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Un’altra tappa del viaggio nella storia dell’Istituto del Calvario e di mons.Pepe, questa seconda parte concerne la produzione culturale.

E’ il titolo di una nota polemica di G. Pepe scritta in seguito ad uno studio di Augusto Rostagni sulla figura dell’imperatore Giuliano.

Su questo personaggio si sono soffermati diversi studiosi contemporanei e del passato, mettendone in luce le qualità  di filosofo, di soldato, di governatore, di scrittore e soprattutto di uomo religioso. Giuliano – afferma Pepe – nutriva, un amore particolare per il culto degli dei dell’antica Grecia e di Roma, tanto che il suo sogno era quello di ristabilire l’originario splendore ellenico ormai tramontato e sostituito dalla nuova religione, il cristianesimo, che uscendo vittorioso dalle persecuzioni aumentava il numero dei seguaci e affascinava storiografi e letterati. Rostagni, nel suo volume Giuliano l’Apostata, si preoccupa di considerare fondamentalmente l’aspetto letterario-artistico dell’opera di Giuliano, convinto di riuscire a cogliere il suo profondo dramma religioso . Pepe, sin dall’inizio della nota si pone una domanda: il Rostagni è riuscito veramente a ricostruire nella verità  storica la mente dell’imperatore, oppure si è lasciato incantare dalla figura del filosofo e dell’uomo mistico, facendo svanire l’acceso odio dell’apostata verso i cristiani?. La complessa personalità  di Giuliano è ritratta dal Rostagni mediante un vero e proprio panegirico che ne esalta le inconfutabili doti intellettuali e vela con maestria e finezza l’indole impulsiva e il desiderio irrefrenabile di gloria. Non si tralascia neanche l’importante aspetto psicologico di Giuliano, che il Rostagni ha compreso ed espresso efficacemente evidenziando l’intimo contrasto presente nell’animo dell’imperatore tra il suo amore per lo studio e la nuova occupazione di governatore. Tale conflitto viene usato abilmente dal Rostagni in maniera apologetica. Egli afferma infatti, che molti degli errori e provvedimenti legislativi che offuscarono l’immagine di Giuliano, di uomo giusto, derivarono dalla sua “mentalità  speculativa” e dalla mancanza di senso storico.
Se il giovane imperatore pensò di sostituire la dottrina del Vangelo con la filosofia socratica e platonica, fu perché credeva che questa potesse rinnovare la società  decadente e frivola. Fu anche intimamente convinto della supremazia del sapere sulla forza, tanto che scelse come suoi collaboratori dotti, filosofi e poeti. Per raggiungere il suo obiettivo emanò leggi e regolamenti che colpirono i cristiani e fecero di lui un persecutore, “come possono essere persecutori i filosofi, senza spargimento di sangue”. Pepe si chiede fino a che punto questa affermazione risponda a verità  e se non si ricorse affatto all’uso della violenza. Ai cristiani in un primo momento, e successivamente anche ai preti e ai vescovi furono tolti i privilegi concessi loro da Costantino e da Costanzo. Tutti i cristiani furono privati delle cariche amministrative e militari che fino ad allora coprivano. Gli stessi dotti e maestri furono costretti a lasciare la loro cattedra e ad altri furono tolti i mezzi per acculturarsi. In seguito a queste disposizioni non mancarono rappresaglie tra pagani e cristiani e ribellioni di questi ultimi divenuti la maggioranza del popolo. Si arrivò alle esecuzioni capitali di sacerdoti e di soldati perché accusati di oltraggiare il culto pagano. Il Rostagni ha fatto passare in silenzio tali episodi dolorosi che se fossero narrati nel suo volume avrebbero sicuramente intaccato il quadro idillico da lui dipinto sull’imperatore e di conseguenza rivela varie lacune nel profilo storico di Giuliano e nel “quadro generale delle condizioni politiche, morali e religiose del tempo dell’imperatore (…) epoca di profonda trasformazione sociale”. Inoltre il problema storico più interessante, quello della profonda crisi del giovane filosofo mistico, passa (…) in seconda linea, ed è trattato solo per mettere in luce la sua produzione letteraria”, in cui il Rostagni pone il valore dell’opera dell’imperatore. Dunque, Pepe sull’aspetto storico fa delle osservazioni, mentre sotto l’aspetto spirituale dimostra una disposizione alla comprensione del dramma inferiore dell’uomo, lacerato da un’intima contraddizione tra la teoria e la pratica, la predicazione e l’azione, l’ideale e il reale. Non c’è pace “nel suo spirito inquieto e insoddisfatto, nella sua anima agitata da ansie sempre rinascenti, nel suo cuore mosso da una tensione dolorosa continua che non gli da mai pace, perché originata dal vivo perenne contrasto fra la realtà  della vita e l’ideale di restaurazione morale e religiosa da lui concepito con tanta fede e passione”.