Puoi leggerlo in circa 2 minuti :::

Una figura dell’economia spicciola del paese di mezzo secolo fa…

A quel tempo i maiali che venivano allevati nei paesini del Beneventano e quindi a San Bartolomeo in Galdo erano principalmente di razza Casertana, suini di colore nero e decisamente rustici. Caratterizzati da pochissime setole venivano anche detti ‘pelatella’ e avevano dei bargiglioni sotto il collo. Fino a 40 o 50 anni fa alla ricorrenza della prima fiera di bestiame dell’anno, ogni famiglia comprava uno o più maialini che di notte venivano ricoverati nel vano sotto il ‘jafio’, ossia nella ‘rolla’. Di buon mattino passava il porcaro che girando per le vie del paese metteva insieme un nutrito gruppo di suini e li portava nei cespugliati, nei boschi dove potevano rinfilzarsi di ghiande, erbe di diverse varietà, tuberi e funghi. Quindi dalla mattina alla sera il porcaro avvalendosi dei cani era in grado di pascolare parecchi maiali, si stabiliva così tra cane e porcaro affiatamento ed una reciproca comprensione.
La paga del porcaro era solitamente in natura, cioè per ogni maiale riceveva un certo quantitativo di grano oppure di granone o qualche altra cosa. Al tramonto li riconduceva in paese alle proprie case, dove l’alimentazione veniva integrata con gli avanzi e con cibi poveri. Tutto ciò procedeva fino al mese di agosto in ricorrenza delle fiere estive quando li vendevano, o comunque li ingrassavano per macellarli poi nel mese di dicembre e così fornivano carne e salsiccia per l’intero anno. Del maiale, non si buttava via niente, c’è da dire però che a quei tempi c’erano maiali genuini e si battevano i denti per la fame. Oggi si scarta molto e certe schizzinoserie della modernità hanno fatto dimenticare preparazioni gastronomiche tradizionali quali il dolce sanguinaccio o il cavolo con il guanciale. Ancora oggi è possibile trovare maiali di razza Casertana in qualche masseria, c’è anche chi ne promuove la conservazione e la valorizzazione, trattandosi di una specie sull’orlo dell’estinzione.