Un’altra tappa del viaggio nella storia dell’Istituto del Calvario e di mons.Pepe, questa seconda parte concerne la produzione culturale.

È un dialogo che Pepe pubblica sul periodico ‘Ver Picenum’ in tré momenti successivi tra il 1929 e il 1931. In esso si mette a confronto la “filosofìa di moda” (moderna) e la “filosofìa perenne” (classica). Lungo tutto il dialogo c’è un maestro che comunica, spiega, chiarisce, distingue, precisa, e un discepolo, Guido, che si è lasciato sedurre dalla “filosofìa di moda” del bergsonismo e del neoidealismo e vorrebbe indurre il maestro ad aprire la sua mente a nuove vedute. Il tentativo del discepolo non riesce. Nella prima conversazione il maestro riconosce la funzione storica dell’intuizionismo di Bergson, ma si ferma qui.
“La filosofia che tu decanti – dice al discepolo – e che è stata applaudita dovunque, ha il merito grande di aver fatto sprigionare da mille petti il grido di liberazione contro il positivismo e il determinismo scientifico della passata generazione e di aver genialmente interpretato il sentimento della parte migliore dell’Europa e del Nuovo Mondo che, insoddisfatto di vivere sulle basse paludi del senso, aspirava a slanciarsi più in alto e a sollevarsi verso il cielo. Ma, tolti questi pregi, del pensiero nuovo non resta, dopo una matura riflessione sul suo contenuto, che un vago monismo spiritualistico ed evoluzionistico, ricco di contraddizioni e d’incoerenza”.
Guido attribuisce il severo giudizio del maestro, circa la filosofìa bergsoniana, alle sue vedute astratte, universali e alle sue critiche troppo intellettualistiche che impediscono – afferma Guido – “di penetrare intimamente nella ricchezza multiforme dell’intuizione bergsoniana” . Il maestro non tarda a mostrare al discepolo che la filosofìa da lui sostenuta, facilmente cade in contraddizione. Lo stesso Bergson afferma che “l’intuizione ha bisogno della dialettica per poter essere dimostrata vera”, quindi, se da un verso Guido accusa il maestro di chiusura mentale e di arretratezza, dall’altro la filosofìa da lui elogiata si serve proprio di concetti e categorie della “filosofìa perenne”.
“Per filosofare – afferma il Maestro – bisogna pensare e usare quindi concetti e giudizi Ogni filosofia, infatti, da al suo sistema un valore che oltrepassa sempre il momento fuggevole della sua attività spirituale. Egli si pone, perciò, anche senza volerlo, in un punto di vista universale ed eterno, ed afferma la stessa sua esperienza vissuta con concetti fissi e permanenti. Senza di questi non si costruisce una dottrina; si vive solo l’attimo che fogge. E non è filosofo colui che vive, bensì quegli che è capace di riflettere sulla vita; non chi è travolto dal fiume del tempo, ma chi ha il potere di dominarlo, ponendosi in alto per scrutare il movimento immenso e complesso che in sé lo comprende. L’intuizione può rivelarci solo un frammento della realtà, il pensiero, invece, eleva quel frammento ad una luce superiore dov’esso entra in relazione con l’universo intero” .
In Bergson – dice Pepe – l’intuizione è parte e tutto, la vita è materia e spirito, lo slancio vitale è inerzia fisica e attività spirituale, la durata è stasi e divenire, perché l’equivoco di fondo è un’idea di creazione, che non ha nulla dell’atto divino della filosofia perenne, ma è un fenomeno continuo e inarrestabile che si verifica nella realtà stessa, immanentisticamente, in contrasto perenne con l’inerzia della materia che è parte della stessa realtà:
“La creazione è attività continua della corrente vitale. Non c’è per Bergson un Ente che crea ed una cosa che è creata, perché questi per lui sono vecchi concetti statici e morti! L’idea della creazione si confonde con quella della durata, che tu hai ben presentato come movimento ininterrotto, eterogenità qualitativa, originalità e imprevedibilità per essenza, variazione perenne, ricchezza inesauribile e sempre nuova. Il principio creativo diviene, muta e dura anch’esso. Ora questa durata irreversibile e imprevedibile non può evidentemente essere divina che in senso monistico e panteistico”.
Tutte le tematiche e problematiche della filosofia di moda possono trovare la loro collocazione e soluzione razionale nell’ordine della “filosofìa perenne”, alla cui luce non si vedono più figure antropologiche della divinità:
“Da tempo noi abbiamo buttato a mare tutti i vecchi miti orientali e greco- romani di numi iracondi e gelosi e abbiamo accolto ormai da millenni l’idea purissima di Dio Provvido, che, mentre trascende gli angusti limiti del mondo, è tuttavia in esso sempre intimamente presente col suo essere e con la sua azione. In Lui possiamo dire, col genio ispirato di S Paolo, di vivere e di soffrire e in noi e per noi Egli partecipa al dolore universale. Se non riusciamo a comprendere le nascoste ragioni del dolore e del male nel mondo e a sciogliere il terribile enigma che ha angosciato il cuore della parte migliore dell’umanità in tutto il corso della sua storia, siamo capaci però anche noi di porci in alto e di guardare organicamente la realtà universale, interpretandone lo svolgimento e i fremiti non con lo slancio cieco di una coscienza che, senza finalità, si fraziona e si distende nelle oscurità di gallerie sotterranee, ma con gli ordinamenti di una Ragione suprema, la quale, mentre spinge gli organismi particolari a raggiungere col loro svolgimento il fine loro assegnato, coordina tra loro tutti gli esseri, viventi e non viventi, con una indivisibile unione di attività e finalità comune. Anche noi guardiamo sinteticamente lo sviluppo progressivo della storia del mondo umano e vi riconosciamo non un insieme caotico di fatti bruti connessi da un qualsiasi legame esterno, ma un disegno razionale che si realizza attraverso ombre e affanni; anzi vi scorgiamo un’ascensione graduale che si afferma e si consolida pur fra arresti e regressi, che a noi sembrano disarmonie e incoerenze”.
L’argomento della seconda conversazione di Guido col suo maestro è incentrata sul neoidealismo crociano e gentiliano. Il maestro pur riconoscendo i “meriti effettivi” di B. Croce e di G. Gentile non tralascia di cogliere col suo acuto spirito critico le assurdità delle loro concezioni fìlosofìche intorno a problematiche importanti.
“Nessuno meglio di noi vecchi – asserisce – stanchi di lottare contro la filosofia materialistica e agnostica-positivistica imperante nella seconda metà del secolo scorso, ha apprezzato nel suo giusto valore questo nuovo movimento di pensiero. Eravamo addirittura oppressi sotto il peso dell’arido materialismo scientifico meccanicista e determinista e sentivamo il bisogno di sollevarci ad una concezione più alta della vita, alla visione ampia e luminosa, organica e comprensiva di una realtà diversa dalla tanto decantata materia. Or tale è appunto lo spirito, bene messo in valore da forti pensatori italiani, meridionali specialmente, amanti della luce e delle bellezze ideali, cantori fervidi della inesauribile vitalità del pensiero umano (…). Questa nostra schietta ammirazione per i meriti effettivi di B. Croce, di G Gentile e dei loro numerosi seguaci non ci ha vietato tuttavia di mettere a nudo con coraggio e franchezza e con costante spirito critico l’inconsistenza e assurdità delle loro concezioni filosofiche intorno ai problemi centrali della conoscenza e della realtà, della morale e della religione”.
I temi che gli sembrano più assurdi sono: a) la recisa negazione di ogni realtà esterna, distinta dall’atto del pensiero; b) l’affermazione altrettanto recisa che il pensiero è la sola realtà concreta, l’unico Soggetto autocosciente che pone e crea se stesso e in sé risolve tutti i soggetti empirici; e) la supposizione (specialmente gentiliana) che l’arte è soggettività e liricità dello spirito e la religione è l’esaltazione dell’oggetto concepito come trascendente e divino nella coscienza del mistico e del santo; e che sia l’arte sia la religione siano destinate a risolversi nella filosofia, sintesi autocosciente di soggetto e oggetto. In fine il maestro respinge la negazione del Dio trascendente, ridotto a mito, come la creazione del mondo, la sostanzialità dell’anima, l’immortalità dell’Io individuale.
“Quando volgiamo il pensiero al mondo fisico, agli uomini reali e viventi, alla storia effettiva dei popoli, alla realtà della Prima Causa, ce ne formiamo un concetto che è nostro, esclusivamente nostro, e come tale è dentro di noi; ma non ci sognarne mai di dire che sono nostra creazione anche i fatti del mondo fisico e umano, gli avvenimenti della stona, la natura dell’Essere Divino”.

La pubblicazione di un libro di Giovanni Papini, Gog, offre al maestro di tornare sulla polemica contro l’idealismo e di conversare per la terza volta con Guido. Gog è il nome di un personaggio biblico citato in una visione dell’Apocalisse (20,8), contro di lui l’autore dell’Apocalisse pronuncia il castigo. Il discepolo, non riuscendo a smuovere il maestro dalla sua posizione, cambia atteggiamento e propone, ritenendolo possibile, l’utilizzazione del pensiero neoidealistico per difendere le perenni posizioni fondamentali dell’insegnamento fìlosofìco cristiano, sull’esempio dei giovani cattolici, come Luigi Stefanini. Ma il maestro ribatte che anche questi giovani hanno le loro gran riserve sui temi e problemi nodali. Nonostante questo tentativo il maestro non si sposta dai baluardi della sua filosofia perenne:
“noi anzianotti non sappiamo persuaderci come alcuni fra noi possano guardare con molta simpatia un movimento di pensiero che sbocca in pratica nella negazione più radicale del valore perenne della scienza e della morale e scalza dalle fondamenta ogni vero sentimento religioso”.
Accettando l’idealismo neo-hegeliano “non resta più nulla di immutabile, fisso, permanente sia nella scienza che nella morale”. Ancora meno accettabile è la posizione assunta dalla filosofia neo-hegeliana di fronte al problema religioso: “la religione è riconosciuta soltanto come forma inferiore dello spirito destinata a sparire con l’ulteriore progresso della coscienza individuale; è rispettata solo come filosofia elementare e provvisoria”. Inoltre “il vero Dio è (…) l’uomo stesso e la religione vera è filosofia”. Questa deformazione del sentimento religioso non corrisponde alla religione in cui l’umanità intera ha creduto, e con le parole di un maestro, P. Zacchi, Pepe afferma:
” l’umanità, dal fondo delle sue tristezze, dei suoi smarrimenti, e delle sue miserie non ha chiesto aiuto unicamente a se stessa, non ha fatto appello unicamente alle proprie energie e riserve, ma si è rivolta a un Essere, che è la sorgente suprema di ogni forza, di ogni vero, di ogni bene. Questo Essere può averlo sentito presente nel suo pensiero e nella sua coscienza come nelle meraviglie dei cieli e nelle bellezze della terra, ma sempre come distinto da se stesso. Distinto, dico, non mai lontano. Che l’umanità ha sempre sentito e ora alla luce del Cristianesimo sente ancora di più che Dio, dopo averci creato, non ci ha abbandonato a noi stessi, non è indifferente ai nostri sforzi e alle nostre lotte Ha sempre sentito e sente ancora più che Dio è la forza che ci attrae, ci muove, ci sostiene; che in esso viviamo, ci muoviamo, esistiamo, che divina è la realtà in cui operiamo, divina l’atmosfera in cui respiriamo (…). Nulla posso da solo; posso tutto con Dio”.
In conclusione possiamo riportare le parole di Savatore Garofalo, un collega d’ insegnamento che conosceva bene lo spirito di dedizione alla scuola e alle opere di carità di G. Pepe: la sua scienza si concretava operosamente nel dono didattico.
“Più che dare pubblico saggio della sua scienza in numerose e ponderose pubblicazioni, preferì dedicarsi tutto all’insegnamento e soprattutto a ispirare agli alunni la passione degli studi sacri. Molti giovani egli preparò e incoraggiò a quegli studi severi per i quali egli ebbe sempre la nostalgia. Si spese tutto a servizio degli altri e soprattutto dei suoi Vescovi, ai quali offrì una collaborazione intima, intelligentissima e valida”.