Ne leggiamo tante, di terribili, di brutte, raramente anche di belle, e di strane; lo facciamo da tanti anni ma riusciamo a stupirci ancora. Anche perché l’apparentemente sonnacchiosa realtà sannita non lesina sorprese…

Sono arrivate quattro nuove sostitute procuratori (o procuratrici, che dir si voglia) al Tribunale di Benevento e ieri si sono insediate ufficialmente con tanto di cerimonia. Ad accoglierle con il procuratore capo, i colleghi e le colleghe dell’ufficio inquirente, i rappresentanti della magistratura giudicante, del personale amministrativo e degli avvocati. Si tratta di giovani magistrate, tra i 27 e i 41 anni, che hanno svolto il tirocinio e ora hanno scelto Benevento come sede, in particolare: la fortorina Donatella Palumbo di San Bartolomeo in Galdo, la napoletana Iolanda Gaudino, la casertana Assunta Tillo e la foggiana Miriam Lapalorcia. Aggiungiamo che il loro arrivo era atteso, l’organico era sottodimensionato, per i sostituti andati via nei mesi scorsi e la contemporanea fusione dei tribunali di Ariano Irpino e Benevento con il conseguente incrementato lavoro. 

Ultimo corollario la ulteriormente aumentata prevalenza di donne in Procura dove attualmente, oltre al capo Giuseppe Maddalena, e a Giacomo Iannella e Luciano D’Emmanuele, già lavorano le colleghe Patrizia Filomena Rosa, Marcella Pizzillo, Flavia Felaco, Nicoletta Giammarino e Maria Amalia Capitanio. 

Esauriti gli elementi della pura cronaca, scriviamo soprattutto per un altro motivo, quello che ha dato il colore della stranezza, come dall’incipit del resoconto dal quotidiano Ottopagine, letto stamane, che qui riportiamo testualmente: ” ‘E’ il mestiere più bello che esista’ ha esordito il procuratore Giuseppe Maddalena, ‘Anche il più divertente’ ha aggiunto il giudice Rosario Baglioni. ‘E’ vero io che ho svolto entrambe le funzioni posso confermarlo’ ha continuato il numero uno degli inquirenti sanniti rivolgendosi ai nuovi sostituti…”. 

Ora, passi per “il mestiere più bello che esista”, quasi sempre ognuno sceglie di fare il proprio ed è chiaro che si sceglie ciò che piace. E’ l’aggettivo divertente che fa saltare dalla sedia. Divertente, cioè, che fa provare piacere, che rallegra, che svaga, che diletta, che fa passare il tempo in modo piacevole (c’è pure un significato meno frequente del termine: che distrae, distoglie qualcuno da qualcosa, ma evidentemente non è stato questo l’uso fattone). Abbiamo pensato che non poteva essersi trattato di un errore del giornalista, sia per il ribadito “divertente”, sia per essere stato scritto all’inizio di un articolo, cioè, nella parte più importante, nella quale molto difficilmente si sbaglia a riportare, a maggior ragione trattandosi di un virgolettato… Dunque, allo stato, tant’è! 

La funzione di sostituto procuratore è divertente, per la precisione “più divertente” rispetto alla evidentemente meno divertente, ma comunque divertente, professione di magistrato giudicante… Io, invece, che pure qualche nozione di giurisprudenza ho, tanti altri aggettivi avrei potuto accostare al compito di sostituto procuratore (o di giudice) tranne che divertente. La Procura agisce per punire o impedire la commissione di reati, indagando e chiedendo le eventuali misure cautelari (come l’arresto) che limitano l’altrui libertà, svolge le indagini in collaborazione con la polizia giudiziaria; i sostituti esercitano l’azione penale nei procedimenti assegnatigli, generalmente seguendoli anche in udienza, nel dibattimento, se hanno chiesto (e ottenuto dal gip) il rinvio a giudizio e quindi se non ne hanno chiesto l’archiviazione. Ancor più sinteticamente, un sostituto procuratore “si diverte” nello scoprire se sono stati commessi dei reati e nel chiedere la condanna di quelli che ritiene colpevoli degli stessi, i magistrati giudicanti, invece, poi “si divertono (di meno)” nel condannare o nell’assolvere.

Chi scrive, come ognun sa, è esente da ogni pregiudizio nei confronti dell’Ufficio di Procura, in particolare di quello di Benevento che, anzi, spesso ha sostenuto, difeso, quando non lodato. E’ però l’accostamento dell’attributo divertente (“più divertente”) a questa funzione ci ha amareggiato non poco. Il compito in questione è importantissimo, perché rappresenta il massimo presidio a difesa della legalità (e quanti magistrati inquirenti ci hanno rimesso la vita, per servire lo Stato!), e quindi è utilissimo, se svolto con abnegazione e scrupolo, perché scoprire e far punire gli eventuali colpevoli non solo protegge ma fa crescere la società tutta, oltre a tutelate i direttamente coinvolti nelle indagini e negli eventuali processi. 

Detto questo con totale convinzione, trattasi, a nostro avviso, sempre di un oneroso incarico, di un gravoso compito, assai pesante (a volte anche doloroso) da svolgere nella sua inevitabile e ribadita necessità. Un ruolo istituzionale, quindi, cui accostare aggettivi consoni, quali, ad esempio, “delicato”, “impegnativo”, “scrupoloso”, ma soprattutto “serio”, decisamente serio: serio fino alla noia ! In cosa ci si possa divertire (di più..) nel chiedere, ad esempio, l’adozione di una misura cautelare in carcere o la comminazione di anni di detenzione a una persona proprio non lo riesco a capire (così come nel meno divertente, ma sempre divertente, compito di far arrestare qualcuno o di spedirlo, dopo il processo, effettivamente in galera). Si tratta di solo di doveri, da compiere con rigore e severità e, ripetiamo serietà, non per riceverne divertimento, diletto, piacere, svago. Io sono molto rispettoso della magistratura. 

Mi auguro, per ciò, che quell’aggettivo pronunciato possa essere spiegato, precisato, e magari opportunamente sostituito in futuro, se proprio si vuole motivare in positivo i nuovi arrivati, con un più adeguato “gratificante” perché quel divertente accostato alla funzione (è in ballo la libertà degli inquisiti) della Procura della Repubblica è irricevibile. Sia detto con tutto il rispetto che ho per i procuratori e i giudici, a cominciare da quelli in servizio nel Tribunale locale, rispetto maturato come cittadino, per il mestiere di giornalista e per gli studi giuridici svolti. 

Un rispetto convinto per le toghe rimasto tale nonostante il mio grande amore per De André e quindi pure per il disco tratto dall’Antologia di Spoon River. Sì, proprio quello in cui Faber forniva l’amarissimo ritratto di ‘Un giudice’, ‘un procuratore’, personaggio che così si rapportava ai suoi imputati: “…E di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio…”. Divertente? No, proprio no.

fonte: il Vaglio – Carlo Panella