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Entrando in edicola, il mio sguardo si è posato su una copertina di colore giallo sulla quale vi è impresso, con effetto pergamena, un disegno bellissimo. Il disegno, come poi ho letto, è di Sara Ghedin ed è un affresco di un mondo che non c’è più. In alto a sinistra sono tratteggiate tre bambine, l’autrice con la sua bambola e le sue sorelle. Il resto del disegno è un revival di un mondo passato, un mondo che l’autrice ha visto scomparire davanti a sé. Bambini che giocano in strada, il mulo legato alla porta di casa, i buchi alle porte per permettere ai gatti di entrarvi e combattere la loro ancestrale lotta contro i roditori, la vecchietta che siede all’ombra osservando i bambini, e la gallina che razzola sulla strada mal lastricata.

Il mondo che scompare, che crolla, è simboleggiato dalla casa diroccata. Un vecchio mondo che implode e lascia il tempo alla modernità.

Con queste premesse il libro non poteva essere da meno. L’autrice l’insegnante Agata Casamassa gli dà come titolo “La più bella stagione Racconti di frammenti di memoria tra realtà e fantasia”.

Si passa da un titolo vagamente virziniano ad un racconto dickensiano fatto di buoni sentimenti e redenzione che pervade la parte finale del libro.

L’autrice racconta la sua infanzia in prima persona e lo fa da un punto di osservazione speciale: la bottega familiare.

Le botteghe del dopoguerra nei nostri borghi erano una sorta di drugstore americani, vendevano di tutto, dai generi alimentari, ai prodotti coloniali, da prodotti per toilette a petroli. Ma erano soprattutto dei luoghi di incontro, una sorta di confessionali laici.

Dal suo punto di osservazione privilegiato, la bambina-autrice racconta le sue esperienze, situazioni drammatiche, ma viste sempre con l’occhio pieno di meraviglia, curiosità e ottimismo proprio di quell’età.

Il tempo decanta i ricordi e ciò che ad altri occhi potrebbe sembrare indigenza, visto attraverso gli occhi di una bambina e decantato dal tempo diventa genuinità, bellezza e romanticismo. Noi con gli occhi della maturità e velati dall’opulenza alimentare, ci chiediamo cosa c’era di genuino e bello, in una bambina che non ha i soldi per mangiare, cosa c’era di romantico in una fetta di pane raffermo bagnata e con un po’ di zucchero?

Lo scambio, che noi definiamo tra “merendina e fame” tra l’autrice e una sua amica indigente, ti inumidisce gli occhi.

E non è il solo affresco che indulge a toccare le corde più sensibili dell’animo umano. I bambini che giocano ad “un, due, tre stella”, nonna Grazia che vede il mare una sola volta nella sua vita e non sa spiegare cosa ha provato, ma lo racconta, il contadino che miete e trebbia, guardando il cielo sperando che non piova. D’altra parte per sapere che tempo fa, è più veritiero guardare il cielo che non 3Bmeteo. La disperazione di Carmine, che per far mangiare la sua famiglia, con una siringa svuota le uova e va a vendere i gusci vacanti.

Con quegli occhi da bambina, l’autrice parla di miseria dignitosa, la dignità di quelle persone che non avevano nulla, erano talmente povere che non avevano nemmeno le parole per dirlo. Ma la povertà può essere dignitosa, la miseria nera no. E fu proprio quella miseria a spingere la gente ad emigrare, a svuotare i nostri borghi. Oggi si parte per avere più servizi, prospettive di lavoro migliori, o anche solo un lavoro. Prima si partiva per sfuggire alla fame.

Tettella che partì per l’America è il paradigma di ogni emigrato. La fame, la sofferenza nel lasciare la famiglia, la paura di ciò che ti aspetta nel Nuovo Mondo, senza conoscere la lingua, senza conoscere quasi nessuno, un salto nel buio, ma senza nessuna alternativa, o morire di fame o partire. Partì Tettella e partì anche il padre di Michele, lasciando l’ennesima vedova bianca al paese. Le più fortunate ricevevano soldi dai mariti e una visita annuale, se l’emigrato viveva in Europa, ogni lustro se partiva per terre lontane. Ma a volte questi mariti scomparivano, lasciando povere donne a dover fare i conti con la solitudine, la miseria e un nugolo di bocche da sfamare.

La storia di Michele, è quella di un ragazzo come tanti cresciuto senza riferimenti maschili, che si intreccia con quella di Angelina, sorella di Tettella.

I due si innamorano, ma Michele è uno scapestrato e finirà male, lasciando Angelina ancora bambina, ma con un figlio da crescere. Un destino segnato da ennesima sofferenza, ma come in tutti i romanzi di Dickens vi è un lieto fine. Angelina con il figlio parte, su pressioni della sorella Tettella, per l’America, qui studierà, imparerà la lingua, diventerà infermiera e sposerà un medico che le darà altri due figli. E sicuramente il figlio di Michele avrà avuto un futuro migliore.

C’è un ossimoro significativo “Le strade cantavano in silenzio”. Anche quando non vi era nessuno in strada, ci si aspettava da un momento all’altro che esplodessero in un canto, nei giochi dei bambini, nel rumore dei mestieri delle botteghe artigiane, nel raglio dei muli, nel miagolare dei gatti, nel chiocciare delle galline.

A volte il frastuono della miriade di bambini era tale che le persone anziane minacciavano di chiamare “u’ Mammone”. Figura questa, che ha lambito anche la mia infanzia. Una specie di uomo nero. Gaetano Coletta detto Mammone è esistito davvero. Era un brigante, la cui ferocia tramandataci dai posteri divenne leggendaria e trasfigurata la si usò per spaventare i bambini. Di lui si ricorda la strage di Sora, ove perirono circa 400 cittadini. Ma era una guerra e i francesi in quanto a nefandezze non furono da meno, l’eccidio di Isola Liri fece impallidire il Mammone stesso.

La più bella stagione è davvero un bel racconto, che dovrebbe essere letto dai ragazzi per immaginare il mondo che li ha preceduti e sperare che, almeno nella sua miseria più feroce, non torni più.

Concludo con una figura retorica dell’autrice. Insieme con i suoi amici, costruirono un grande pupazzo di neve, poi le nuvole si aprirono e apparve il sole ed il pupazzo “[…] lentamente diventò sempre più piccolo, invisibile. Si dissolse. Lasciò al suo posto una pozzanghera nera. Scomparve così, senza avvedercene come quei luminosi e spensierati giorni”.

Ad Maiora Ariadeno