azzardo. La taverna, solitamente una stanza buia ed umida, era un luogo frequentato dagli uomini, dove ci si incontrava nei giorni di festa, per scambiarsi le proprie esperienze, ma anche i propri guai e per bere un bicchiere di vino insieme agli amici… La taverna rappresentava il centro sociale per eccellenza: essa non riuniva solo gli uomini del villaggio, ma anche i forestieri, diventando così un nodo essenziale nella rete delle comunicazioni. Le notizie, apportatrici di realtà lontane, di miti, di leggende, vi si diffondono e così le conversazioni vi formano le mentalità. Gli uomini che si trattenevano nella taverna più del solito, sia di giorno che di notte, e che erano chiamati per qualche causa nella Corte, non dovevano essere accolti né come testimoni né bisognava prestare loro fede alcuna (cap.70). Oltre alla taverna, in questi borghi rurali, esistevano anche altri luoghi di incontro, come ad esempio il mulino, dove fare la coda, aspettare la farina, dava modo alle persone di stare un po’ insieme e scambiarsi qualche parola. Ma, per quanto riguarda il funzionamento dei mulini, secondo gli Statuti di San Bartolomeo in Galdo, aveva sempre la priorità quello della Corte (cap.31). Un altro passatempo diffuso a quei tempi era il gioco d’azzardo, giocato soprattutto nelle case, dove era possibile far circolare più liberamente il denaro. Ma il gioco d’azzardo era un vizio che aveva le sue vittime in tutti gli strati sociali e per liberarsene, si ricorreva a volte ad un estremo rimedio: il giocatore si impegnava solennemente, in presenza di testimoni e con un atto notarile, a non giocare mai più o a giocare soltanto moderatamente ed in certe condizioni, stabilendo una penale se avesse mancato all’impegno. A San Bartolomeo, a riguardo va fatto riferimento al cap.10. Un altro capitolo importante è il cap.12 che fissava la pena per chi facesse gesti triviali nei riguardi di qualcuno . È questo un aspetto molto importante della mentalità medievale, secondo la quale ogni gesto è gravido di significato e di impegno, per questo era considerato scandaloso fare gesti triviali in pubblico. Anche negli Statuti di Benevento del 1588, nel terzo libro relativo alla parte penale, al cap.I è prevista una cosa simile. Come possiamo notare, varie aspetti della vita sanbartolomeana hanno dei riscontri con quella di altri paesi i cui Statuti sono posteriori rispetto a quelli concessi al borgo nascente nel 1360 e quindi, non a torto, possiamo dire in alcuni casi, che i ‘Capitula’ redatti dall’abate Nicola da Cerce in collaborazione con l’Università di San Bartolomeo, siano espressione di esperienze più vaste e meno provinciali. Come possiamo notare, il nuovo casale di San Bartolomeo in Galdo, con l’acquisizione dei ‘Capitula’, assume un nuovo aspetto; si appresta a diventare un vero e proprio paese, con tanto di ordinamenti e una propria vita amministrativa. Tutto questo contribuì a richiamare sempre più gente dai borghi limitrofi e a far sì che l’abitato si espandesse sempre più. La cittadina rimase sempre un feudo ecclesiastico, legato al monastero di S. Maria del Gualdo. La giurisdizione civile sulle cause di primo grado appartenente al monastero fu esercitata in S. Bartolomeo, per cui la Corte di S. Bartolomeo in Galdo divenne la Corte del monastero, mentre la giurisdizione criminale fu esercitata dapprima da un signore laico di nomina regia, con potestà di spada e con le quattro lettere arbitrarie; in seguito passò dall’uno all’altro signore con il semplice assenso del viceré. Ben presto, San Bartolomeo in Galdo divenne il centro più importante e più popoloso del territorio appartenente al monastero del Gualdo, tanto che, già agli inizi del secolo successivo, spesso cominciò ad utilizzarsi la denominazione, allora impropria, di ‘badia di San Bartolomeo in Gualdo’ in luogo di ‘badia di Santa Maria del Gualdo’, che divenne ufficiale solo a partire dal 1507. Quindi, San Bartolomeo in Galdo assunse il ruolo di “capoluogo” della Valfortore già nel XIV secolo e continua a fare “bella mostra di una assai bella e popolosa terra, la quale anche ai nostri giorni ammirasi situata sopra un colle verso austro e mezzogiorno, alle cui radici scorre il suddetto fiume Fortore”.