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Indro Montanelli diceva che “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del presente”. Ed il popolo meridionale ignora davvero cosa è successo un secolo e mezzo fa. Quell’epopea chiamata “Risorgimento” che insieme con la “Resistenza” è un mito fondante della nostra nazione, poi tanto limpida non è stata. Io consiglierei di leggere in tutte le scuole d’Italia il libro di Gigi Di Fiore “I vinti del Risorgimento” per farsi un’idea di come andò. L’Italia è nata male e per un secolo e mezzo si è celebrata a volte a sproposito, solo una parte: quella che ha vinto.

Ma qualcosa sta cambiando. Per restare ai nostri Monti Dauni, il coraggioso sindaco di Biccari ha cambiato nome a via Nino Bixio luogotenente di Garibaldi, ma conosciuto per essere stato il boia di Bronte, trasformandola in via dei Martiri di Pontelandolfo.

Prima o poi anche noi faremo i conti con la storia e Piazza Garibaldi tornerà ad essere Largo del Giglio o Piazza Antonio Gurtler, e via Bixio scomparirà dalla nostra toponomastica, spero solo di vivere abbastanza.

Che qualcosa stia cambiando l’ho constatato con enorme felicità durante le celebrazioni del 4 novembre, la giornata dedicata ai caduti di tutte le guerre. A Roseto Valfortore, borgo con noi confinante, s’è posta una corona di allora sui caduti della Grande Guerra, sui caduti della seconda Guerra mondiale, ma soprattutto si è posta una corona di alloro sui poveri contadini borbonici fucilati senza apparente motivo dal filibustiere Liborio Romano. Un gesto inconcepibile fino a qualche anno fa. Anzi, sul luogo della fucilazione fino a sette anni fa, c’era solo una povera croce scolpita da un pietoso scalpellino rosetano, sette anni fa, l’associazione Senza Confini di Roseto, ha provveduto a porre una lapide ricordo con i nomi dei cinque morti. La strage di Roseto, una delle tante dimenticate, fino ad oggi, di quel periodo “d’oro” chiamato Risorgimento.

Un plauso grande va al comune di Roseto per il coraggio avuto nel riconoscere pari pietà ai morti “dell’altra sponda”, quella dei vinti del Risorgimento e soprattutto alla memoria di don Michele Marcantonio che con i suoi studi ed il suo romanzo “Sangue e Unità” ha conservato memoria di quella strage.