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Un’altra puntata del viaggio nella storia dell’Istituto del Calvario e di mons.Pepe, questa terza parte concerne l’opera caritativa: la Casa di riposo e di cura.

Giovanni Pepe non merita solo l’attenzione che si deve ad un uomo di Chiesa dedito alla funzione educativa dei seminaristi e alla collaborazione attiva del ministero pastorale dei vescovi, o all’espletamento scrupoloso di compiti di censore, ma s’impone anche per il suo particolare zelo di carità, che realizzò in maniera esemplare soprattutto nell’ambito della sua terra. Egli concepì, a parte le iniziative legate alle attività delle Suore della Carità per l’educazione e l’assistenza di bambine e ragazze, il disegno di un’istituzione benefica, capace di dare al paese un punto di riferimento alle speranze di anziani, bisognosi di aiuto e di infermi senza conforto: la Casa di riposo e di cura “Gesù Redentore”. A tal fine fondò un bollettino trimestrale intitolato appunto ‘All’ombra della Croce’ (Anno I, n.l gennaio-marzo 1929), con direzione e amministrazione in Fano, dove egli era Rettore del Pontifìcio Seminario Marchigiano “Pio XI”, ma con una destinazione precisa alla gente del Circondario di S. Bartolomeo in Galdo e della sua Diocesi di Lucera, e non solo alla gente ancora presente e operante in patria, ma anche e soprattutto a quella emigrata negli Stati Uniti d’America, che egli sapeva legata al paese di origine da vincoli indissolubili.
Di qui l’appello agli emigranti prima e più che ai compaesani rimasti in patria, attraverso un’attenta e continua mozione degli affetti: Venite ad me omnes.
“Questa grande confortatrice parola di Gesù (…) noi abbiamo fatto incidere in fronte a questo periodico – scrive G Pepe in apertura del suo discorso di sollecitazione – con la segreta speranza nel cuore di poterla vedere un giorno non lontano incisa a carattere indelebile sul frontespizio del soave rifugio degli afflitti e dei malati che dovrà sorgere nel caro nostro paese nativo”.
La motivazione dell’opera si concreta nella volontà di una elevazione progressiva degli umili sino alle più alte vette della vita civile sulla base di sentimenti cristiani di compassione e di carità e di misericordia e di amore. Pepe, da umile figlio di S. Bartolomeo in Galdo che non dimentica i compaesani lavoratori dei campi, a loro manda il suo messaggio
“…sia che essi lavorino fidenti nel natio luogo, sia che spendano le loro robuste energie in terra lontana con l’animo rivolto alla dolce famigliola lasciata in povera casuccia, forse non propria e obbligata per avere a fecondare col sudore e con le lacrime lo sterile campicello preso in affitto dai ricchi.”.