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San Bartolomeo in Galdo
mercoledì, 12 Maggio 2021

STORIA DEL CORSO ROMA, 1960-1986. GLI INIZI E LA SUA APOTEOSI

Gianvito Pizzi, ha pubblicato sul profilo Facebook “FortoreFuturo Pizzi”, questo suo scritto su Corso Roma. In esso ricostruisce la storia del Corso, come strada dei negozi e della socialità.Egli concede la pubblicazione a Sanbartolomeo.info, salutando cordialmente i lettori del sito.

Vi è un luogo di San Bartolomeo in Galdo, che per anni ne è stato il centro di
gravità. Mi riferisco al Corso Roma. Ed è mia intenzione scrivere la storia di come
lo sia diventato.
Principio con una considerazione: l’evoluzione sociale del Corso, procede di pari
passo con quella del borgo e della nazione. Quindi all’inizio ci concentreremo sul
periodo coincidente col boom economico del 1963, quando gli italiani scesero
dalle biciclette e le Lambrette, per salire in massa sull’auto e ad accendere il
televisore nelle proprie case. Sull’onda di uno sviluppo che portò l’Italia, dalle
ceneri di una guerra, a divenire la quarta potenza industrializzata al mondo.
Fatta tale premessa vediamo come possiamo definire il Corso nella sua
immediatezza. Esso era ed è, un epicentro dei palazzi gentilizi. E fra questi
iniziarono ad incunearsi tra un portone e l’altro, in quel periodo di floridità, dei
luoghi che danno l’abbrivio alla socialità: i negozi. Ci si riferisce a piccole o grandi
botteghe, di artigiani e commercianti, che costituivano motivo di commercio, ma
anche di divago.
La piazza ed il corso, dunque, come “residenza” dei negozi, come vetrine di essi,
come centro d’incontri casuali. Ma la mattina, tali arterie, accoglievano anche i
viandanti dediti alle faccende e coloro che transitavano verso gli orti al di fuori
della “Porta della Croce”. Sovente con i loro muli.
Un Corso, quindi, funzionale e non di aggregazione, perché la socialità pubblica,
era ancora appannaggio delle feste a sfondo religioso.
Credete voi che una popolazione intenta a cavar frutti con fatica, da un terra poco
incline a germogliarli, avesse il tempo per dedicarsi agli entusiasmi di una
passeggiata?
Anzi, vi era anche un senso di colpa strisciante nel fermarsi a parlare con qualcuno
nel mezzo del paese. Come se il chiacchierare togliesse all’uscita, quell’aura di
sacralità del “fare”. Il fare che è stato – e dopo secoli – è ancora, motivo di
legittimità dello scorrere delle ore della vita.

Quindi il Corso, nei decenni a partire dal dopoguerra, ha dovuto liberarsi
lentamente di quelle zavorre di contingenze quotidiane e di sedimenti culturali di
genesi secolare. Una ardua battaglia, consumatasi in uno spazio breve compreso
tra due chiese, in pochi decenni e su una pietra lavica che invitava alla prudenza
nell’incedere.
Corso Roma è il metro con cui possiamo misurare lo sviluppo sociale di San
Bartolomeo in Galdo. È un punto di osservazione da cui dall’alto, vediamo
nell’ultimo miglio degli anni ’60-’70 e ’80, una comunità cambiare aspetto e
divenire urbanizzata a mo’ di realtà dinamiche, e ad avere le sembianze di una
cittadina sviluppata.
Forse non ce lo siamo mai detti, ma San Bartolomeo era una piccola città. Lo
abbiamo evitato di rimarcare, perché il paese è stato sempre porto franco, aperto
a tutti. Anche nei secoli passati. E non vi è stato mai un orgoglio di cinta muraria,
tipico di luoghi ove il feudalesimo era fattore fondante.
A San Bartolomeo nessuno montava “sentinelle” agli ingressi, per controllare gli
“stranieri”, perché il paese nasceva da una tradizione di accoglienza, da un atto
fondante che faceva da calamita, da una decisione presa a tavolino dalla classe
dirigente: quella di far convogliare le persone in un posto con il richiamo delle
franchigie. Più prosaicamente non pagare le tasse. Ed un posto “allenato” nei
secoli a cooptare (financo la residenza permanente di un vescovo), ha nella sua
genetica il dinamismo demografico e la vocazione attrattiva.
Il soprannome dato ai sanbartolomeani, un po’ scurrile un po’ bizzarro, che
italianizzato corrisponde ad “allocchi”, non era altro che la visione che ne avevano
i paesi del circondario. Cioè quello di gente che non badava a difendere il proprio
orto, permettendone il calpestio. In sintesi: l’assenza di arroccamento che è un
pregio, fu confusa per lassismo. Un grosso equivoco culturale.
Il Corso Roma è stato dunque il punto massimo in cui si svolgeva tale riflesso.
Piazza Garibaldi era il luogo dove accogliere i viaggiatori delle corriere (poi
autobus), era il punto dove approdavano coloro i quali dovevano accedere ai vari

uffici di un paese capo del circondario. E così, il Corso e la piazza si fondono in un
unicum, seguendo la medesima storia.
Questa breve introduzione, era d’uopo per il nostro racconto. Essa è la porta
d’ingresso alla prima nostra meta, cioè una fotografia narrativa di Corso Roma,
che coincide, appunto, con gli inizi degli anni ’60. Anni in cui comincia la
metamorfosi, che porterà due decenni dopo, al quel momento topico in cui ci
siamo trovati nel Corso, accalcati esageratamente l’uno sull’altro, in una
“impossibilità di passeggio”. Arriveremo gradatamente a scrivere di quelle
domeniche pomeriggio, intorno alle 18.00, quando ci si chiedeva se era il caso di
immergersi in quell’imbuto di umanità, sapendo di poterne uscire tra l’andare ed
il tornare, dopo circa un’ora.
Leggere di quei giorni è la parte che inclina a far pulsare l’appagante: “io c’ero”,
ma conoscere la storia, in cui si dischiudono piccole storie, è un esercizio che può
alimentare riflessioni e la curiosità del “vediamo chi c’era”. Quindi procederemo
speditamente, iniziando una virtuale passeggiata in quegli anni partendo da
Piazza Municipio. Una ricostruzione permessa dal riscontro incrociato delle
testimonianze dei protagonisti di quegli anni.
Inizialmente scorgiamo il negozio di scarpe del signor Michele D’Onofrio.
Per avere contezza della sua attività, l’ho raggiunto al telefono in una gelida sera
d’inverno. Era amico di mio padre e mi ha focalizzato all’istante. “Chiamami
Michele”, “Va bene Michele”, ho risposto celando la sensazione di un eccesso di
confidenza. È Iniziata così un’interessante narrazione. Lui era sul Corso Roma,
come negoziante, sin dal 1953, quando aveva soli 13 anni. E vedremo il perché.
Il negozio era appartenuto al nonno Michele e poi al padre Erminio. Possiamo
evincere quindi che era aperto già ai primi del novecento. Per decenni vendeva
cuoiame ai calzolai, che poi lo tramutavano in scarpe. Nel vicolo attiguo, era stata
impiantata dalla famiglia, anche una piccola fabbrica di tali fondamentali oggetti.
Michele aveva due figli ed i negozi divennero due, uno di fianco all’altro. Un
giorno del 1953 Erminio D’Onofrio venne colto da problema cardiaco in Napoli.

Seguirono quasi due anni di immobilità. Così Michele a 13 anni, si trovò a dirigere
l’attività con la madre.
Appare ovvio che per me Michele è stato testimone importante, perché gli inizi
degli anni ’60 del Corso, li ha vissuti intensamente. Quindi la ricostruzione da me
effettuata della mappa dei negozi, ha trovato un contributo considerevole.
Avanzando di qualche metro, nella mia passeggiata virtuale, dopo i due negozi
citati, vi era la gioielleria De Conno e di seguito un venditore di rame. Chiude i
primi settanta metri del lato destro del corso, il negozio di un giovanissimo
Celestino D’Onofrio, figlio di Antonio, che vendeva elettrodomestici votati alla
tecnologia.
Anche qui sovviene il mio ricordo, ovviamente non in linea con il tempo preso in
considerazione. Anche qui sovviene un’amicizia tra mio padre ed il titolare. Ogni
volta che vi era un arrivo eccellente, “l’ultimo nato”, il papà veniva avvertito e gli
veniva presentato il prodotto. Mi aggrada raccontare quando nel 1969 Celestino
ci pose al cospetto della stereofonia, che ad analizzarla ora fa pensare
all’archeologia, ma il sistema era poco conosciuto in tal l’epoca, quindi
appannaggio ristretto degli appassionati. Mio padre comprò un impianto che mi
ha accompagnato, con l’aurea di eleganza del legno con cui era composto, per un
decennio, fino all’arrivo del Piooner.
Altra precisazione in merito alla narrazione del Corso, per non incorrere in
equivoci, riguarda il suo aspetto diacronico. Nel senso che l’ubicazione delle
attività, può risalire a poco prima degli anni ’60 o al primo quinquennio di essi.
E ora scrutiamo i primi 100 metri del lato sinistro. Innanzi tutto vi era la sede del
Comune, seguiva il circolo Frentano, di cui mi occuperò con scritto apposito e poi
scopriamo uno storico bar dell’epoca. Esso, nell’incrocio dei ricordi, parte da
molto lontano. Nel 1960 era il ‘Bar del Maresciallo”, ma non doveva essere il
nome ufficiale, perché era un’epoca in cui nomi ed insegne non erano stentoree
come ora. A tal nome ci si arriva perché il marito di colei che lo gestiva, la signora
Carmela era, o era stato, maresciallo della marina militare. E si trattava di uno dei
bar più frequentati del paese, se non il più frequentato. Aveva le bibite di grido, il

biliardino, la sala per giocare a carte. Soprattutto aveva una storia. Prima della
signora Carmela, si chiamava “Bar Pezzuto” e prima ancora lo gestiva la signora
Amalia. Tale situazione era un fatto tanto riposto nel tempo, che nemmeno il
signor D’Onofrio ne era a conoscenza. Io ho attinto questa informazione da una
persona nata nel 1927, che mi ha riferito come Amalia era la zia di quello che
diviene il decano dei baristi di San Bartolomeo, Beniamino. Quindi il bar risale ai
primi del Novecento.
Ora, dando agio all’immaginazione, Beniamino, che tre generazioni di
sanbartolomeani hanno ben conosciuto, ha potuto prendere ispirazione da sua
zia, nello scegliere il suo lavoro. Un pensiero che mi ha attraversato.
Dopo tale bar troviamo la Farmacia Sciarra, ma successiva ai primi anni del ’60.
Seguiva il negozio “Maffia”, il quale vendeva abbigliamento. E al primo piano di
un’abitazione successiva, vi era il signor Ettore Vinciguerra, con il suo studio
fotografico. Poi aprirà un negozio al si sotto.
Tornando al lato destro, troviamo dopo Celestino D’Onofrio, la Banca Sannitica, in
quello che sarà il locale del Bar Romualdo. La banca aveva un arredamento
austero tutto in nero, che cambiò quando si trasferì in Piazza Umberto Primo.
L’anno del trasferimento risale al 1965. Questo perché in tal periodo avvenne
l’apertura del Bar succitato, anno confermatomi direttamente dalla signora
Brigida, moglie del titolare, da me contattata.
Dopo il bar troviamo una piccola bottega di un orologiaio. L’Orologiaio Cicchetti, il
quale era di Volturara. E da tale paese veniva solo alcuni giorni della settimana.
Con un balzo torniamo a sinistra e dopo “Maffia” troviamo la Farmacia Monaco.
Essa era passata da padre in figlio, quindi era lì già prima della guerra, ed
occupava i locali dove ha poi aperto il negozio il signor Peppino Sepe. Il Monaco
ha poi venduto alla dottoressa Sciarra.
Dopo tale farmacia, il negozio successivo era del signor Antonio Papa, venditore di
elettrodomestici. Seguiva il sarto Mucciacito, nonno del mio carissimo amico
Domenico. Poi ancora la gioielleria Capozzoli, che successivamente vendette la
licenza alla famiglia Sgambato, che sono tutt’ora orefici nel Corso. I proprietari

sono stati da me contattati più volte ed è nata una interessante ricostruzione del
Corso, con il figlio Andrea che moderava il talk show. La loro data di apertura
risale al 1966.
Dopo il negozio Sgambato vi era la lavanderia Orsolina. Era un punto di lavaggio.
La signora Orsolina si serviva infatti di una lavanderia di Lucera, poi provvedeva a
stirare gli abiti e a consegnarli e confezionarli pronti per l’uso.
La signora era molto popolare nel corso. Abitava in vico Fiorilli e si dilettava a
scrivere poesie. Quando incontrava amici, scambiava qualche parola, poi da uno
spunto che carpiva componeva dei versi inerenti alla persona, che consegnava
quando la rincontrava. Circostanza riferitami da chi di tali poesie ha goduto. Una
donna gioviale quanto sensibile.
Ed ora torniamo a destra. Dopo l’orologiaio vi era l’alimentari Picciuto, che ebbe i
meriti di portare il primo pacco di pasta con un brand: Pasta Agnesi. Nei primi
anni ’60 ciò era prova della società dei consumi che iniziava a prendere forme e
quindi delle aziende che che iniziavano ad arrivare in ogni dove.
Poi vi era la storica cartoleria (poi anche libreria) di Salvatore Guerra.
A tale negozio faceva seguito la bottega artigiana del sarto Teodoro Fucci, poi
seguiva il negozio di Francesco, chiamato da tutti amabilmente “Franceschello”.
Inizialmente però, si trovava dall’altra parte della strada, in un angolo adiacente.
In questo negozio mi recavo da bambino ed ero sempre in preda all’incertezza di
cosa vendesse principalmente. Era un bazar, in cui si trovavano le candele, la
candeggina, i coltelli, i giocattoli, gli utensili da cucina. Franceschello era un luogo
di grande frequentazione nelle feste natalizie, perché era il negozio delle miccette
e dei botti. Se vogliamo tradurre simpaticamente in gergo paesano, riesumiamo
“le botticelle”.
In tal periodo il negozio si riempiva di ragazzi, che compravano tali oggetti
d’artificio, per poi godere di essi per qualche secondo e piombare nella sgradevole
sensazione di aver gettato in fumo del denaro. Comunque gli artifici venivano
ostinatamente subito riacquistati e si andava avanti sin quando i soldi finivano.

Noi – più piccoli di età – ci limitavamo alle stelline illuminanti e alle miccette e
lasciavamo ai ragazzi più grandi i raudi, che reputavamo pericolosi.
E questo era Franceschello.
Ritornando all’altra parte della strada. Alla Farmacia Monaco e al Papa, si sono
sostituiti nella primo lustro del ’60, i fratelli Francesco e Peppino Sepe, con il
negozio: “Tutto per tutti”. E dopo la lavanderia di Orsolina, troviamo il negozio
“Parisi”, all’interno dei locali di quello che poi diventerà il Bar Sport. Il signor Parisi
vendeva tanti oggetti diversi, ma aveva una particolarità utile al paese: riparava gli
occhiali. E questa vocazione poi si è tramutata in un negozio di ottica, aperto in
quel di Salerno. Seguendo la linea troviamo un piccolo punto vendita di pane, di
“Zia Luciella”. E poi ci troviamo al cospetto di una piccola fabbrica. Si, proprio una
fabbrica, in pieno Corso. Si tratta dell’attività di don Vincenzo Fiorilli (nell’attuale
palazzo appartenente alla famiglia Mascia), che produceva le bibite gassose ed il
seltz.
Poi seguiva il negozio di Papa, che si era trasferito in tal sede dopo il periodo di
fianco alla farmacia Monaco. Papa lascerà il negozio al figlio Michele. Questi è
stato da me contattato e mi ha riferito, oltre ai soliti riscontri e conferme, di
essere subentrato nel 1974. Mi anche detto che suo padre era nato nel 1917 ed
aveva avuto il negozio per trent’anni, prima di lui. Quindi vuol dire che il negozio
Papa, esisteva già nel periodo bellico.
Dopo troviamo il negozio di alimentari di Chiara Arricale, detta “zia Chiara”,
madre di don Clemente Arricale. E poi una macelleria storica, quella di Basilio
Cifelli, a cui subentra con il passar del tempo il figlio Michele.
Di fronte alla Arricale vi era un altro alimentari, Iannantuono, ma è stato aperto
per pochi anni in quel 1960. Seguiva un barbiere, sito ad angolo, poco prima del
Palazzo Ziccardi, poi Corvo. Tale attività aprì prima degli anni ’60 ed era uno dei
barbieri rinomati del paese. Poi in tal locale andò un venditore di bombole, detto
“Il Fontanaro”.
A questi segue il bar Locanda don Antonio e di fianco alla chiesa l’armeria Bibbò.
Proseguendo troviamo la gioielleria Longo, il negozio del signor Tonino Persiano e

Zia Gemma, che aveva la mescita del vino. Quindi era proprio Zia Gemma ad
aprire il corso, partendo dalla piazza. Un particolare rimarcato da tutti.
Chi ricorda più zia Gemma? Soprattutto chi l’ha conosciuta? Io non ne avevo mai
sentito parlare e questo dimostra come la memoria orale meriti di essere messa
per iscritto, per far rivivere e vivere situazioni del passato che non hanno avuto
alcuna allocazione, nonostante la visibilità.
E così abbiamo concluso la nostra fotografia degli “inizi” del Corso, dando l’idea di
come diviene un luogo di vendita. Ora come premio per questa attenzione, ci
immergeremo, con un volo pindarico, nel momento in cui comincia la fase del suo
splendore. Quando non è più il corso di San Bartolomeo, ma diventa “il Corso” di
tutta la valle del Fortore. Considerando la valle in senso più ampio e quindi con
parti del Molise e delle Puglie. Perché Corso Roma diviene il luogo di coloro che,
dalle 17.00 alle 19.30, volevano fare una passeggiata tra negozi illuminati e
soprattutto tanta gente che aveva voglia di stare insieme e voglia di vita.
Quindi negozi e persone che si fondevano e si legittimavano a vicenda. Infatti non
si può concepire gente che passeggia in una strada di meri palazzi gentilizi, e non
vi possono essere tante vetrine illuminate lì dove non vi è un passeggio. Una
caratteristica degli inizi del ‘900 a New York o Parigi, degli anni ’20 a Milano o
Roma, degli anni ’60 a San Bartolomeo.
Ma come si arriva nel nostro Corso alla socializzazione in senso ampio? Ed intendo
per senso ampio la modalità in cui inizia ad abbattersi la barriera della differenza
di genere tra uomo e donna. Perché questa è la discriminante che fa di un luogo
un vero punto d’incontro. E la demarcazione tra uomo e donna, come identità
separate, ed assimilabili solo nel contesto del matrimonio o vincoli parentali, è
stata presente cospicuamente in epoche insospettate. Solo nel 1971, a San
Bartolomeo, alle scuole medie nasce la classe mista. Ciò è tutto dire.
Quindi è importante capire quando il Corso diventa libero da questo
condizionamento invalidante.
Inizio tale analisi con una mia testimonianza, semplice quanto evocativa. Quando
iniziai a frequentare il Corso, a circa 15 anni, quindi nel 1978, non avevo notavo

tale inibizione, perché preso dalle innumerevoli persone che lo calcavano. L’anno
successivo, al terzo anno di frequentazione del liceo, mi accorsi, nel passeggiare
con una mia coetanea, che tale circostanza era vista come atteggiamento
licenzioso.
Devo precisare nell’economia della mia analisi, che mi sono formato una
coscienza sociale con l’ingerenza culturale di due luoghi: Roccaraso e
Portorotondo. Ma non quella del turismo di massa o scenico, ma quando era un
pugno di case frequentate soltanto dall’alta borghesia del Settentrione. Quindi i
miei occhi vedevano il Corso con il filtro di tali luoghi. Ma questa visione aveva un
contraltare importante: i racconti dei miei nonni.
Dall’età di 13 anni, seguendo il mio istinto giornalistico, avevo sviluppato una
forma mentis che mi portava a fare domande. E riversai tale modalità sui miei
nonni, per giungere ad una costruzione del paese modellata dai loro racconti. E
quindi sentivo narrare di usi e costumi di inizio ‘900 e mi spingevo fino ai fatti
tramandati dai bisnonni e dai miei trisavoli. Si risaliva, dunque, all’epoca del
brigantaggio.
Ebbene mio nonno mi descriveva le feste in casa, della sua epoca, dove veniva
posta una corda al centro della stanza, con le donne da un lato e gli uomini
dall’altro. E poi le sue visite serali a mia nonna durante il fidanzamento, con la
madre al centro, assisa su una poltrona e i due giovani da un lato e dall’altro. O
quando nei primi anni del dopoguerra, mio zio, cancelliere della Pretura di San
Bartolomeo, alle 20.00, capiva che doveva andare via da casa della sua fidanzata,
zia Mena, quando mio nonno iniziava a dar cenno di mettersi comodo per la sera.
Bastava un piccolo gesto per intendersi.
Così quando iniziai a vagliare il Corso, avevo questa doppia chiave di lettura.
Quella costruita nei luoghi che frequentavo all’esterno del paese e quella dei
racconti dei miei nonni, molto descrittivi. E da tale comparazione capivo che il
Corso doveva compiere la sua ultima battaglia, per arrivare alla meta della sua
libertà sociale.

Il Corso vissuto dai giovani dalla metà degli anni 80, negli ’90 e nel 2000, è quello
che ha costruito faticosamente la mia generazione, ovvero i nati dal 1960 al 1965,
con i prodromi posti dai pionieri, venuti alla luce qualche anno prima. Barriera
dopo barriera, pregiudizio dopo pregiudizio, giudizio dopo giudizio.
Ho chiesto a mio fratello, classe 1967, se avesse mai avuto un problema ai primi
anni del liceo, a passeggiare con una compagna di scuola, e mi ha risposto
negativamente. Quindi ho evinto che la metamorfosi si è giocata sul filo di pochi
anni.
Ma come avviene tale cambiamento che oserei definire epocale? Quali gli
elementi propulsori?
Molto partiva dal liceo Gaetano Rummo, scuola del posto, che si commistionava
con ciò che nasceva in altri luoghi.
Per dare un’idea sintetica ma chiara: nel Bar Grotta Azzurra dal post ’68 fino al
1977, si costruirono le avanguardie; nel Bar Sport dal 1978 si compì buona parte
del percorso; nella nuova sede del Bar Grotta Azzurra nel 1983, esso si completò.
Ormai ai tavoli sedevano insieme, spensieratamente, ragazzi e ragazze, giovani
uomini e giovani donne. Le catene di demarcazione di sette secoli di vita del paese
erano spezzate.
Tutto appunto si era svolto in un ambito, situato tra una chiesa e l’altra, su una
pietra lavica inclemente per il cammino.
Ho scritto di una mia passeggiata del 1979. Ma due anni dopo, nell’aprile del
1981, ricordo altra passeggiata dove le sensazioni degli sguardi incuriositi che
lambivano era ancora presente, se pur attenuata. La datazione e le sensazioni
sono nitide, perché la persona è stata a me cara.
Ma qualcosa si era messo in moto prepotente ed inarrestabile. Erano anni in cui i
cambiamenti subivano brusche accelerazioni. Dalla televisione commerciale
nazionale, arrivavano input che “irrompevano” nei comportamenti. Quindi in sei
mesi si compivano balzi, che nemmeno in cinque anni precedenti si riusciva ad
avere della stessa intensità.

Ora mi avvalerò di qualche testimonianza. Ho parlato con Celestino Agostinelli,
persona che ha vissuto gli anni del cambiamento del Corso con un ruolo di
protagonismo, in senso positivo. Mi precedeva due anni e quindi lo ricordo come
propositore di un cambiamento di atteggiamento sociale. Era attento a non farsi
influenzare dall’identità di genere. Indi sulla sua Golf Cabriolet prendevano posto
ragazzi e ragazze, senza il timore di fraintendimenti, perché nelle auto scoperte,
tutto è pubblico e perché era un’auto sui generis che permetteva qualche strappo
alla regola. Celestino ha evidenziato come le comitive nascenti, erano di per sé,
l’incubazione delle diversità che si iniziavano a venirsi incontro. Infatti io ricordo
che tali comitive organizzarono le prime feste in casa per i compleanni. E In tali
circostanze comparivano i primi brani della disco music, che “aiutavano”
l’incontro, lo fluidificavano. Si andava alla festa per ascoltare qualche disco nuovo.
Almeno così si raccontava qualche volta.
Ho telefonato ad Angelo Colarusso, che da giovane lo ricordo intraprendente,
entusiasta e che usando il linguaggio attuale potremmo definire un “influencer”.
Lui ha vissuto nella fase post-adolescenziale, come me, le tappe cruciali del
cambiamento del Corso. Mi ha fatto subito notare un particolare curioso, che poi
ho ricordato. Le pietre laviche che lastricavano la strada, si presentavano alla
vista, consunte nella parte laterale verso destra, scendendo da Piazza Garibaldi e
verso sinistra a salire, con una lievissimo avvallamento nella parte centrale. Segno
che le persone che passeggiavano – gradatamente nel tempo – avevano levigato
la pietra.
Abbiamo cercato di ricostruire, secondo l’intersecamento delle nostre idee, il
momento in cui il Corso si liberò del tabù della passeggiata uomo-donna. Un
problema che anche lui, come tutti, ricordano bene. Angelo mi ha riferito che
nella fine degli anni ’70, oltre al risultare licenzioso passeggiare con una ragazza,
era doppiamente un problema se venivi visto passeggiare con una e poi altra
diversa. “Il concetto di amicizia non era concepito. Se passeggiavi con due ragazze
diverse lo stesso periodo, venivi confuso con un play boy. Circostanza non
gradevole e che limitava la libertà.”

Sono d’accordo con Angelo. La categoria dell’amicizia uomo-donna non era
contemplata. Quindi passeggiare con una ragazza voleva significare che
comunque vi fosse un rapporto sentimentale, se pur larvato.
Ora potete immaginare le condizioni culturali in cui si viveva sino ai primi anni del

  1. E questo lo faccio osservare sopratutto ai giovani, per far capire come la
    nostra generazione ha dovuto combattere una guerra silente, misurandosi con i
    potenti concetti del passato.
    Colarusso è stato d’accordo con la mia datazione. L’anno di rottura del sistema e
    stato il 1982. Infatti lui ricorda un 1983 scevro da tali condizionamenti. Anche
    parlando con Michele Scrocca si è giunti a medesima conclusione. Facendo il
    calcolo in base ad alcune circostanze l’anno risulta quello indicato. Lui è nato nel
    1965 e il pregiudizio l’ha vissuto ed è intermedio con il 1967, la classe d’età che
    non lo ha subito.
    Quindi il 1982 è la data del cambiamento. La fune dei tempi di mio nonno, che
    divideva la stanza in due, era stata tagliata.
    Mi sono concentrato su tale aspetto, perché in letteratura scientifica sociologica,
    questo è un passaggio focale. Non potevo evitare di esaminarlo, perché non è
    circostanza di pura cronaca.
    Vediamo ora come evolve il Corso, dopo il 1983. Sempre considerandolo come
    specchio dello sviluppo sociale del paese.
    I negozi si offrono più forniti e delineati nella loro forme. Le vetrine più luminose
    e ornate. Quelli non consoni ai tempi, scompaiono. Il passaggio e il passeggio
    crescono nelle loro dimensioni. “Trovarsi sul corso voleva dire esistere. Se non lo
    frequentavi non c’eri”, una frase di Lucia D’Urso (la cui madre mi ha dato un
    grande contributo), che reputo importante perché include un fattore
    fondamentale, come l’identità.
    Ricordo che tra noi ragazzi o giovani, non frequentare il Corso era indice di
    timidezza. Può sembrare una banalità accreditarsi con la presenza in un luogo,
    eppure se non si frequentava il Corso con assiduità, veniva percepito come scarsa

capacità sociale. Questo soprattutto per i maschi. E ciò dà la dimensione di
quanto questo “condotto viario”, non era mera strada, ma anche un contenitore
di concetti. Un luogo di plurime funzioni.
In esso si esercitava la politica del borgo, perché permetteva gli incontri, l’attività
artistica tramite la sede della Pro Loco, l’attività sociale tramite i bar, l’attività
commerciale, l’attività di espressione, perché se volevi dare un “messaggio di
rottura”, questo avveniva solo se si svolgeva sul Corso. Quindi esso si auto-
assimila al paese ed il paese si auto-include nel Corso.
In tal periodo, avere una casa sul Corso diviene fattore di privilegio, ma non nella
misura delle epoche precedenti. Ricordo una domenica sera, quando andai a casa
del dottor Fusco e mi affacciai ad un balcone, vidi un serpentone di persone, dove
era difficile apporre uno spillo. Era la vista totale del Corso nel momento di
maggiore sua attrazione. E mi chiesi se era più bello avere la mia villa, opulenta
ma in periferia, oppure quel balcone. Il che è tutto dire.
Ecco dunque il Corso nel suo apogeo, nel suo acme di importanza, nel suo essere
entro di confluenza delle comunità di una grande valle. A tal punto da non riuscire
più a contenerla. Infatti ricordo che si iniziò ad utilizzare per tal motivo anche il
primo tratto di Via Margherita. Circostanza riservata ‘all’assedio” domenicale. Lo
ricordo perché mia nonna abitava al civico 16 e vedevo sempre più gente defluire
in quel punto.
Si era creata una continuità. Quando poi venne aperta la prima pizzeria a San
Bartolomeo, che si trovava in via Pasquale Circelli, il sabato sera vi era un
collegamento diretto tra il Corso ed essa. Anche se non si andava a cenarvi, si
arrivava “fino alla pizzeria”, come luogo ultimo di confine per passeggiare. E ci si
sedeva sulle panchine ubicate in quella strada.
In pratica, il Corso aveva esportato la sua “mentalità” fuori dei suoi confini. Ed a
pensare il Corso degli anni ’60 descritto, si era compiuta una metamorfosi
mirabile.
Siamo ormai nel 1986, che faccio coincidere con il massimo splendore di San
Bartolomeo. L’hanno di massima espansione della sua dimensione.

La piazza del paese era trapuntata di auto importanti, la gente vestiva con le firme
della moda, si edificavano case che concedevano il fianco agli agi. Una sensazione
estetica che si riscontrava solo in alcune zone del capoluogo Benevento. Paesi
come Montesarchio e Sant’Agata dei Goti, con oltre 11.000 abitanti, non avevano
tali caratteristiche consumistiche.
Con i piani artigianali ed industriali in via di completamento, San Bartolomeo era
un paese che viaggiava verso un futuro illuminato. Tutto sembrava tralucere
progresso.
Ma il primo scricchiolio era avvenuto. Inatteso. La caserma dei Vigili del Fuoco
venne soppressa. Può sembrare un particolare. Invece è un sintomo importante.
In paese, tale circostanza, venne vissuta come una lesa maestà. Sembrava
incredibile dover sottostare ad un comune molto più piccolo, per spegnere un
incendio. Tra l’altro a trenta chilometri di distanza.
La San Bartolomeo del 1986, sull’onda dell’entusiasmo dello sviluppo socio-
economico, aveva emarginato tutte le lacune strutturali. Come l’annosa questione
dell’ospedale e della viabilità. Non ci si sentiva più “umiliati ed offesi”. Non vi era
quasi più spazio per lamentarsi, in quella fluorescenza di attività, di opere
pubbliche erigende, di gente che aveva voglia di fare e anche di emergere.
Ma quella caserma che andava via era una controtendenza. Era l’aspetto
burocratico che iniziava a bussare alla porta. Un singulto di un destino che si
consumerà anni dopo e che non è oggetto di questa narrazione.
In sede conclusiva mi auguro di aver raccontato, con questo scritto,
esaurientemente, il Corso Roma. L’ho fatto per conservare traccia storica per chi
avrà modo di scrivere del paese e per rispondere a tutti coloro che in questi anni
mi hanno detto, in preda allo sconcerto: “Esco per il Corso e non c’è più nessuno.
Nessuno.”
Quel Corso delle meraviglie è esistito, perseverando nel presente nella fisicità dei
palazzi gentilizi e nella modernità dei negozi operanti. E quel percorso,
quell’imbuto solcato da intensa umanità, dove si era uno a ridosso dell’altro, e

rimarrà per sempre: “Sua Maestà il Corso”. Il vero ed unico sovrano che ha avuto
San Bartolomeo in Galdo.
Gianvito Pizzi

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