DA RIVISTA “SAMNIUM” ANNO XXV GENNAIO-APRILE 1952 N. 1

Il 4 agosto 1861, l’Intendente Pacces che da circa quattro mesi governava il Circondario di S. Bartolomeo in Galdo, da poco formatosi, con sedici Comuni distaccati dalle provincie di Molise, Capitanata e Principato Ultra, inviava le sue dimissioni alla Luogotenenza del Re. Luogotenente nelle provincie napoletane, dal 14 luglio di quell’anno, era il generale Cialdini che aveva sostituito il conte Gustavo Ponza di S. Martino con un programma politico diametralmente opposto: conciliare e favorire i liberali, respingendo ogni accordo con l’alto elemento borbonico e clericale, col quale riteneva assurda ogni intesa (v. L. ZINI, Storia d’Italia dal 1850 al 1866, I, 2 Milano, Guigoni, III, Lanciano e Veraldi, 1908, p. 210 e segg.).
Conseguenza di questo mutato atteggiamento, il rincrudirsi del brigantaggio alimentato dalla deficiente organizzazione politica e amministrativa delle nuove provincie e dalla scarsa forza militare accentrata in gran parte nei capoluoghi e la depressione dei più che vedevano i briganti avere larga aderenza nella plebe e consideravano che « non riuscendosi felicemente in un attacco, avessero a rimanere vittime dell’atroce crudeltà di quegli uomini di sangue, essi, le loro famiglie e le loro case » (Arch. St. Napoli, Alta Polizia, fasc. 180. Relaz, del segr. gen. Aquara del Governo di Benevento al Dicastero Interni e Polizia (29 luglio 1861).
Tale reazione, sensibilissima nel Circondario di S. Bartolomeo in Galdo, determinò le dimissioni ora ricordate. Causa determinante, una veemente lettera del maggiore generale Pinelli (Su Ferdinando Pinelli, n. a Roma nel 1810, m. a Bologna il 5 marzo 1865, valoroso, colto ed energico soldato nel periodo cruciale del nostro Risorgimento, ma dotato di carattere violento ed impulsivo, v. G. C. Ferrari, in Diz. del Risorg. Naz., III, Milano, Vallarli, 1933 ad. n. ) allora comandante la 3a Brigata di Linea accampata in Sansevero, lettera che non risparmiava all’Intendente rimproveri ed accuse di incapacità e. di responsabili inframmettenze che avrebbero causata la cattura di venti soldati piemontesi del 62° Fanteria da parte dei briganti i quali avevano invaso Colle Sannita. L’episodio si era verificato la notte del 1° agosto 1861, ed era stato preceduto in tutto l’ambito del Circondario e della stessa Provincia, da sempre più allarmanti avvenimenti dei quali l’Intendente si era reso invano, minuzioso e preoccupato espositore.
Fin dall’aprile di quell’anno, il Pacces, infatti, si era lagnato dell’abbandono in cui dal Governo era lasciato il Circondario; l’Intendenza non aveva che un segretario ed un impiegato; il capoluogo « privo di regolare amministrazione postale, di telegrafo, di delegato di P. S., del comandante militare distrettuale e di qualsiasi forza e finanche di una casa e di un ufficio », mentre d’altro lato„ « inquieta » appariva la popolazione, crescente lo spirito rea-zionario fomentate dal clero e dalla classe benestante; malfida o inetta la Guardia Nazionale, male organizzata, peggio armata e soprattutto – affermava pur sempre l’Intendente (Arch. St. fase. cit., Relaz. 5 agosto 1861 ) «senza una scintilla di amor di patria ». Erano lagnanze comuni un po’ a tutti i governatori delle provincia meridionali e non solo dovute – come affermava il Cavour – al secolare spirito municipale – ma ai complessi problemi che mal si affrontavano o si risolvevano spesso rapidamente, in vaste provincie che la rivoluzione aveva profondamente sconvolte.
A questi mali, ma in misura del tutto insufficiente, si era sforzato di rimediare il Governatore della provincia, Carlo Torre (Carlo Torre (1812-1889) patriota e uomo politico, fratello del più noto Federico (1815-1892)), sarà in seguito, prefetto del Regno.) che per far fronte alle minacciose turbolenze dello scorcio di giugno e dei primi di luglio in Colle Sannita, Baselice, Castelpagano, Cercemaggiore, Castelvetere e in qualche altro comune, aveva inviata una colonna mobile del 62° Linea (50 uomini) del tutto inadeguata alla dilagante reazione. L’Intendente aveva da parte sua, tentato di mettere in efficienza la Guardia Nazionale, ma con esito pressocchè negativo. S. Marco dei Cavoli, per es., mobilitava soltanto tre uomini e sfiduciati i « due pur bravi capitani Ielardi e Ricci » – il primo, in verità di parte borbonica – si facevano esentare dall’incarico. La Guardia Nazionale di Molinara non dava alcun contingente attivo; anzi – affermava il Pacces – composta di contrari elementi, meritava di essere prontamente disciolta e disarmata (Pacces al Governatore Torre (8 luglio 1861) ); ordini perentori in altri comuni, compreso il capoluogo del Circondario, non avevano dato migliori risultati (Id. id. 13 e 15 luglio 1861. ). E tuttavia, la colonna mobile, per esigenze militari, venne ben presto richiamata (Torre a Pacces (14 luglio 1861) ). Di tale richiamo moveva aspri lamenti il Pacces quando il 21 luglio i briganti ne profittarono per penetrare in Castelpagano, disarmare la Guardia Nazionale, distruggere gli stemmi sabaudi e l’effige di Garibaldi, issare la bandiera borbonica, al grido di: viva Francesco II, saccheggiando poi varie abitazioni ed uccidendo una guardia nazionale (Pacces a Torre (21 luglio 1861). ). « Si persuada, signor Governatore – concludeva l’Intendente – e una volta per sempre, che questo Circondario è reazionario per eccellenza, e che le popolazioni sono tutte intente a correre alla rapina, aizzate da fanatici e da altre mene segrete, che non posso scoprire per mancanza del Delegato di P. S. Se il Governo avesse secondato le mie giuste premure, io avrei, sia certo, prevenuto gli attentati orditi, ed ora il Circondario non sarebbe immerso in scene luttuose che accrescono giustamente il malcontento, l’avvilimento e la pubblica sfiducia ».
Il 22 luglio, riconfermando gli avvenimenti del giorno precedente, aggiungeva: « Il Comune di S. Croce di Morcone trovasi nella massima costernazione perchè benanche minacciato. Ed infatti, nella sera del 19 tre guardie nazionali venivano aggredite nel vicino bosco ed una di esse ammazzata. Otto o dieci guardie nazionali appena, vegliano alla difesa del paese che è pronto ad aprire le porte ai briganti. I tristi insolentiscono e si beffano delle autorità locali; con viso arcigno le minacciano. I poveri funzionari locali hanno fatto di tutto come rianimare lo spirito pubblico e chiamare i cittadini alla difesa. Il Giudice, ripetute volte, ha fatto suonare le campane a stormo per radunare gente, ma nessuno è corso alle armi. Ha fatto fortificare un campanile per difendere la vita a caro prezzo, ma egli certamente resterà vittima ove non sia prontamente soccorso. Sono informato dal Sindaco di Baselice che ieri, la Guardia Nazionale di Colle Sannita, si imbattè a un punto, detto Toppo dei Felci, con ventisei briganti e dopo tre ore di conflitto, fu costretta a fuggire, lasciando morti sul terreno quattro militi.


Ieri sera la masnada scese a Mazzocco nella masseria dei signori Petruccelli di Baselice ai quali mandava un biglietto di ricatto chiedendo abbondanti viveri e prendendo tutto il formaggio e i latticini che ivi trovarono. Altri briganti si raggirano nel bosco di Castelvetere e nei dintorni. E’ inutile che io scriva alla Guardia Nazionale – mi senta una volta – essa non accorre alla chiamata e non so come chiamarla all’ubbidienza. Il turbine mi ronza intorno e temo che tutto il Circondario sarà gettato nella desolazione. Se i briganti assaliranno S. Bartolomeo in Galdo che è piùù popolato, io non potrò neanche difendermi e dovrò pazientemente rassegnarmi alla morte… ».
A queste nuove richieste di aiuto, il Governatore Torre inviava sul posto due compagnie del 62° di Linea, ma in semplice perlustrazione, avvertendo che era necessario, pur sempre, fondare sulla Guardia Nazionale e « peggio per essa se non saprà guardarsi dalle insidiose aggressioni » (Torre a Pacces (22-23 luglio 1861) ).
Quello che il Pacces prevedeva (aveva chiesto aiuti anche alle vicine forze di Volturara, a Campobasso e a Foggia) si avverò ben presto. La forte banda di briganti che stanziava al Toppo delle Felci, a due miglia da Colle Sannita, dopo aver ricattato i benestanti dei dintorni e sequestrata la corrispondenza ufficiale, giungeva a minacciare di morte lo stesso Intendente. Autorità e cittadini di Castelpagano di S. Marco dei Cavoti e di Colle Sannita, prendevano la fuga, e sicuri dell’impunità, nella notte fra il 1°, e il 2 agosto, una banda di briganti, circa 250, al comando di tal Nicola Collara, penetravano in quest’ultimo comune. La sentinella al corpo di G. N. nel prendere la fuga venne uccisa. Inalberata la bandiera borbonica, bruciato nella Giudicatura regia qualche processo e nell’archivio comunale qualche libro contabile, dopo aver assalito e disarmato un distaccamento di venti soldati, obbligarono questi ad assistere al Te Deum cantato dal clero locale (D. Antonio Mascia, Vicario foraneo; D. Nicola Campanile abate; i sacerdoti D. Michelangelo Zeolla, D. Angelo Mascia e D. Fedele D’Agostino ), funzione alla quale partecipò anche il giudice regio con i funzionari di cancelleria (Il regio giudice, accusato di connivenza con i briganti fu destituito su proposta del Segretario Generale per la Grazia e Giustizia, Michele Pironti (10 agosto 1861). – Il Governatore di Benevento, Gallarini assicurava esserci stata anche l’intesa della popolazione poichè “allorquando i briganti volevano, secondo il loro costume, saccheggiare ed incendiare il paese, taluni che erano sulla piazza forte vi si opposero dicendo loro che tra gli accordi presi eravi quello di dover rispettare la proprietà essendo solo stati chiamati a restaurare il Borbone ». (Relaz. 3 agosto 1861). La restaurazione borbonica in Colle durò quarantotto ore. Il 4 agosto la banda era riuscita, è vero, a respingere una colonna di G. N. mobile uccidendo qualche milite e fucilandone due, maa attaccata dalle forze del maggiore Gorini del 62° di Linea, fu sbaragliata. Quattro briganti fatti prigionieri, furono fucilati sul posto per esempio.)

l’Intendente di S. Bartolomeo in Galdo al generale Pinelli (Il 3 agosto 1861 ) – di modo che se non si corre a reprimerlo con la velocità del fulmine, si estenderà benanche alle contigue provincie. Il luogotenente Foresti che con altri 35 uomini del 62° di Linea, da S. Bartolomeo in Galdo ieri partiva per Colle, è stato costretto ad asserragliarsi nel vicino Comune di Baselice. Ivi però non potrà opporre lunga resistenza ove i briganti vadano ad assalirlo. Egli mi premura di scrivere a Lei e di chiederle aiuto, assicurando che vaste proporzioni prendono le reazioni parteggiandovi le masse tutte dei paesi. Nell’interesse, quindi, del Governo del Re, io la prego signor Generale, a far muovere dal Comando di Volturara o da altro vicino, una compagnia almeno delle truppe di suo comando, affinché possano restringere il movimento, e salvare quei venti compagni d’arma da certa morte. La cosa non ammette remora… ».
Le buone ragioni del Pacces e sopratutto quella di venire in aiuto dei soldati prigionieri dei briganti, vennero travolte da accuse e da offensivi giudizi dall’impulsivo generale che così rispondeva ( Porta la data: S. Severo, 4 agosto 1861 (A.S.N., fase. cit.).: « La di Lei lettera mi pervenne solo in questo punto e mi spiace doverle dire che la vera causa del disastro di Colle è Lei, con quella sua smania che sarebbe ridicola se non fosse funesta, di immischiarsi di cose militari. Bisogna essere scemo di cervello, per avventurare 20 poveri soldati in mezzo ai monti; a 12 miglia di distanza. Lei darà ragione dei disastri che possono accadere ad essi ed a quelli di Baselice. Io non posso spedire truppa in gran numero per difendere il Distretto di S. Bartolomeo in Galdo che dipende da Benevento e non voglio spedire a sì gran distanza, 40 o 50 soldati. Se il capitano di Volturara avrà avuto la debolezza di procedere sino a Colle, obbedendo alle stupide sue istruzioni, sarà da me severamente punito. Se Lei avesse un granello di buon senso, avrebbe capito che la compagnia collocata a Ielsi era più vicina a Colle di quella di Volturara, ma l’espressa sua paura lo fece rivolgere al capitano di Volturara perchè tutelasse S. Bartolomeo in Galdo, ove Lei vuole essere sicuro, e non Colle. Informerò S. E. il generale Cialdini di questa sua biasimevole condotta. Se il tenente Foresti non può mantenersi in Baselice, ripieghi su S. Bartolomeo e Lei si faccia ammazzare alla testa della Guardia Nazionale per difendere la città.
Ho telegrafato a Campobasso e a Benevento per rinforzi e domani giungerà un’altra compagnia a Volturara, non per proteggere Lei a S. Bartolomeo, ma per tutelare Celenza, S. Marco la Catola e Carlantino, comuni giacenti nel territorio a me affidato.
Il vero interesse del Governo, di cui Ella mi tien parola, consiste nel non esagerare i pericoli e nel non esporre inutilmente la vita dei bravi soldati italiani, per difendere queste vigliacche popolazioni. E’ una vergogna che Comuni di 4 a 5 mila anime e più, si lascino dettare leggi da alcune centinaia di predoni ».
All’ « indegna e anticostituzionale » lettera del Pinelli, l’Intendente rispose con una protesta che non abbiamo ritrovata e con la preghiera al Segretario Generale dell’Interno e Polizia, Filippo De Blasio (Con decreto 21 luglio 1861, erano state accettate le dimissioni chieste da Silvio Spaventa. Sul patriota De Blasio da Guardia Sanfromondi già prefetto di Polizia di Napoli e Distretto, v.l’iroso giudizio del De Sivo (Storia delle D. S., dal 1847 al 1861, II, Trieste, 1868, pp.433-4), di accogliere le sue dimissioni.
La relazione datata da S. Bartolomeo in Galdo il 5 agosto 1861, riassumeva la situazione politica del Circondario e si chiudeva con l’ultimo, personale episodio:

“Una causa di giustizia mi rende ardimentoso ricorrere alla S. S. conoscendo appieno quanto le sia a cuore il trionfo della verità e della libertà. Dall’annesso incartamento la S. S. vedrà quanto si è da me praticato con tutto zelo ed onoratezza al disimpegno dell’onorevole ufficio affidatomi dal provvido Governo del Re. Nell’ultimo aprile giungeva ad intendere all’amministrazione di questo novello Circondario formato di 16 Comuni distaccati dalle provincie di Molise, Capitanata e Principato Ultra ed in ispecialità buona parte di, esse tolte dal Distretto di Ariano famoso per le sue ostinate e sanguinose reazioni. Speravo, qui giunto che con tutta velocità il Governo si fosse data opera all’organizzazione del Circondario; ma nulla si è fatto, di modo che fino ad ieri sono stato assistito dal solo Segretario e da un impiegato. Privo di regolare amministrazione postale, di telegrafia elettrica, di delegato di pubblica sicurezza, del comandante militare distrettuale e di qualsiasi forza militare, di una casa, di un’officina, io ho tirato avanti, bravando tutti gli ostacoli pel benessere del Governo del Re. Mille e mille volte ho ripetute le mie istanze al Governo per ottenere almeno un Delegato di pubblica sicurezza con le rispettive guardie ed un ingegnere del genio civile per la provvista dei locali ad uso pubblico, ma le mie premure sono rimaste inesaudite finora. Erami indispensabile, anzi di suprema necessità, l’avere un agente di polizia per iscovrire ed arrestare i nemici dell’ordine, essendomi accorto fin dal mio primo arrivo quì che niuna preveggenza avrei potuto usare, stante lo spirito reazionario che predomina nell’animo di questi popoli superstiziosi insufflati da un pessimo clero e da proprietari aristocratici avvezzi nel dispotico passato Governo, ad essere arbitri e padroni di essi col nome di fedelissimi. Costoro si sono stretti fra loro e cercano a tutt’uomo di tener sottomessi e lontani dai pubblici uffici, infingendosi dell’attuale regime amici, i pochi onesti e liberali cittadini e con secrete mene frapporre inciampi allo svolgimento della libertà. Ciò premesso, Ella vedrà se le mie ragioni erano mal fondate. I fatti lo hanno provato.
In tutte le circostanze di grida sediziose e di altre voci allarmanti, surte nei Comuni del Circondario, i Sindaci nelle cui mani sta la Polizia, non hanno saputo mai usare quella fermezza che si richiedeva. Che dirò poi, della maggior parte di queste guardie nazionali composte di uomini nel di cui seno non alberga una scintilla di amor patrio? Paurose come feminucce, in caso di un allarme qualsiasi, pronte a raccomandarsi alle gambe: mal composte, prive di armi e munizioni, con comandanti inetti o borbonici, e buon numero di esse perchè composte di proletari, pronte ai cenni del Signore che ha maggior ricchezza e che domina il Comune.
Ieri arrivò quì l’egregio capitano signor Carlotti Carlo e spero col di costui aiuto, giungere ad organizzarle ed a formare la disposta compagnia mobile. In quanto al brigantaggio che infesta queste contrade, oggetto precipuo pel quale mi rivolgo a Lei, io posso dire con fronte alta che se il Governo sul suo nascere, avesse secondate le mie premure, tante luttuose scene non si sarebbero verificate. Solo 50 uomini di forza regolare io chiedevo di permanenza qui, per disporne prontamente nelle occorrenze, ma non fui ascoltato. Se li avessi avuto, il brigantaggio non esisterebbe, dappoichè i Comuni più distanti da Benevento sono S. Bartolomeo, Castelvetere, Cercemaggiore e S. Croce di Morcone: e nelle contrade e nelle montagne di tali paesi, i ladri hanno trasportato il loro quartiere generale, conoscendo essi di potersi a loro bell’agio nascondere, fiutando che dalla lontana Benevento non si fosse mossa la forza. Sarà convinto della verità del dedotto, dalla lettura della corrispondenza interceduta tra me e il Governatore e credo che appieno sarò giustificato e specialmente nell’invasione del Comune di Colle che avveniva la notte del 1° corr. Ivi, direttamente, dal Governatore di Benevento venivano spediti 50 uomini del 62° di Linea comandati dal Luogotenente Foresti. Costui non mi partecipava il suo arrivo colà, nè si metteva in corrispondenza con me, nè sapeva quello che andava a praticare, nè io mai lo chiamava in questo capoluogo. Egli alla mia insaputa moveva il mattino del detto dì per qui e ne ripartiva subito per Baselice e mi accertava col vivo della voce di non aver visto mai briganti, lasciando di presidio in Colle 20 uomini. Quella notte, i briganti in grosso numero penetrarono nel detto Comune di Colle, disarmavano ed arrestavano i venti piemontesi ed acclamavano il governo del Borbone. Stragiudiziale notizia mi giunse dell’avvenimento nella sera del 2 ed io fui sollecito a spedire sul momento un corriere al Governatore per informarlo dei fatti ed interessarlo a spedire forza. All’alba del 3 ricevevo notizia ufficiale dell’avvenimento dal Sindaco di Baselice ove già trovavasi il Luogotenente Foresti coi 35 uomini ed in costui nome mi interessavo a spedire subito corriere a cavallo a richiedere la forza militare dal vicino Comune di Volturara, al Maggior Generale Pinelli in S. Severo ed al Comandante e Governatore di Foggia e Campobasso.
Io credei mio dover aderire alla richiesta e lo feci. Al generale Pinelli stimai opportuno dirigere uffizio che si acclude in copia. In risposta alle ime giuste premure, il Generale, non so perchè, smettendo ogni dignità e discendendo alle bassezze, ha creduto svillaneggiarmi nel modo più oltraggiante che mai, con l’uffizio che le soccarto in copia. Offeso nel più vivo dell’animo per le immeritate rampogne, io ho creduto del mio onore rispondere al Generale con tutta dignità e ne soccarto a Lei copia, affinchè possa, esaminata la verità delle cose, farmi ottenere giustizia da S. E. il Luogotenente del Re al quale sono stato costretto dirigere rapporto dello intesso tenore nello scopo di guadagnar tempo e salvarmi da qualche disposizione di rigore che il Generale Pinelli intempestivamente abbia potuto provocare. Io spero non ricevere onta alcuna per non essere costretto a difesa del mio onore appellarmi al tribunale della pubblica opinione con la stampa dei documenti di quanto da me si è operato nel Circondario e dare pubblicità di una lettera indegna ed incostituzionale di un prode militare che stimo qual benemerito della Patria, ma che non temo.
Sono certo che S. E. quale interpetre fedele della giustizia del Re, mercè il di Lei valevole appoggio e patrocinio, saprà difendere i diritti di un onesto funzionario dai soprusi di chi abusando della nobile divisa che indossa, è giunto a sconoscere tutte non dirò le leggi dello Stato, ma quelle della buona creanza. Niuna legge, al certo, autorizza i preposti al Governo ad insultare con parole indecorose, non dirò un agente del Governo ístesso, ma qualsiasi cittadino di libera nazione. Se il Generale Pinelli avesse conosciuto che io mi fossi allontanato dal mio dovere, non aveva altro obbligo che scrivere alle Autorità superiori, ma non insultarmi. E’ questo il motivo unico e supremo che mi ha spinto di rivolgermi direttamente a S. E. il Luogotenente del Re, ed a Lei, rompendo l’ordine gerarchico, per guadagnare tempo, replico, e per salvarmi dalle relazioni del Generale. Non per amor della carica io fo appello al patrocinio dei miei Superiori, ma per la salvaguardia dell’onore, col quale non ho mai transatto, nè transigo, nè transigerò mai in faccia a qualsiasi evento. Io ho la coscienza di avere speso tutto me stesso pel benessere dei popoli di questo Circondario, sfidando pericoli e bravando ostacoli, innanzi ai quali altri si sarebbe pur disanimato e avvilito.
Quale anima italiana non avrebbe cercato aiuto e non sarebbe corso dai più lontani luoghi per salvare 20 prodi soldati di Palestro e Solferino? Se avessi potuto radunare una cinquantina di queste guardie nazionali, avrei creduto mio dovere, mia gloria, mia gioia suprema, correre a salvare, a costo della mia, una sola vita di quei valorosi. L’aver chiesto dunque aiuto per quegli infelici è la colpa che mi getta in faccia il Generale. Non per me, come ingiustamente asserisce e senza cognizione di fatti il Generale; io cercavo soccorso. Mi rivolsi a Lui, al Comandante in Volturara, al Governatore di Benevento, Molise, non per viltà, ma per salvare un solo di quei malcapitati soldati e per restringere il movimento reazionario. Se avessi ad altri potuto rivolgermi, l’avrei fatto e lo farei mille volte, avendo la coscienza di aver tanto praticato pel bene della Patria e della Società. Se queste sono colpe, io andrò superbo di ogni punizione. Se poi il mio operato è degno di lode, io non bramo altro che mi si dia riparazione delle sofferte villanie; in opposto Ella potrà accettare fin da ora, la mia dimissione ».
In quell’agosto, la reazione sembrò trionfare nel Circondario:
A S. Marco dei Cavoti, a Molinara, a S. Giorgio la Molara, particolarmente, bande brigantesche spargevano il terrore, sì che funzionari e facoltosi, si rifugiarono in gran parte a Benevento (Relaz. Gov. di Benevento, 30 agosto 1861). E’ del 7 agosto, un allarmante telegramma a firma dell nuovo Governatore, Gallarini e del Comandante militare Luigi Firrao, diretto al Segretario dell’Interno e Polizia. Affermava: « Cifra farebbe perder tempo ( Arch. St. Napoli, fase, cit. Il Cialdini rimproverò in seguito il Governatore per non aver redatto in cifra l’allarmante telegramma e il Governatore si scusò dicendo che gli avvenimenti telegrafati erano a conoscenza di tutti). Filo da ore antimeridiane rotto. S. Marco dei Cavoti invaso dai briganti, incendio e saccheggio. Dispersi 44 guardie nazionali e 12 granatieri là accorsi da Ariano. Quattro degli ultimi sono qui. Pontelandolfo stretto (Sui gravi avvenimenti di Pontelandolfo e Casalduni, v. il mio scritto in Samnium (maggio-agosto 1951). Forza regolare tutta Colle Sannita, minacciata dal Matese e alle spalle, pericola. Avvisi e sentori da Maddaloni e da Biccari, briganti congiungonsi a quelli di Colle; corriere di S. Bartolomeo aggredito e tolta valigia. Benevento senza truppa è in gran fermento. Si comincia a dire che Governo non si muove; si discenderà in piazza se non si mandano due battaglioni almeno. Io resterò sulla breccia, non rispondendo più di nulla. Cusano Mutri invaso pure da trecento briganti e proclamato Francesco II ». In realtà la situazione appariva grave. Il 6 agosto – racconta il De Sivo (Op. cit. p. 440. Cfr. Nisco, op. cit., p. 206 ), « uno del Colle [Sannita] soprannominato Pelorosso, con cinquanta uomini a cavallo, entrò in S. Marco dei Cavoti e con l’aiuto pronto della popolazione, scacciò gli accorsi soldati del Galantuomo, ripose il governo per Francesco e fece lo stesso a Molinara… L’8 del mese, il Pelorosso entrò come trionfante in S. Giorgio la Molara con le popolazioni dei dintorni; prese il danaro comunale in ottomila ducati e voleva
saccheggiare le case degli usciti, ma la buona gente con preci e sacrifizi pecuniari, l’impedì. Egli ripostovi il governo borbonico, passò a Pago Veiano e poi a Pietralcina: aveva più che mille uomini armati di spiedi e di mazze; però sull’alba del 10, sorpreso dai Piemontesi, nè potendo sostenersi dovè sloggiare. Ma i Piemontesi trovarono cosa più facile ammazzare i paesani; nè meno di 40 innocenti sul botto uccisero… » ( E il Nisco (p. 206):, Vinta la reazione, cui mancò la forza dei briganti, i liberali si vendicarono delle patite offese. A Nicola Ielardi [Antico capo urbano, poi – come si è visto – capitano della G. N. entrò col Pelorosso in S. Marco dei Cavoti] fu arsa la casa; in S. Giorgio la Molara si eseguirono tre miserande fucilazioni e molti vennero imprigionati in tutta quella contrada aspra e montuosa tra il Calore e il Fortore la quale aveva dato al brigantaggio reclute, sussidi e manutengoli »).
Di simili atrocità seguita il De Sivo a parlare e naturalmente, dal suo punto di vista borbonico. Nè meno tendenziose alcune informazioni dei fuggiaschi che riferivano inaudite atrocità brigantesche. La preoccupante situazione e il pubblico malumore, indussero il Govenatore di Benevento a mettersi alla testa della colonna che il Cialdini, sullo scorcio di agosto, si decise finalmente a concedere. La colonna partì da Benevento il 3 settembre. Sua prima tappa fu Pescolamazza, dove i compromessi politici erano già in salvo (Si sequestrarono tuttavia, nelle loro case i cereali di cui erano forniti, incaricando il Sindaco di venderli per rivalersi delle requisizioni militari.), e subito dopo S. Giorgio la Molara. Occupati dalla truppa gli sbocchi del paese, furono arrestati i più gravemente colpevoli e immediatamente giudicati dalla Commissione militare. Tra essi, l’ex capo urbano Michele Pappone e Giovanni Paradiso, fucilati a poca distanza dal paese (Su questo episodio, cfr. De Sivo, op. cit., p. 441 ). Sulla via di Molinara, venne respinto un attacco di briganti, ma la colonna giunta nell’abitato si incontrò col clero « processionalmente seguito da grossa mano di popolo venuto ad implorare mercé ». Molinara era stato uno dei Comuni più colpiti dalla reazione che si era sfogata particolarmente sulla casa e su gli altri beni del capitano locale della G. N. Francesco Capozzi, che si era aggregato alla colonna mobile partita da Benevento. Prima di allontanarsi dall paese, il Governatore e il Comandante militare arringarono la folla; pacate le espressioni del primo; minacciose quelle del Comandante sulle eventuali, ulteriori connivenze con i briganti (Rapp. Gallarini, 4 sett. 1861. « Pochi momenti prima di arringare,si spedirono dal Comandante la colonna, intimazione di grosse contribuzioni di guerra ai signori, fautori della reazione. Fra le altre, quella di duemila ducati ai fratelli Liborio ed Antonio Girolami, quegli stessi pei quali S. E. il Luogotenente aveva comandata la spedizione in Molinara » ). A S. Marco dei Cavoti (la colonna vi giunse il 6 settembre), il brigantaggio aveva prodotto « maggiore sgomento e maggiore depressione nello spirito pubblico » (Relaz. 10 sett. 1861 ). Per dare un esempio, a poca distanza dall’ingresso del paese, si fucilarono « due tristi ladri e saccheggiatori » (Relaz.- Gallarini, 6 sett. 1861).
Poi, riferisce il Gallarini, « con tutte le forze unite, si marciò su S. Marco dei Cavoti e alle 6 1/2 pom. in circa, si stava salendo l’ultima erta per giungere al paese, quando i briganti che per tutto il corso della giornata eransi tenuti in vista su queste alture, accolsero l’avanguardia a fucilate. In pochi momenti la truppa [circa 200 uomini] si svolse in catena ed attaccò, ma secondo il solito, i briganti fuggirono… Un’ora dopo si entrava in S. Marco. Nessuna dimostrazione, nè in bene, nè in male. Nessuno si presentava, nè autorità, nè altri; sicchè ad eccezione del capitano della G. N. Vincenzo Corsi, alcuno venne in soccorso ai bisogni della truppa ». Il Gallarini agli abitanti che mostravano « poche buone disposizioni », rivolse « una vera catilinaria » facendo prevedere « grossi mali se la popolazione non piegava la fronte e non riconosceva l’unico Re d’Italia legittimo, Vittorio Emanuele ». Era da oltre un mese che i briganti « predominavano nel paese, senza competitori »!
Il solerte Governatore continuò così il suo lungo giro nelle zone più infeste. Colle Sannita liberata dalle bande, sembrò risorgere a nuova vita (Relaz. del vice governatore Aquara (12 sett. 1861). Il 9 settembre, quando sul far della sera vi giunse la colonna mobile, « schiere di giovanette inneggiarono spiegando il tricolore, all’Italia, all’Unità e al Re ». La Guardia Nazionale era in piena efficienza ed elevato lo spirito pubblico. Circello, successivamente visitata, manteneva pur sempre « il suo virile atteggiamento e aveva ben 150 uomini sotto le armi »; così Castelpagano che aveva subito il 30 luglio danno notevoli per due successive incursioni da parte dei briganti. Il 10 settembre, infine, ultima tappa, la colonna mobile raggiunse Castelvetere, Anche colà « eccellenti disposizioni in tutti, coperto il Corpo di guardia, apparecchi di difesa anche nelle case private ». Arrestato il marchese Moscatelli capo morale della reazione, « il principio liberale rappresentato dalla famiglia Gigli, prese il sopravvento ». In questi ultimi Comuni non furono neppure necessari grandi esempi di severità. E poco dopo, cominciò pure la resa a discrezione di capi banditi e di gregari. Cessava così la reazione nel Circondario di S. Bartolomeo in Galdo e che pur tanta preoccupazione aveva destata, ma la pacificazione degli animi era ancora lontana.

ALFREDO ZAZO