L’ultima puntata del viaggio nella storia dell’Istituto del Calvario e di mons.Pepe, questa terza parte concerne l’opera caritativa: la Casa di riposo e di cura.

Ad un certo punto Pepe dovette volgere la costruzione ad altro fine perseguibile, per non lasciarla inutilizzata ed esposta alla degradazione. Vi installò le Suore della Carità perché potessero servirsene per i loro scopi educativi, specie nel settore della scuola materna, e per le loro attività di formazione domestica di fanciulle e giovanotte. Le malignazioni ora avevano un punto d’ appoggio, potevano polarizzarsi sulla nuova destinazione d’uso; ma non avevano consistenza quando toccavano altri aspetti, che mettessero in dubbio i propositi di beneficenza e di carità del sacerdote. La verità emerse dopo la sua morte: 30 agosto 1955, S. Bartolomeo in Galdo, Vico S. Giovanni n. 32 (come risulta dal Registro degli atti di morte del Comune). E, all’apertura del testamento olografo davanti al notaio Colabelli ( redatto il 20 settembre 1953 e affidato al prof. Francesco Ziilante), si venne a conoscere che egli aveva nominato erede universale di tutti i suoi beni l’Istituto delle Suore della Carità sotto la protezione di Santa Giovanna Antida Thouret per il proseguimento dei fini religiosi e di cristiana educazione della gioventù a totale esclusivo benefìcio del paese nativo, riservando alla sorella Carmela, che aveva donato all’opera pia dote e corredo, l’usufrutto della sua casetta in via Pasquale Circelli 33, e dei terreni a lui intestati .
Le suore svolsero degnamente la loro opera. Ma poi il processo di “modernizzazione” e la trasformazione del comune rurale di S. Bartolomeo in comune urbano, con la conseguente attivazione di istituzioni educative statali e di altri interventi privati nel settore coperto dalle suore in sintonia con la promozione economica sociale e civile delle famiglie riducono gradualmente a funzione marginale le loro iniziative pedagogiche, tanto da svuotare quasi del tutto il grande edificio del Calvario. Le suore rimaste, senza più bambine e giovanette da educare si vedono costrette a trovare il necessario per vivere dall’affitto dei locali, riservando a sé pochi vani. E così fanno ricorso ad un contratto di comodato, cioè di prestito d’uso, che ha per elemento caratteristico la gratuità. Il soggetto comodante è l’Istituto delle Suore della Carità, mentre il soggetto comodatario è una Società a responsabilità limitata “Leonardo Bianchi – Center” con sede in S. Bartolomeo. La durata del comodato è a tempo indeterminato e comunque non inferiore ai 25 anni a partire dal 20 marzo 1989. Così una società privata di medici raccolti in un Centro di ortopedia fìsiokinesi terapia, riabilitazione, accertamenti diagnostici di laboratorio, cardiologia, neuropsichiatria, day- hospital costituisce, oggi, il termine ultimo di un tragitto di sogni e di speranza per quella che doveva essere la Casa di riposo e di cura, che vide attivata la carità di molti uomini, che la sognarono e per essa si sacrificarono. Questa l’ultima destinazione d’uso ha aperto la ferita che sembrava rimarginata. E il Calvario è andato nuovamente al centro di grosse polemiche. Il Comune è intervenuto a contestare la nuova iniziativa con finalità di lucro e a rivendicare gli scopi filantropici e caritativi per i quali aveva donato il suolo pubblico nel 1924. La controversia è aperta. E non pare che l’intervento del Comune sia andato al di là di un gesto formale. È possibile, quindi, che la società comodatana resta ad usufruire degli ambienti costruiti con le risorse dei poveri, degli emigrati e con l’impegno personale e patrimoniale di Giovanni Pepe.