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Yuri Gagarin il primo uomo nello spazio è un’icona pop. Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins sono considerati alla stregua della triade capitolina. I nostri Franco Malerba, Umberto Guidoni, Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti sono più conosciuti, a ragione, delle veline.

Gli astronauti sono i nuovi eroi, persone che esplorano mondi sconosciuti, teste d’ariete del progresso.

Un secolo fa erano gli aviatori ad essere considerati tali. Italo Balbo era più famoso del Duce e fu la sua sfortuna.

Era un aviatore il quadrumviro Balbo e compì due trasvolate leggendarie: Italia – Brasile nel 1930 e quella che l’ha reso immortale, la Orbetello – Chicago nel 1933.

In poco più di un mese Balbo guidò la trasvolata della sua centuria alata da Orbetello a Chicago. Fu accolto da eroe in terra americana. Vi furono parate in suo onore, il 15 luglio fu proclamata “Italo Balbo day’s”, una strada importante di Chicago gli fu dedicata, la “Balbo avenue”, il presidente Delano Roosvelt volle riceverlo alla Casa Bianca, New York gli dedicò una parata e una strada. Per i nostri emigranti fu motivo di orgoglio e riscatto.

Quando nel dopoguerra l’ambasciatore italiano a Washington chiese al sindaco di Chicago di cassare la strada dedicata a Balbo, costui rispose: “Perché Balbo non ha trasvolato l’Atlantico?”

In patria la fama di Balbo superò quella del Duce, fu nominato Maresciallo dell’aria e Ministro dell’aeronautica. La sua figura però, faceva sempre più ombra al Duce, che, memore dell’insegnamento ecclesiastico “Promoveatur ut amoveatur” lo inviò governatore in Libia. Nel 1940 fu abbattuto dal fuoco amico, in un mai chiarito incidente che molti dubbi sollevò. Uno dei tanti misteri italiani insoluti.

La Trasvolata atlantica fece anche da spartiacque nei voli aerei, da quel giorno cessarono di essere pioneristici ed avventurosi, per trasformarsi in ben meno romantici voli di linea.

C’è anche un po’ di San Bartolomeo nella trasvolata di Balbo. Ero a conoscenza, grazie all’amica Cristina Giuliani, che un giovane tenente della regia aeronautica imparentata con una sanbartolomeana aveva partecipato in qualità di pilota all’epica impresa. Leggendo il libro: La Centuria Alata scritto dallo stesso Balbo, venivano riportati tutti i nomi dei cento trasvolatori, anche di coloro che non ce la fecero. All’epica trasvolata presero parte 25 idrovolanti, organizzati in 8 squadriglie, con 52 ufficiali piloti e 62 sottufficiali specialisti, più un ufficiale ingegnere. In Italia ritornarono 24 idrovolanti, uno scomparve nelle Azzorre.

Alla guida della squadriglia “Bianca cerchiata” vi era il capitano pilota Renato Abbriata, suo secondo era il tenente pilota Ademaro Nicoletti Altimari, sposato con una delle sorelle Catalano, Laura.

Per questa impresa al tenente pilota Nicoletti Altimari fu conferita la Medaglia d’oro al valore aeronautico.

Il Maggiore Altimari morì durante un’azione di guerra in Grecia nel 1940, il suo aereo che trasportava bombe, a causa di un avaria prese fuoco, grazie ad una manovra difficilissima, il maggiore Altimari riuscì a far atterrare il velivolo, e si prodigò affinché tutti lo evacuassero, fu l’ultimo ad abbandonare l’aereo prima dell’esplosione. Quest’eroica azione salvò la vita all’equipaggio, ma gli costò la propria. Morì dopo pochi giorni a Rodi in Grecia a causa delle ferite riportate, per tale gesto eroico gli fu conferita la Medaglia al valor militare, la massima onorificenza italiana.

Invece di Piazza Umberto, sarebbe più giusto dedicare la piazza del Monumento ad un eroe del cielo, sanbartolomeano d’adozione.

Medaglia d’oro al valor militare

Maggiore in s.p.e. ( A.A. , Pilota )

Data del conferimento: 1940

Alla memoria

motivazione:

Trasvolatore atlantico, comandante di un gruppo di velivoli da bombardamento veloce, alla testa dei suoi gregari compiva con somma audacia e grande perizia un fulmineo attacco contro la flotta inglese navigante in mare aperto, riuscendo a colpire e ad affondare, nonostante la violenta reazione contraerea, una nave da guerra nemica. Primo in ogni rischio partiva di notte per compiere un bombardamento su lontana e munita base avversaria, ma, dopo il decollo a pieno carico, per improvvisa avaria dei motori, era costretto a discendere su terreno accidentato, riuscendo con grande perizia a posarvi l’apparecchio che si incendiava. Benché subito avvolto dalle fiamme che gli mordevano di già le carni e cosciente del grave pericolo di imminente scoppio delle bombe, nell’intento unico di salvare l’equipaggio, lasciava per ultimo il velivolo e, dopo aver rivolto ancora una volta parole di fede e di sprone ai suoi dipendenti, che infatti riuscivano a salvarsi, con superbo stoicismo sopportava le atroci sofferenze del suo corpo bruciato, chiudendo così eroicamente la sua gloriosa vita di volatore e di soldato. Cielo del Mediterraneo Orientale, giugno – luglio 1940.

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