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Come appariva il paesino cinquant’anni fa? È certamente la domanda che poniamo spesso ai canuti nonni, che con commovente bontà si dilungano piacevolmente nel racconto.

Le pendici dei colli, una volta floride, erano ormai spoglie, a seguito di uno sconsiderato disboscamento, la valle si presentava povera e sgretolata con una vegetazione spoglia, una natura brulla in orizzonti infiniti sulla quale gravava una tetra solitudine, punteggiata qua e la da pagliai, tuguri, casupole e poche masserie vecchie di secoli. Le lunghe distanze tra i depressi e poveri paeselli, a motivo di avvallamenti e continue sinuosità, rendevano malagevoli gli scambi. Le coltivazioni erano rappresentate quasi esclusivamente da grano e granturco, ma anche da antichi vigneti da cui si ottenevano aromatici vini e da oliveti che davano dell’olio di lodevole qualità. I campi erano coltivati empiricamente, si praticava la carbonizzazione del legno. Pochi, per deficienza di pascoli e di foraggi, erano le vacche, le pecore, e le capre, diffusissimi erano i maiali.
All’interno del paesino, c’erano catapecchie diroccate, stamberghe lesionate e cadenti, topaie che lasciavano trasparire un abbandono generale… e poi contadini vestiti di stracci rattoppati, donne abbruttite dalla miseria, bambini esili che a frotte giocavano per le viottole affondando i piedi nudi nelle pozzanghere, o sui cumuli di letame stallatico, uno spettacolo indubbiamente desolante. Una comunità prettamente rurale, che per riscaldarsi dal gelido inverno teneva in casa asini, porci, e capre. Le case costruite con le pietre, raccolte nei terreni, o lungo le rive dei ruscelli, erano coperte di embrici di argilla cotta ed erano piccole arche di Noè, la gente stava ammucchiata dentro di esse, convivendo finanche con pulci, pidocchi e cimici. In alcune case vi era il focolare con il camino.
Inoltrandosi nel paese, le viottole apparivano disseminate di ogni sorta di luridume, cosicché il cammino si presentava incerto e difficoltoso, non si sapeva dove volgere gli occhi e il naso in quei vicoletti strettissimi del centro storico pieni zeppi di sudiciume. La mancanza di decenti fognature nel paese e, l’assenza di servizi igienici nelle case, provocava delle conseguenze facilmente immaginabili… a quanti bagni di acqua erano esposti i poveri passanti, specie nelle prime ore dell’alba? Di giorno davanti a molti usci stavano legati i maiali, attorniati da sciami di mosche, mentre per le vie razzolavano liberamente le galline. A sera poi, gli asini e i muli al ritorno dai campi, venivano lasciati un po’ all’aperto dinanzi alle case. D’inverno i vicoletti diventavano completamente impraticabili a cagione del fango. Il tizzone e la lucerna ad olio fornivano una tenue luce che rompeva un po’ l’oscurità delle interminabili e gelide notti invernali.
In parecchie famiglie si viveva di solo pane e non sempre questo era confezionato con farina di grano. La focaccia impastata con la farina di granone e posta a cuocere sulla pietra infocata del focolare, rappresentava il solo cibo quotidiano per molta gente. Zuppa di fagioli o di patate, polenta intinta in mosto cotto e aceto, pecorino genuino ed aromatico vino, rappresentavano a volte delle vere leccornie. Non mancavano poi i poveri che, mendicavano per le case dei più facoltosi o che, rubavano gli avanzi nelle ciotole dei loro cani.
Un placido paesaggio dove il silenzio che imperava ovunque, quando i frenetici bambini erano tra i banchi di scuola, era rotto qua e la dal martello del fabbro o dalla sega del falegname, dagli strilli dell’erbivendolo o dagli asini che legati all’anello di ferro conficcato nei muri di pietra, scalpitavano sull’acciottolato. La vita in paese seguiva sempre la solita mesta e bigia scenografia.