Un’altra puntata del viaggio nella storia dell’Istituto del Calvario e di mons.Pepe, questa terza parte concerne l’opera caritativa: la Casa di riposo e di cura.

G. Pepe ha davanti a sé nel momento in cui concepisce il suo disegno, il quadro dei disagi e sofferenze di genitori che penano per il nutrimento dei figli e di vecchi che non hanno più posto nella casa consacrata dal loro sacrifìcio.
“Alle volte – osserva – manca nella ristretta casuccia persino lo spazio per il misero loro giaciglio; manca il posto accanto al focolare domestico dov’essi hanno mantenuto costantemente acceso il fuoco sacro dell’affetto generoso e nobile, ispiratore di mille occulti sacrifici, suscitatore di meravigliose energie benefiche per la famiglia e per la patria, manca principalmente quella serena tranquillità che fa sprigionare dal cuore apparentemente gelido dei vecchi il canto fervido dell’amore, mentre cullano sulle loro ginocchia i figli dei loro figli, cui essi vogliono tanto bene e ai quali raccontano poetiche leggende di fate e storie edificanti di antenati valorosi e forti, saggi e prudenti” .
Non di rado accade che il disagio degli anziani sia reso più acuto dagli insulti sprezzanti e atroci di qualche nuora incomprensiva; dalla trascuragine di figli adulti assorbiti dalle cure di una prole numerosa, e motteggi volgari di nipoti incoscienti; tutti gli infortuni di una vecchiaia fatalmente inoperosa e fastidiosa, che non sempre dipendono da bassi istinti, egoismi brutali, comportamenti crudelmente economici; ma spesso dalla crudeltà della vita, dalla necessità delle cose, dai pesi insostenibili di fatiche e di paure del domani . Questa coscienza della durezza della vita è ispirata a Pepe anche dall’esempio di un compianto predecessore e maestro sulla via della carità, venerando sacerdote, benefico donatore di una comoda Casa alla locale Congregazione di Carità per il ricovero dei poverelli: D. Luca Braca. Di lui G. Pepe ricorda il principio ispiratore ‘l’amore discende e non sale’. Si adegua agli ultimi ai derelitti che soffrono in basso, nelle angustie materiali e morali, ai deboli, ai bisognosi, ai diseredati della società . E sul suo esempio G. Pepe si mette in cammino. Ma la Casa di don Luca non è
“sufficiente per i bisogni di una città, dove i ricchi sono pochi e l’enorme maggioranza della numerosa popolazione è costituita di contadini e di operai che vivono di stenti e di privazioni, anche quando sono atti al lavoro; e gemono nello squallore e nella miseria quando vecchi non possono più guadagnarsi un tozzo di pane e sono per giunta mal sopportati da chi li considera un inutile peso” .
Di qui la necessità di pensare ad un più adeguato progetto. E ad esso Pepe si votò con tutte le sue energie. Aveva comprato nel 1922 la Chiesa del Calvario (di Sebastiano Monaco fu Michele), con le somme residuali della liquidazione dei beni della Chiesa Ricettizia di S. Bartolomeo in Galdo, consenzienti l’arciprete Ernesto Saccone, il clero locale e il vescovo di Lucera; e aveva ottenuto dal canonico Michele Ziccardi la concessione gratuita dei diritti da lui acquistati con opere di ristrutturazione dell’edificio sacro. Inoltre, nel 1924, il Comune gli aveva ceduto 133 metri quadri di suolo adiacente alla chiesa, più tutto il terreno digradante (1433 mq) dal luogo del Calvario sulla strada sottostante, da adibire a giardino della istituzione programmata. Il problema maggiore era quello del finanziamento. L’idea primitiva prevedeva la devoluzione della sua proprietà, dei suoi guadagni e risparmi personali; ma la fondazione della ‘Casa delle Suore della Carità’ per la formazione di fanciulle e giovanotte (Asilo d’infanzia, Doposcuola, Laboratorio femminile), temperò il suo slancio iniziale, senza intaccare la sua fiducia illimitata nella Divina Provvidenza. Il primo segno di questa fiducia egli lo vide nel 1928, allorché gli giunse da un folto gruppo di emigrati negli Stati Uniti la proposta di promuovere l’erezione di un’opera benefica, forse un ospedale. G. Pepe era allora Segretario dell’Arcivescovo di Napoli, Alessio Ascalesi . Ma non si lasciò sfuggire il segno della Provvidenza e rispose all’appello dei suoi concittadini, mettendo a disposizione quanto era di sua proprietà sul Calvario. Egli aveva adattato anche a sua dimora, per i periodi di permanenza al paese, la casetta del vecchio sagrestano. Chiese anche ai suoi corrispondenti il prestito di una somma sufficiente all’acquisto di alcune casupole circostanti al Calvario, per ampliare l’area di edificazione sino alle misure razionali del progetto. Restava qualche contrasto sulla destinazione d’uso dell’opera pia. Gli ‘Americani’ sognavano un presidio ospedaliere da costruire in aperta periferia, e da collegare col paese con styrade spaziose, e funzionanti; Pepe, invece, pensava alla sua Casa di riposo, come ad un’istituzione costruita sulla misura di una terra appenninica, come quella dell’Alto Fortore, interna e marginale.
Il contrasto, si risolse in un accordo, in cui la concezione della Casa di riposo si dischiuse ad accogliere l’istanza “americana” di tipo ospedaliera, ma ridimensionata nelle proporzioni compatibili con una zona sottosviluppata. Di qui il nome di Casa di riposo e di cura “Gesù Redentore” per i vecchi poveri e per gli ammalati. Entrano, così, anche gli infermi che costituivano un problema molto grave per tutta la popolazione, nella quale erano frequenti malattie dovute ad infezioni e contagi. Infatti si vedevano vivere insieme agglomerati genitori e figli, vecchi e fanciulli, muli ed anitre, asini e capre, maialetti e polli in un miscuglio di cento altri oggetti che sembrava fatto apposta per far pullulare germi patogeni di ogni specie. Miseria e ignoranza erano le forze alleate più potenti e idonee alla diffusione dei morti e delle epidemie. L’ospedale, quindi, era il naturale completamento della Casa di riposo. Riposo per i vecchi stanchi, cura per i malati: questi costituivano gli obiettivi dell’opera pia, di cui G. Pepe era l’ideatore, gli emigrati i finanziatori, l’ingegnere Liberato Braca il progettista e l’esecutore, oltre che il cassiere, delle offerte provenienti dall’America, dove si era costituito un Comitato diretto da Bartolomeo Masella di Millburn nel New Jersey. Parallelamente in mancanza del promotore dell’impresa, occupato nel rettorato del Seminario di Fano, si costituisce a S. Bartolomeo una Commissione amministrativa diretta dal prof. Francesco Zillante, maestro elementare, con il compito di mantenere i contatti con tutti i benefattori vicini e lontani, coinvolti nella costituzione della Casa di riposo e di cura.