Un’altra puntata del viaggio nella storia dell’Istituto del Calvario e di mons.Pepe, questa prima parte concerne l’epoca storica e la vicenda umana di mons. G. Pepe

Nel 1914 Giovanni Pepe passa al Seminario Regionale di Chieti, dove insegna Filosofìa, Patristica, Religione, Catechetica e Sacra Eloquenza insieme con l’espletamento della funzione di bibliotecario. Rimane a Chieti sino alla fine dell’anno scolastico 1918-19, allorché, su richiesta dell’arcivescovo di Benevento Mons. Ascalesi (in qualità di Amministratore Apostolico di Lucera) è chiamato a Lucera a riaprire il piccolo Seminario e a continuarvi l’attività docente. Pepe a Lucera vi rimane per circa quattro anni (1920-24) in cui svolge diversi incarichi come giudice prosinodale nel tribunale ecclesiastico, censore dei libri, membro del consiglio di vigilanza, membro della commissione per l’arte sacra, commissario per i documenti e i monumenti. Contemporaneamente nel 1924 presta la sua opera nella diocesi di Benevento come segretario dell’ E.mo Card. Are. A. Ascalesi, come giudice prosinodale, commissario per gli esami di predicazione, per la revisione dei casi morali e liturgici, ed in fine come insegnante nel Seminario Arcivescovile e professore di Teologia morale. Il 7 marzo 1924 Ascalesi è trasferito a Napoli, anche Pepe lo segue continuando ad essere suo segretario, e trovando anche il tempo di insegnare Filosofia nell’ Ateneo Pontificio beneventano e nel Liceo Arcivescovile di Napoli, senza trascurare l’Azione Cattolica e l’opera di fondazione di Circoli giovanili. Nella situazione agitata e convulsa del dopo guerra la Chiesa si presenta al mondo come l’unica forza capace di offrire all’umanità sofferente una carica rigeneratrice attraverso un impegno sociale a favore dei reduci disorientati, delle famiglie disperse e disgregate, degli anziani e degli orfani abbandonati. Proprio in questi anni (1922 e ss.) nasce in G. Pepe l’idea di costruire nel suo paese natale una Casa di cura e di riposo per gli anziani, per alleviare le loro sofferenze e garantirgli un posto sicuro nella vecchiaia. Infatti più tardi scriverà, a ricordo della loro umile condizione di vita:
“Alle volte mancava nella ristretta casuccia, persino lo spazio per il misero loro giaciglio; mancava il posto accanto al focolare domestico (…); mancava principalmente quella serena tranquillità che fa sprigionare dal cuore apparentemente gelido dei vecchi il canto fervido dell’amore, mentre cullano sulle loro ginocchia i figli dei loro figli.”
L’esperienza di collaborazione con Ascalesi si chiude nel 1928, allorché Pepe è mandato a Fano, dove resta fino al 1931, come Rettore del Pontifìcio Seminario Regionale Marchigiano “Pio XI”. Nella nuova sede fonda un periodico trimestrale (“All’ombra della Croce”) con cui fa conoscere il suo progetto di cura per gli anziani, ai compaesani emigrati. A Fano egli si trova a vivere uno dei momenti più importanti del rapporto tra lo Stato italiano e la Chiesa. Infatti sono gli anni del Concordato. Con esso si assicura alla Chiesa: la riconosciuta autorità del clero in tutte le cerimonie; l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole; l’esonero della leva militare degli ecclesiastici; la reintroduzione dei crocifissi nelle scuole e negli ospedali, ecc… Questi furono anche gli anni più delicati del rapporto tra la Chiesa e il fascismo. Infatti poco dopo la stipulazione degli accordi si ebbe una forte tensione tra lo stato fascista e la Chiesa, circa l’educazione della gioventù.
II regime pretendeva di riportare anche il problema educativo alla logica totalitaria. Ma Pio XI replicò vivacemente contro i limiti del molo educativo dello Stato e ribadì la sovranità della Chiesa nella educazione della gioventù. Tale resistenza provocò ovunque episodi di violenza e di devastazione di circoli cattolici da parte di squadre fasciste. L’enciclica “Non abbiamo bisogno” di Pio XI sembrò scavare un fossato sul terreno della riconciliazione. Nel momento cruciale della battaglia, G. Pepe è in contatto con la Segreteria di Stato (Cardinal Pacelli), col Prefetto dei Seminari (Cardinal Bisleti), e perfino col Papa, per sintonizzare il suo cuore e la sua mente con quella della Chiesa:
“Mentre il suo cuore paterno – scrive Pepe – rivivendo l’angoscia di tutti i figli Suoi perseguitati, è afflitto da profonda e acuta tristezza, noi che viviamo all’ombra protettrice di questo grande Istituto che della Santità vostra porta il nome, raccolti tutti ai piedi dell’Altare, preghiamo incessantemente il Divin Salvatore che affretti l’ora della pace e del trionfo dei santi ideali di bene per la gioventù carissima, pupilla degli occhi Suoi, e per la medesima patria nostra. Fremono i nostri cuori nell’ascoltare l’accento accorato delle sue proteste; si commuove teneramente il nostro animo e si accende di affetto immenso per la Santità Vostra nel riflettere le sue parole invocanti perdono e misericordia per gli stessi erranti”.
Eppure, all’ atto della firma del Concordato, egli aveva plaudito all’opera di pacificazione del fascismo e si era recato a S. Bartolomeo per compiere il suo dovere di cittadino italiano votando per il plebiscito. E avrebbe favorito la partecipazione al voto, nei rispettivi luoghi di origine, dei Seminaristi, se a una sua domanda, timorosa di far cosa che potesse dispiacere in alto, il Segretario della Sacra Congregazione dei Seminari, Ernesto Ruffìni, non avesse risposto: i seminaristi devono studiare. Perciò è facile capire la sua amarezza per il conflitto insorto nel 1931 per il problema fondamentale dell’educazione dei giovani: una delusione grande. Ma i termini della concezione pedagogica statalista e totalitaria del regime erano eterogenei e contrari alla sua visione cattolica della vita. Di qui la necessità spirituale di stringersi al Pontefice e con le parole toccanti della lettera citata, alla quale il Santo Padre, per mezzo del suo Segretario di Stato Cardinale Eugenio Pacelli, rispose con le parole di gratitudine:
“II Santo Padre nel profondo dolore di questi giorni (quelli dello scioglimento delle Associazioni Giovanili), grande consolazione ha tuttavia ricevuto dagli omaggi, dalle promesse d’obbedienza e fedeltà, dalle preghiere dei suoi figli sparsi per tutto il mondo. Ma tanto più grande è il conforto che Gli giunge da parte dei figli più cari ed al paterno suo Cuore più vicini”
Ma il 3 settembre 1931 1′ “Osservatore Romano” pubblicò un comunicato ufficiale in cui si dichiaravano i termini di un accordo tra il Governo italiano e la Santa Sede secondo i quali l’Azione Cattolica rinunciava a svolgere attività politica o sindacale, per concentrare le sue energie a finalità religiose e ad attività educative e ricreative (non di tipo atletico o sportivo). Il ‘Ver Picenum’ ispirato dal Pepe, poté cantare vittoria:
“L’aveva detto il Maestro:- Vobiscum sum … Nolite timore -, e la vittoria venne e tomo la pace. La verità aveva fugato le tenebre, gli equvoci le calunnie. Quelli che non vedevano e quelli che non volevano vedere si arresero dinanzi all’evidenza dei fatti”.
Col ritorno della pace, G. Pepe si riconcilia col regime, ma sempre in funzione delle sue finalità religiose, perché per lui non l’autoritarismo della dittatura, ma l’autorità della Chiesa era il primo e l’ultimo principio di ordine.