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“Perché noi del football siamo tanti e siamo soli” Inseguiva una sua immagine il Vecio. 

“La nostra solitudine è la nostra libertà. La nostra solitudine è la nostra gloria” fu

felice di pescare nella memoria Arp.

Giovanni Arpino

“Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo”

José Saramago

Un annuncio, fatto un anno fa circa dal sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha riportato

alla memoria e nel cuore dei napoletani, il nome di un illustre concittadino, rappresentante di una

generazione forse tramontata, ma che ha lasciato ai posteri ben più di un monito.

Il sindaco ha voluto intitolare l’attuale Piazzale Vincenzo Tecchio, che fu segretario provinciale

 del ormai sciolto Partito Nazionale Fascista, sostituendo il nome con quello di un personaggio la cui

 storia vale la pena di raccontare.

Sono passati molti anni. A questa storia ne sono succedute altre, avventurose e appassionati,

apparentemente distanti tra loro. Ma a mio avviso conseguenti: tante storie singolari, spettacolari,

 amare, uniche. 

Legate tra loro. Corsi e ricorsi; fatti e casualità. Date, avvenimenti, decisioni.

Purtroppo è l’oblio che caratterizza questa storia. Un silenzio non meritato. Una solitudine.

Sono storie celebrate di domenica.

Si parla di calcio. E quando si parla di calcio, si parla del Napoli, che del calcio ne è la

rappresentazione più viscerale. Anema e core.

Ma questa storia di calcio non parla solo di pallone: racconta ben altro.

Partiamo da una data: 16/02/1930. Non è un giallo, siamo già al centro della vicenda e i fatti salienti

 arriveranno tra poco. 

Ma conviene leggere sino alla fine.

Il Napoli calcio quella domenica vince in casa contro la Triestina: 4 a 1.

Splendida partita quella giocata contro un’altra città di mare. Il Napoli è in splendida forma.

 Ma la vera partita dovrà essere ancora giocata.

La domenica successiva il Napoli è in campo contro l’eterna rivale, la Juventus.

Ancora in casa: 2 a 2.

Per il Napoli doppietta di Buscaglia; per la Juve Federico Munerati detto il Mune.

In quegli anni in campo dalla parte della Juve correvano e segnavano giocatori come il Mune,

Caligaris e Raimundo Orsi. Il Napoli poteva schierare Antonio Vojak (102 gol realizzati, il massimo

 cannoniere del Napoli in serie A prima di Cavani) e il centravanti Attila Sallustro, il paraguaiano dei

 record, che non pretendeva una ricompensa in denaro per giocare per una promessa fatta al padre. In panchina William Gambutt.

La sua disciplina di ferro, unita alle qualità tecniche degli undici in campo, regalarono agli spettatori

accorsi, forti emozioni.

Lo stadio appena costruito all’ombra del Vesuvio e così ribattezzato in onore del vulcano simbolo

della città, ne fu la cornice perfetta.

Il protagonista è proprio lo stadio Vesuvio: il primo e unico stadio di proprietà del Napoli; progettato

da Amedeo d’Albora, fatto costruire nel rione Luzzatti nei pressi della stazione centrale.

Inaugurato proprio il 23 febbraio 1930, tutti erano accorsi ad ammirarlo.

Il Napoli calcio era tra le grandi. Aveva una squadra fortissima e un’arena degna.

Ma chi fu l’artefice di tutto questo? Chi finanziò i lavori; chi diede l’impulso affinché il Napoli Calcio

nascesse?

Colui al quale si deve un brusco cambio di rotta alla concezione dello sport praticato dalle

associazioni sportive cittadine e che portò a tanto prestigio, si chiamava Giorgio Ascarelli.

Fu lui a finanziare interamente quello stadio che poteva contenere sino a 20.000 spettatori.

Egli aveva capito che non c’era più spazio per le imprese artigianali, costruite in casa, nei cortili, tra

amici. Gli anni delle Pro-Vercelli, dei Casale Monferrato erano tramontati.

Il calcio ora era altra cosa.

Giorgio Ascarelli nacque in una famiglia di imprenditori tessili di origine ebraica.

Figlio di Salomone Pacifico Ascarelli, ne ereditò alla morte l’impero, il carattere e la popolarità. Non

ultimo, l’estro creativo e la passione socialista (che gli causarono anche pedinamenti e sospetti).

Gli Ascarelli provenivano da Roma, dal “ghetto”. Sono abili e hanno fatto fortuna nel commercio di

lana e filati.

La grande storia, quella degli avvenimenti che coinvolgono e fanno prendere strane pieghe al

futuro delle genti, interviene nella loro storia ben più ordinaria. Dopo la “breccia di Porta Pia”, Roma

non è più la città del Papa. I cittadini romani sono cittadini italiani. E gli ebrei sono cittadini liberi.

Salomone Ascarelli decide di trasferirsi insieme alla famiglia a Napoli, dove la situazione degli ebrei,

grazie all’arrivo nel 1821 del celebre banchiere ebreo Carl Rothschild, era cambiata.

Rothschild aveva finanziato il ritorno di Ferdinando I e questi aveva concesso agli ebrei di

professare liberamente il proprio culto, concedendo parte di villa Pignatelli.

Gli Ascarelli si stanziano a Napoli e grazie al lavoro e ai sacrifici si espandono. Da piccola bottega,

 arrivano ad avere un palazzo in corso Umberto I e sino a quattrocento operai.

Nel 1918 Salomone muore e gli succederà il figlio Giorgio.

Le intuizioni di Giorgio fanno progredire e crescere la ditta di famiglia.

L’imprenditore ha fiuto ed è un personaggio carismatico. È un filantropo, amante della musica; è

gioviale e popolare e soprattutto ama lo sport. Ad esempio, contribuisce alla nascita del circolo

canottieri Napoli.

Ma il suo genio non si esaurisce qui.

Nel’24 diventa presidente dell’Internaples, società nata nel’22 dall’unione di Naples Foot Ball Club

 e l’Unione Sportiva Internazionale Napoli.

Con questa società disputerà la finale della Lega Sud. Poi la svolta, l’intuizione.

Ufficialmente il 25 agosto 1926, ma ufficiosamente il primo agosto, nasce l’Associazione Calcio

 Napoli: Giorgio Ascarelli né fu l’artefice e primo presidente.

L’idea di cambiare denominazione arrivò per compiacere il regime che mal tollerava i termini di

origine inglese e quel nome che troppo ricordava l’Internazionale Comunista.

Comunque è un grande traguardo. Così non ci sono più tanti club cittadini in competizione, ma una

unica grande squadra.

Il 26 agosto verrà firmata la Carta di Viareggio, con la quale si dà avvio al calcio moderno in Italia: il

CONI, fascista, divide il campionato tra professionisti e dilettanti.

Proprio grazie ad Ascarelli, il Napoli e la Roma possono partecipare al campionato assieme alle

squadre del Nord che la facevano da padrone.

Grazie all’impegno economico e umano di Ascarelli, il Napoli si affermerà su tutto il territorio

nazionale.

Nel campionato 29/30, il primo a girone unico, il Napoli fu inserita grazie alle pressioni di Ascarelli

sulla FIGC, allargando il girone da 16 a 18 squadre.

Ma il fato è beffardo, le gioie a volte, troppo spesso, sono accompagnate da dolori.

Purtroppo, poco prima dell’inaugurazione dello stadio, precisamente il 30 marzo 1930, il

presidente Ascarelli morì per una peritonite. Soltanto 17 giorni dopo l’inaugurazione.

La notizia del decesso raggiunse la squadra in trasferta ad Arona, sul Lago Maggiore, mentre si

preparava alla sfida domenicale contro il Milan.

La squadra fu fatta rientrare per le esequie. Si fermarono poche ore, poi ripartirono per il capoluogo

 lombardo per onorare la memoria del defunto presidente con un 2 a 2 epico.

La grande folla commossa non poté fare a meno di chiedere che lo stadio “Vesuvio”, da lui voluto,

 fosse ribattezzato “Ascarelli”.

E così fu.

Non poteva essere altrimenti, il tributo gli era dovuto. Il ricordo e la riconoscenza necessaria.

Tuttavia ad intervenire è ancora la grande storia, quella fatta di avvenimenti che modificano l’assetto

 ordinario delle cose e l’avvicendarsi indolore e naturale dei fatti.

L’8 ottobre 1932 venne assegnata la seconda edizione dei mondiali di calcio all’Italia.

L’Italia in quei giorni era fascista. Poco dopo, nel ’39, si sarebbe alleata con la Germania di Hitler, 

suggellando a Berlino il terribile patto che sarebbe passato alla storia come “il patto d’acciaio “.

I mondiali furono giocati nel ’34 e vinti dall’ Italia. 

Partita d’esordio il 27 maggio 1934: Ungheria-Egitto. Sede della partita Napoli, lo stadio Ascarelli.

Ma lo stadio non può chi camarsi Ascarelli, come vorrebbero tifosi e i giornali, perché Ascarelli era

ebreo.

Si decide di ribattezzare lo stadio “Partenopeo”. Di ricostruirlo in cemento armato e allargato per

 contenere fino a 40.000 persone.

Ma non è l’unica partita che verrà disputata a Napoli. Ancora una volta, come tante volte in questa

 storia, perché è inevitabile che sia così, vicende apparentemente non simili, si intrecciano. 

La Germania, forgiata dalle mani di Hitler con il mito della pura razza ariana,avrebbe dovuto giocare

 la finale per il terzo posto del torneo in uno stadio dedicato ad un ebreo e per giunta socialista. 

Germania-Austria fu vinta dai tedeschi per 3 a 2; la partita fu giocata a Napoli e fu imposto che

 lo stadio venisse chiamato da tutti “Partenopeo”.

Chissà se Hitler fu messo al corrente della vecchia denominazione.

Dopo i mondiali il Partenopeo ritornò ad ospitare le partite del Napoli, ma per le autorità cittadine e

 per tutti, il nome non fu cambiato. 

Perché il clima politico stava cambiando e in peggio. Le sorti dell’Italia si stavano legando a fatti

gravi e dolorosi.

Il 18 settembre 1938 a Trieste, Mussolini annunciò le Leggi Razziali alla folla adunata in Piazza Unità

 d’Italia. Quel giorno l’oblio divenne legge.

Il Napoli giocava proprio al “Partenopeo”, contro il Novara.

Ormai i momenti spensierati come il calcio, devono far spazio a preoccupazioni. 

Nel ’40 l’Italia entra in guerra. Verrà bombardata. Nel ’42 il quartiere e lo Stadio verranno rasi al

suolo dai bombardamenti alleati.

Il declino è inesorabile.

Li stadio divenne una baraccopoli e durante la ricostruzione post bellica del quartiere, il

Partenopeo, fu riempito con le macerie dei palazzi crollati.

L’impianto era diventato un rudere irrecuperabile e quindi fu fatto demolire.

Oggi resta come memoria di quel passato, il nome di un gruppo di case, denominate

popolarmente “Rione Ascarelli” e una targa al centro sportivo di Ponticelli, alla cui inaugurazione la

 famiglia non ha neppure partecipato.

Ora la gloria del Napoli è celebrata al “San Paolo”, il Santo venuto dal mare. Il Piazzale

Vincenzo Tecchio che De Magistris vuole intitolare a giorgio Ascarelli è antistante allo stadio San

Paolo. Una nemesi, se così si vuol pensare.

Purtroppo, a volte, nel calcio la memoria storica non viene tenuta in una giusta considerazione.  E

soprattutto non viene celebrato come si dovrebbe e fatti di cronaca dimostrano la distanza tra

tifoseria e memoria. La foto di Anna Frank con la maglia della Roma ne è la prova.

Certi accostamenti sono riprovevoli. Il tentativo del forte sul debole è di isolarlo, ghettizzarlo,

cancellarne la memoria e usarla a proprio piacimento.

Quello che era stato il cuore del calcio napoletano, uno stadio, venne offuscato da chi per malizia e

opportunismo, ha voluto nascondere sotto la polvere dell’oblio il nome di colui il quale ha voluto

 fare del Napoli Calcio una gloria nazionale.

A mio avviso un posto d’onore è dovuto a Giorgio Ascarelli, per riportare la memoria di una persona

 che è stata dimenticata. Il gesto di de Magistris toglie dall’isolamento, dall’oblio e dalla solitudine il

 nome di Giorgio Ascarelli.  Riporta alla memoria e ridà dignità alla figura di un uomo capace di

realizzare un sogno e di regalarlo alla propria città.

Dedico l’articolo a Igor vero tifoso del Napoli e a Elia che vince alle macchinette sempre palline del Napoli.