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                      SAN BARTOLOMEO IN GALDO  

                    DA I LONGOBARDI ALL’UNITA’ D’ITALIA

                                                   a cura di Paolo Angelo Furbesco

Settembre 2017

Aggiornamento: agosto 2019

Una panoramica storica che raccoglie citazioni di illustri storici e qualche riflessione personale sulle vicende che hanno interessato il nostro paese, tra i centri più importanti della Val Fortore.

1)  Cenni storici, età medievale

Nel libro San Bartolomeo in Galdo, nei suoi aspetti storici, geografici e folcloristici (edito dalla Tipografia Laurenziana, Napoli, 1962)il nostro compaesano Vincenzo Del Re asserisce che «le fonti storiche a cui si potrebbero attingere notizie su San Bartolomeo in Galdo (provincia di Benevento), sono scarse e piuttosto vaghe». Mi permetto di aggiungere che, non bastasse la loro scarsità, queste fonti sono state spesso riportate e interpretate in modo contraddittorio. Prendiamo il caso degli antichi Frentani. Se Alfonso Meomartini (1841-1918) –  avvocato, pubblicista e studioso di storia locale – esclude la loro presenza nel nostro territorio, Antonio Iamalio è di parere opposto: queste genti si sarebbero stanziate in origine lungo le rive dell’alto Frento (il fiume che noi conosciamo come Fortore, ndr), per poi spostarsi nelle basse valli del fiume Biferno, verso il mare Adriatico.

Fiume Fortore

Altri storici non sono nemmeno tanto d’accordo sulla data di una famosa battaglia che si sarebbe svolta in prossimità del nostro paese nel 1253(secondo altri nel 1255) e persino su chi l’avesse vinta… Tralasciando il dibattito degli storici, cerchiamo di precisare alcuni punti.

La nostra zona, che prende il nome dal fiume Fortore o Frentone (dal latino Frentus, poi Frento-nem e alla fine Fortorium), venne occupata prima dai Goti (fino al 553), successivamente dai Longobardi (570-1077) e infine dai Normanni fino al 1272 (vedi Ariano Irpino nel 1140, sotto Ruggero II d’Altavilla (1095-1154), ndr). Durante il periodo dei Longobardi – precisamente nel 774 –ritroviamo la famosa località Castellum Magnum, sita nel territorio del nostro paese (già citata alla fine della mia precedente ricerca Dai Sanniti ai Romani, abitata dai LiguriCorneliani fino al 370), menzionata per una donazione.  

Località Castelmagno

Ristabilito quindi il contatto – dopo un “vuoto” di 404 anni – precisiamo che nel diploma promulgato nel 774 dal principe di Benevento Arechi II (734-787), duca longobardo, per dotare di beni il monastero di Santa Sofia di Benevento, c’è un passo che riguarda la donazione della chiesa di San Magno, con cento moggi di terreno, situata nel tenimento di Castelmagno: «Ecclesiam Santi Magni in Castello cum pertinentiis suis» («Chiesa di San Magno in Castelmagno con le cose che le appartengono»). Del resto che la suddetta chiesa fosse posta in detti territori di proprietà del citato monastero, appare anche dalle successive conferme dei possedimenti ad opera del diploma del giovane imperatore Ottone III (detto Il Grande) del 997: «Confirmamus eidem Monasterio Ecclesiam Sancti Magni in Castello Magno cum omnibus pertinentiis suis»(«Confermiamo allo stesso monastero la chiesa di San Magno in Castelmagno con tutte le cose che le appartengono»), nonché nei diplomi degli imperatori Enrico II nel 1022 e Corrado nel 1038e nelle bolle dei pontefici Gregorio VII (1084) e Pasquale II (1102). Si veda a questo proposito Chiese feudi e possessi della badia e possessi della badia benedettina di Santa Sofia di Benevento del secolo XIV di A. Zazo (in Samnium,1964, p.5).

2) Cenni storici sui Longobardi

Tutto ciò risale al cosiddetto periodo longobardo, per cui è d’obbligo qualche cenno storico su questo antico popolo germanico orientale di origine scandinava (un vero agglomerato di popolazioni barbariche).  Provenienti dalla Pannonia (l’attuale Ungheria), sotto la guida del re Alboino si insidiarono in Italia dando vita a un regno indipendente: si impadronirono di diverse città tra cui Milano, Ravenna e Spoleto, fino ad inoltrarsi nel Mezzogiorno della Penisola e, nel 570, si stanziarono nella città di Benevento, occupandola. Nell’anno successivo, con il duca Zottone (o Zotone o Zotto) fondarono il ducato di Benevento (o del Sannio), che durò quasi cinque secoli, noto anche con il nome di Longobardia Minore, con capitale la stessa città che divenne il centro del loro gastaldato (i vari distretti amministrativi). Non ancora convertiti al Cristianesimo, in questi primi anni fecero sorgere la leggenda delle streghe che tutti i sabati, sotto una secolare pianta, danzavano la loro ridda infernale.

Duca Zottone

L’origine di questa leggenda è legata al “noce sacro”, la pianta attorno alla quale celebravano i loro riti in onore del dio Wotan e degli altri dei Valhalla. Si uccideva un caprone e se ne appendeva la pelle sui rami dell’albero sacro. I guerrieri a cavallo vi giravano intorno strappando e mangiando brandelli di carne che avrebbero conferito loro potere e forza. Era un semplice rito tribale, ma i locali cristiani della zona, timorati da Dio, vedevano in queste pratiche solo manifestazioni di stregoneria e convegni con il diavolo. Così i culti esotici introdotti dai Romani, intrecciati ai riti pagani del Longobardi, alimentarono il mito delle streghe di Benevento: le janare (fattucchiere), che nella notte tra il venerdì e sabato lasciavano di nascosto il letto coniugale, per raggiungere un luogo misterioso nei pressi del fiume Sabato. Lì, al cospetto di Lucifero, cantavano e danzavano intorno a un albero di noce da cui pendevano i serpenti, prima di spiccare il volo dal ponte Janara (costruito sul torrente omonimo) per le loro scorribande sulla città a cavallo di una “granata” (scopa costruita con saggina essiccata) pronunciando la frase rituale: «Sóttë l’acquë e sóttë u vénté, sotté a’ nûcë Bënëvëntë («Sotto l’acqua e sotto il vento, sotto la noce di Benevento»). In merito si consulti il sito internet Vampiri.net curato da Dark Entries.

Noce di Benevento

La leggenda dura ancora oggi e nella notte di Natale può capitare di vedere, sull’uscio di alcune case, una scopa che, secondo le credenze, servirebbe a tener lontane le maligne visitatrici. In alcune cronache del mMedioevo è narrato che un esorcista di streghe si prese il fastidio di contarle: erano circa 2.000, guidate dal diavolo “Martinetto”. Oggi, come tutti sanno, l’unica “strega” che esiste a Benevento (l’antica Maleventum ribattezzata dai romani Beneventum) è quella che dà il nome a uno squisito liquore.

Il 27 novembre 1077 muore – senza lasciare eredi – Landolfo VI ultimo principe longobardo. Con la sua fine si conclude una dominazione durata 506 anni. Per l’occasione, trova piena esecutività l’accordo precedentemente stipulato tra papa Leone IX (1002-1054) e l’imperatore Enrico III (1017-1056) – detto il Nero – re di Germania, con il quale la Santa Sede cedeva ogni diritto sul Vescovado di Bamberga e la badia di Fulda, ricevendone in cambio la città di Benevento, meglio denominata “Ducato Pontificio”.

 3) Presunte origini del paese

Il Catalogus Baronum (catalogo dei baroni) è un registro di tre distinti e separati documenti pubblicato per la prima volta nel 1653 a Napoli da Carlo Borrelli (Storico e religioso del Regno di Napoli del diciassettesimo secolo), dal titolo Vindex Neapolitanae nobilitatis. Nella terza parte di questo “quaderno normanno”(databile 1239/1240), in cui erano riportati i nomi dei feudatari sia laici che ecclesiastici del giustiziato di Capitanata, si cita che lungo le due rive dell’alto Fortore erano disseminati tanti piccoli centri abitati come «Castelmagno,  Baselice, Porcara, Castelvetere, Foiano, Monte Saraceno, Sant’Angelo in Vico e Ripa», tutti appartenenti alla Contea di Civitade. La maggior parte di questi feudi erano sotto la giurisdizione dell’abazia Santa Maria a Mazzocca. Del feudo di San Bartolomeo, però, nessuna traccia. Vedi anche Rationes Decimarum Italiae, di M. Inguanez (Città del Vaticano, 1942): «Negli anni 1308, 1310 e 1327 si ha notizia di un clero di Porcara, di Montesaraceno, di Baselice; di un clero di Foiano, di Castelvetere, di Tufara e del clero regolare della badia, ma non appare clero alcuno di San Bartolomeo».

Abbiamo quindi accertato che la maggiore parte di questi piccoli centri si trovavano sotto la giurisdizione del feudo dell’abazia benedettina di Santa Maria a Mazzozza, già Santa Maria in Gualdo, sita nel territorio del comune  di Foiano di Val Fortore, in diocesi di Benevento,  fondata nel 1160 dall’eremita Giovanni da Tufara (1084-1170), intorno a una chiesetta di un vecchio galdum longobardo che, in seguito della sua beatificazione avvenuta nel 1221, fu detta anche “Monastero di San Giovanni”. Ecco un breve sunto di quanto riferisce a tal proposito il baselicese Fiorangelo Morrone (1888-2007), autorevole storico, nel libro La legenda del beato Giovanni eremita da Tufara (Napoli, 1992):

«L’eremita Giovanni nacque intorno al 1084, in quel di Tufara (un piccolo centro dell’attuale Molise, in provincia di Campobasso, ndr) e fin dalla prima giovinezza furono due i motiviispiratori della sua vita: lo spirito di carità, per cui si spogliò ben presto di tutti i beni mobili che gli spettavano in favore degli indigenti e la brama di servire il Signore nella più completa solitudine».

Dopo tanto pellegrinare, all’età di circa 23 anni, di ritorno da Parigi, dopo la morte dei genitori e dopo aver dimorato per breve tempo nel monastero di Sant’Onofrio nel territorio di San Giorgio La Molara e nella chiesa di San Silvestro (presso il borgo di San Severo – matrice di San Marco dei Cavoti – oggi Toppo di Santa Barbara, ndr), «si allontanò dal fratello e si incamminò alla ricerca di un luogo adatto al servizio del Signore, chiese ai custodi del bosco e ai cacciatori, ai quali erano note le zone riposte dell’eremo nonché i viottoli del bosco, di indicargli un luogo più appartato […] così l’uomo di Dio, pago dei suoi desideri, pervenne alla perfetta solitudine tanto a lungo desiderata e differita. Fu condotto così nelle vicinanze di una rupe rocciosa in un angolo sperduto nella parte superiore del bosco Mazzocca, uno dei più grandi dell’Italia meridionale, che si estendeva tra le colline e le montagne dell’alta Valfortore, in un luogo tuttora sconosciuto» (riportato dal citato Fiorangelo Morrone anche nel libro S. Bartolomeo in Galdo – Immunità, Franchigie,  Libertà, Statuti, Napoli, 1994, ndr), dove si costruì una piccola cella nella quale poi sarebbe rimasto per ben 46 anni della sua vita dal 1107 al 1153. In questo lungo periodo la famadelle sue mirabili virtù di carità a di pietà, si diffuse rapidamente per i luoghi circostanti ed anche più lontano, sicché accorsero in gran numero ferventi devoti per ammirarlo, venerarlo e successivamente anche seguirlo».

Una nota personale Nell’estate 2009 sono andato alla ricerca di questo luogo – per il Morrone «tuttora sconosciuto» – che, alla fine, è risultato invece essere per i credenti “molto conosciuto”. Da San Bartolomeo, dopo aver percorso per un breve tratto la strada provinciale 369 in direzione di Benevento, al chilometro 6, dopo la località “ponte Sette luci”, si gira a destra in direzione del Comune di Baselice (l’antica Murgantiam secondo Tito Livio distrutta dai romani nell’anno 296 a.C.). Prima di arrivare a Baselice, si svolta di nuovo a destra e si attraversa la località “Ripa di Troia” percorrendo una strada interpoderaleper un tratto di circa 5 chilometri, fino ad arrivare in un piccolo spiazzale. Il tragitto è lungo in tutto circa 13 chilometri. In questo luogo ho trovato una piccola cappella che reca questa indicazione: Comunità Montana Fortore – Comune di Baselice – chiesetta S. Giovanni Eremita»; sul muro esterno, lato sinistro, una targa riporta le seguenti parole: «Eremo scolta, alle amiche genti eremo sacro in rupe antica al timido bacio del Cervaro e del Fortore. Aleggia perenne fra l’olezzo d’acacia e di ginestra d’amore il cantico di Giovanni pellegrino. Grandezza vera e solo qui nel silenzio che l’anima forgia ne la prece che il cielo invola e la terra ammanta di luce divina. 3 giugno 1984. Sac. Vittorio Moscato arciprete di Baselice. L’avv. Donato Castellucci e Giuseppe Pellegrino posero nel IX centenario della nascita di S. Giovanni l’Eremita».

Alle spalle di questa piccola chiesetta, nei pressi di una collinetta, è stata edificata nel 1983 una fontana con alla base le parole: «S.G.E. Ripa di Troia 1107-1153», a testimonianza dei 46 anni trascorsi lì dall’eremita. E sotto questo piccolo eremo, scavata nel tufo, ecco un’enorme grotta sbarrata da un cancello di ferro all’interno della quale è posto un piccolo altare, con due immagini (una del beato Giovanni, l’altra della Madonna di Lourdes) e una dedica in memoria del Rev. P. Michele Bianco – Redentorista.

Nelle vicinanze di questa grotta in direzione dei citati fiumi, dopo una scarpata di circa 50 metri e un percorso irto e pericoloso, improvvisamente ai miei occhi sono comparse altre due grotte comunicanti tra loro. Al centro della più grande vi è una enorme croce con questa incisione: «Fratelli Chiusolo in memoria di Zaccarino Pasquale». Forse le grotte sono servite per il rifugio di qualche laico a seguito dell’eremita?  

Tornando all’illustre Prof. Morrone In merito a quanto sopra, non mi permetterei mai di mettere in discussione la sua buona fede, ma affermare che il luogo ove l’eremita trascorse 46 anni è un luogo «tuttora sconosciuto» mi sembra un atto non all’altezza della sua fama di storico attento e preciso. Dopo queste precisazioni personali, riprendiamo il racconto.

«Dopo 46 anni trascorsi in questa località, Giovanni accettò finalmente l’offerta generosa di Odoaldo, signore di Foiano, e, nell’anno1153 si portò, con tutto il suo feudo, alla chiesa di S. Firmiano, concessagli completamente franca. Anche in questo luogo, tuttavia, egli volle costruirsi una cella appartata, dove dimorò per qualche anno. Sempre insoddisfatto e inquieto nella sua inesauribile sete di solitudine, si mise di nuovo alla ricerca di un luogo più solitario. Lo trovò nella parte più alta del territorio circostante; un posto isolato, ricco di legna e acqua. Vi si trasferì immediatamente con tre monaci e tre laici e, costruita una dimora, vi rimase con quel ristretto gruppo di persone per ben cinque anni, mentre gli altri della comunitàrestarono giù a S. Firmiano. Solo quando  un furioso incendio distrusse completamente la chiesa e tutta la sua comunità si trasferì su all’eremo di Giovanni, solo allora iniziarono i lavori per la costruzione di un monastero. Era l’anno 1160. Il monastero incominciò a sorgere in una splendida posizione, su una montagna alta 900 metri circa in un angolo di un immenso bosco ricco di selvaggina al’inizio della valle del Fortore. Si viveva in esso secondo le regole di S. Benedetto per cui d’ora in poi verrà considerato un monastero dell’ordine benedettino. E qui, nel monastero di Santa Maria del Gualdo in Mazzocca che egli fondò e resse in qualità di primo priore, il 14 novembre del 1170 l’eremita Giovanni rese la sua anima a Dio. Aveva quasi 86 anni».

Abbazia di San Giovanni a Mazzocca

Nota Ho constatato personalmente che oggi in quel luogo esiste una moderna cappella consacrata al beato Giovanni da Tufara il 1° maggio 1987 dall’arcivescovo di Benevento Carlo Minchiatti. All’interno, sulla parte destra, si trova una lapide con questa incisione: «Qui dove il 14/11/1170 morì San Giovanni eremita da Tufara nel monastero di Santa Maria del Gualdo in Mazzocca da lui fondato – il Comune ricostruì questa cappella – dove in luogo dell’altra esisteva per più di 2 secoli, edificata dall’Abate Domenico di Lagonissa sulle rovine dell’antico monastero fiorito dal XII al XVI secolo e consacrata dall’Arcivescovo Orsini Papa Benedetto XIII il 22/7/1716 giorno a cui risale la tradizione della Perdonanza – 1/5/1987 – Comune di Foiano». Il clero di San Bartolomeo in Galdo (che lo ha eletto compatrono unitamente a san Bartolomeo apostolo) ne celebra solennemente la festa il 14 novembre anniversario della sua morte, prolungando la recita dell’ufficio del beato per ben nove giorni.

  Dopo questa lunga parentesi, riprendiamo la nostra storia Come già accennato, in quell’epoca non esisteva ancora il feudo di San Bartolomeo in Galdo. Tra storia e leggenda sembra che dove sorge ora l’attuale chiesa madre vi fosse una cappella rurale dedicata all’apostolo san Bartolomeo e che attorno ad essa sorgesse un piccolo agglomerato urbano; altri particolari non ci sono noti. Ugualmente non ci è noto perché si fosse in seguito spopolato, diventando un luogo deserto con un diroccato castello e una rocca cadente (forse l’attuale campanile?) a testimonianza – secondo alcuni –, di una battaglia tra saraceni e truppe papaline. A tal proposito, nei diurnali (moderni diari, ndr) che narravano fatti e avvenimenti relativi al Regno di Napoli avvenuti dal 1247 al 1268 (per lungo tempo attribuiti a Matteo Spinelli, presunto cronista del secolo XIII nato a Giovinazzo nel 1230), sotto l’anno 1253 si legge: «Lo dì della Concettione di Nostra Donna, Messer Jacopo Savello Capitano de le genti de lo Papa dette una rotta alli Saraceni di Nocera (Lucera) sotto S. Bartolomeo in Galdo, terra sita in Capitanata». (Cfr. Cronisti e scrittori sincroni napoletani, a cura di Giuseppe del Re vol. II, Napoli 1848, p. 725).

Oggi la critica ritiene che questi diurnalisiano apocrifi, di molto posteriori e con numerosi errori cronologici; alcuni sostengono addirittura che trattasi di un falso documento redatto nel 1500. Riferendosi proprio alla notizia relativa a questa battaglia, Bartolomeo Capasso (1815-1900), storico e famoso archivista napoletano, afferma che nei citati diurnali si leggono cose «che non esistevano in quel secolo, e che non furono introdotti se non qualche secolo dopo, e che la terra di San Bartolomeo in Galdo in Capitanata non è ricordata né nel Catalogo de’ Baroni sotto i Normanni, né nella nota de’ feudatari di Capitanata nel tempo de’ Svevi, né in altro documento del secolo XIII. Essa ebbe origine alquanto più tardi». (Bartolomeo Capasso, Sui Diurnali di Matteo Spinelli di Giovinazzo, Firenze 1895, pp. 82-83).

Compiendo le mie ricerche su Internet ho appreso che il borgo di San Bartolomeo in Galdo fu distrutto, saccheggiato ed abbandonato nella seconda metà del XIII secolo quando (per l’esattezza era il 1253) vi fu una battaglia tra saraceni e l’esercito pontificio, senza peraltro specificarne il vincitore; un’altra fonte riporta che questa avvenne nel 1255 e che in San Bartolomeo in Galdo le truppe pontificie comandate da Jacopo Savello, sconfissero i saraceni di Lucera ed il borgo fu distrutto. A chi apparteneva quindi questo immenso territorio con questi ruderi? La risposta, forse, ci viene sempre dal suddetto Capasso (op. cit., p. 83) che afferma: «Verso i principi del secolo XIV trovo la prima memoria di S. Bartolomeo in Galdo, come di una grància di poca importanza. Re Roberto, con diploma datato in Napoli a’ 18 novembre XI ind. anno 1312, comanda ai giustizieri di Capitanata presenti e futuri che proteggano, difendano e mantengano l’Abbate e il monastero di Santa Maria del Gualdo nel possesso Casalis Foyani, Gracie S. Bartholomei site juxta territorium ejusdem casalism et territori Ristinule nella provincia di Capitanata». (Reg. 1312 -1313, A.f. 255, n.199).

Abbiamo quindi accertato che questo luogo (completamente spopolato, senza per altro conoscerne il motivo) era sotto la giurisdizione del monastero di Mazzocca. In merito, Lorenzo Giustiniani (1761-1824) nel Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli (datato 1797/1816 p. 120) descrive questa località come «uno dei più grandi boschi del regno e nei tempi andati, a cagione dei ladri, erano soliti far prima testamento coloro i quali vi dovevano passare precisando anche che ai suoi tempi il luogo era chiamato San Giovanni a Mazzocca».

Conclusioni Alla luce di quanto appurato, possiamo affermare che il luogo dove avvenne questa ipotetica battaglia era sicuramente privo di abitanti e completamente deserto, e se qualche rudere esisteva non era certamente da ascrivere allo scontro militare. Le notizie inerenti la distruzione del borgo di San Bartolomeo in Galdo con la fuga dei suoi abitanti non dovrebbe quindi corrispondere al vero. Quelli che lo hanno affermato, sempre secondo la mia deduzione, si sono forse limitati a trascrivere nel tempo quanto riportato dal menzionato Matteo Spinelli, senza peraltro approfondire quanto da lui asserito. Del resto, a quei tempi, per fare bella figura, alcuni scrittori avevano forse l’abitudine di riferire certe notizie con molta fantasia, a scapito della verità. Come faceva il cronista a riportare sotto l’anno 1253 la nostra località se storicamente questa è comparsa nei testi quasi un secolo dopo? In merito poi alle date della battaglia (anche se superfluo, in quanto, come abbiamo già accertato, in quel tempo non esisteva nessun borgo denominato San Bartolomeo in Galdo), opterei per coloro che sostengono che lo scontro avvenne nel 1255.

Prima di spiegarne il motivo, però, bisogna fare una piccola premessa sui famosi saraceni di Lucera. Questi, per volere dell’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250), nel periodo che va dal 1224 a 1246, furono deportati in 20mila dalla Sicilia ed ammassati in quel di Lucera, creando così (fino al 1300) il più grande centro saraceno d’Italia. In migliaia vennero poi assoldati nell’esercito del re e successivamente in quello del figlio Manfredi, principalmente come arcieri, rappresentando in tal modo il nerbo ed il nucleo permanente dell’esercito imperiale. Nel 1255, un distaccamento di questi arcieri guidati da Federico Lancia (zio di Manfredi), invase la città di Ariano Irpino che fu «incendiata, saccheggiata e devastata, i cittadini barbaramente trucidati ed i soldati, sorpresi nel senno, perirono per mano nemica».

Federico II di Svevia . Stupor Mundi

La domanda è semplice: esiste forse un collegamento tra la distruzione di Ariano Irpino e la battaglia di San Bartolomeo? Forse si, in quanto è da presumere che questi saraceni, sulla strada del ritorno per Lucera, spingendosi verso nord incontrarono parte dell’esercito pontificio, e lo scontro fu inevitabile; uno scontro che forse avvenne in un luogo che alcuni storici denominarono successivamente San Bartolomeo. Ma come può accadere tutto questo se poc’anzi abbiamo appurato che questo feudo non esisteva? Forse la battaglia – se battaglia fu – avvenne altrove? E se il territorio dopo la distruzione passò sotto la giurisdizione della badia dei benedettini, come si svolse questa donazione? Forse da un ordine di qualche re? Sono avvenimenti basati su leggende e rimandi storici o di eventi non comprovati?

Purtroppo i miei dubbi sono rimasti tali, forse perché le ricerche sono state poche adeguate. Di conseguenza, come si dice, «ai posteri l’ardua sentenza». Una cosa, però, è certa: d’ora in poi tutto quello che verrà riportato in questo mio studio corrisponderà – date alla mano –, alla realtà storica. Verranno trascritte a mo’ di cronaca notizie di fatti realmente accaduti. Quanto riportato fino a ora è solo forse frutto di leggenda con un pizzico di fantasia.

È bello però che la storia del nostro paese sia circondata da questi aloni di misteri. Inizia quindi, ora, una lunga cavalcata attraverso 534 anni di storia, fino all’Unità d’Italia.

4) Cronologia

Anno 1327 La nostra avventura inizia con Roberto d’Angiò (1275-1343), detto il Saggio, eletto nel 1309 alla morte del padre Carlo II, re di Napoli con il nome di Roberto I. Questi riceve una supplica, scritta in latino, da parte di Nicola da Ferrazzano (terzo abate nel monastero della badia di Santa Maria del Gualdo in Mazzocca) nella quale si chiede il regio assenso a poter ripopolare un luogo privato o burgensatico (vale a dire terre possedute in proprietà libera, ndr) chiamato “San Bartolomeo”, totalmente privo di abitanti (habitatoribus totaliter derelictum), situato a poca distanza dal monastero.  Ecco la traduzione della supplica: «Allora l’abate del tempo espose al re che il convento dei monaci che allora esisteva, aveva, teneva e possedeva dei luoghi o beni feudali ossia Ripa, Castel Magno, Baselice e Fojano e nel mezzo di essi un luogo privato ai quali un Castello dirupo chiamato San Bartolomeo in cui vi furono fino a quel tempo alcuni abitanti, e chiese la regia facoltà, che ottenne, di far riabilitare il detto Castello totalmente abbandonato».

Roberto D’Angiò

Il re accolse quindi la supplica dei benedettini ed acconsentì, con un diploma, alla ricostruzione del nuovo feudo che, nel giro di pochi anni, si ripopolò diventando un centro di attrazione per le popolazioni locali. Con questa delibera abbiamo dunque il certificato di nascita di San Bartolomeo in Galdo.

Nota Il diploma è andato perduto. Esso (o una copia) fu presentato in un processo intestato nel 1772 dall’abate commendatario Giovanni Costanzo Caracciolo contro gli abitanti di San Bartolomeo in Galdo e di Foiano in Valfortore a motivo dell’esazione delle dècime. Gli atti del processo sono andati distrutti. Ci resta, però, la sentenza emessa il 22 novembre 1776 dal giudice delegato Domenico Porcinari che fece un compendio del diploma. (Cf. A.S.N., Tribunali antichi, Sentenze del S.R. Consiglio, vol. 3120, anno 1776, f. 281).

Ecco il compendio della sentenza: «…Ex Diplomate Regis Roberti anni 1327 habebatur tunc temporis Abbatem Regi exposuisse Conventum Monachorum, qui tunc existebat, habere, tenere et possidere Loca, seu bona feudalia, videlicer Ripam, Castellum magnum, Basilicam et Foggiarum, in quorum medio quemdam Locum burgensaticum S.Bartholomaeus vocatum, in quo certi fuerunt abbactenus incolae, Regiamque facultatem, quam obtinuit, expetiisse eum habitatoribus totaliter derelictum rahabitari facere». (Cfr. Fiorangelo Morrone, San Bartolomeo in Galdo, Immunità, Franchigie, Libertà. Statuti, op. cit., pag. 21).

Anno 1330 Da parte del citato abate Nicola da Ferrazzano e del vescovo di Volturara, ordinario del luogo, si conviene di erigere una parrocchia lì dove erano i ruderi di una cappella dedicata all’apostolo san Bartolomeo (accanto al resto di un’antica fortezza inglobata poi all’attuale campanile della Chiesa madre, ndr), d’uso privato dell’abate e della comunità del monastero e a questo appartenente da antico tempo, con pieno diritto di patronato riservato all’abate. Sulla congrua da assegnare al parroco, si conviene che questi avrebbe dovuto percepire delle dècime (offerta del dieci per cento dei redditi della Chiesa, per il mantenimento del culto, ndr). Da qui il nome dato al nuovo casale: San Bartolomeo del Gualdo, gualdo dal tedesco wald, termine che svelale origini del paese, un tempo circondato da un’estesa area boschiva, quella di Mazzocca.

Anno 1331 A causa del forte incremento della popolazione, l’8 maggio il menzionato abate Nicola e il procuratore fra’ Nicola da Cerce, alla presenza del notar Raone, di Nicola Pietro de Ribaldo, giudice annuale, e di tredici testimoni, con atto del menzionato notaio, concessero immunitates franchigias et libertates (immunità, franchigie e libertà) a tutti gli abitanti del menzionato casale di San Bartolomeo del Gualdo (Apud casale sancti Bartholomei de Gualdo Mazzocca), che da poco si erano trasferiti per abitarvi come fedeli vassallidel monastero, nonché a tutti coloro che in seguito vi si sarebbero ugualmente trasferiti con i loro beni. E fu così che la “terra” (termine usato per indicare un feudo) di San Bartolomeo inizia ad apparire nei documenti di quel tempo. (Pergam.  de’ Monist. Soppressi, vol. 36, n. 3089, anni 1331/1332). 

Ebbe così i suoi “veri natali” la cittadina di San Bartolomeo del Gualdo in Mazzocca, oggi San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento, capoluogo dell’alta Valfortore, nodo stradale ai confini di Puglia e Molise, centro di primaria importanza tra il Sannio e la Puglia, dalle «bellissime pianure, e colline dolcemente ondulate, e verdi valli, adatte ad ogni specie di colture» (Antonio Jamalio, La Regina del Sannio, ed. Ardia,1918, p. 234).

Vi passarono con i loro eserciti Ottone di Brunswich, Alberigo da Barbiano detto “il Grande”, condottiero e capitano di ventura italiano, Ferdinando d’Aragona quand’era ancora principe di Capua (20 aprile 1486); e vi passarono nel 1496 le truppe che Carlo VIII aveva lasciato in Italia. Infine, vi passarono i “vaticali” (carrettieri, ndr) con i loro carichi di grano, i greggi che calavano in Puglia o ne ritornavano, i viaggiatori che dall’alto Sannio si recavano nel Tavoliere e molti, molti altri ancora.

Anno 1337 Anno di autenticazione da parte del notaio Cantarello del precedente atto del notaio Raone (del 1331). Uno stralcio del documento: «ll giorno 21 del mese di settembre pressoil castro di  S. Bartolomeo del Gualdo in Mazzocca, noi Nicola di Tommaso, giudice, Riccardo Cantarello di Foiano, pubblico notaio, rendiamo ed attestiamo che in nostra presenza si sono costituiti il venerabile padre e signore in Cristo fra Nicola abate del monastero di S. Maria del Gualdo, nonché fra Stefano di Riccia, monaco e procuratore della comunità di detto monastero dell’ordine di S. Benedetto della diocesi di Benevento e hanno mostrato e presentato un pubblico strumento, in cui sono contenute certe immunità, franchigie e libertà concesse ai predetti signor abate e procuratore del detto monastro agli uomini che abitano o che intendono venire ad abitare nel detto castro di S. Bartolomeo. Il predetto abate e il procuratore volevano che tale strumento fosse autenticato e redatto in forma pubblica, per cui il presente pubblico strumento di autenticazione è stato quindi redatto per mano di me notaio suddetto, segnato con il mio solito segno, roborato dalla sottoscrizione di me predetto giudice illetterato e dalle sottoscrizioni e sottosegnature e dei sottoscritti testimoni letterati e illetterati. Atto che ho scritto io predetto Riccardo Cantarello di Foiano, per pubblica e regia autorità notaio, poiché richiesto sono stato presente a tutte le cose predette e ho segnato con il mio solito segno».

Anno 1360 Non sappiamo quanti abitanti avesse San Bartolomeo trent’anni dopo la concessione delle immunità franchigie e libertà da parte dell’abate Nicola da Ferrazzano nel 1331. Nei loro casali di origine – certamente feudi antichi – dovevano essere in vigore usi e costumi secolari. Pertanto dovette ben presto sentirsi la necessità di mettere per iscritto le consuetudini che regolavano la vita quotidiana, di aggiungere altre norme relative ai privilegi ottenuti trent’anni prima, onde evitare incertezze, dubbi, abusi e soprattutto per determinare meglio i rapporti tra vassalli e abate feudatario.

Questo avvenne il primo novembre, quando il nuovo abate del monastero di Santa Maria del Gualdo, Nicola da Cerce (già procuratore del monastero nel 1331, ndr) concesse agli abitanti di San Bartolomeo del Gualdo in Mazzocca propri capitula, il tutto raggruppato in un unico documento composto da 70 capitoli (o articoli) in ordine progressivo più il capitolo 75, per un totale di 71 norme di vita quotidiana, riguardanti rapporti di civile convivenza e di lavoro promulgate a difesa di terre, boschi, orti, con l’indicazione delle pene previste per contravvenzioni quasi sempre identiche, che rappresentava, a quei tempi, un documento all’avanguardia rispetto a tutti quelli degli altri comuni limitrofi.

In merito, cito soltanto uno stralcio dell’articolo 69, che tratta dei lavoratori gualani e stallieri: dal punto di vista etico-sociale rappresenta forse la novità più interessante, specificando altresì come anche il meschino sotterfugio del lavoratore sia ritenuto possibile di punizione: «Parimenti, dopo che siano stati ingaggiati dalla festa di S. Maria di settembre detti lavoratori gualani e stallieri e domestici per tutto l’anno e vorranno nel corso dell’anno recedere senza alcuna causa legittima e in seguito staranno con altri padroni per un salario maggiore promesso loro, quel di più promesso dagli stessi padroni oltre il salari precedente promesso loro dai padroni precedenti sia restituito e consegnato ai precedenti padroni».

Una piccola parentesi Oltre ai gualani (lavoratori adibiti ad arare, governare gli animali, pulire le stalle), citati addirittura in un suo scritto datato 26 novembre 1954 da Luigi Einaudi (primo Presidente della Repubblica Italiana, eletto l’11 maggio del 1948 secondo il dettato della Costituzione), come «quei giovani di età per lo più inferiori ai vent’anni, i quali nell’autunno sono allogati, per un anno, dai genitori come garzoni di campagna ed erano negoziati sulle pubbliche piazze di alcune città del mezzogiorno, fra genitori e mezzani come fossero una merce qualunque»; oltre ai gualani, dicevamo, fino a pochi decenni orsono in Valfortore v’erano anche i cosiddetti ualanéddë o meglio garzuncéddé o meglio ancora jarzûnë, cioè ragazzi (i più piccoli dagli otto ai dieci anni), oltremodo poverissimi, «costretti a vivere lontano dalla famiglia in indescrivibili condizioni: ma si tratta per i genitori di liberarsi di una bocca», così scriveva Giuseppe Iampietro nel 1955, nelle Lettere dal Mezzogiorno (pag. 741).

Il contratto era sempre orale e veniva sancito da una stretta di mano tra il datore di lavoro e il padre de lu ualanëddë. Questo si verificava anche a San Bartolomeo in Galdo, in piazza Garibaldi. Non veniva corrisposta nessuna ricompensa. Dormivano per lo più con gli animali e nei fienili sulla cosiddetta cudazza (paglia) disposta sotto il tetto dell’ambiente o in un vano superiore della masseria.  

Anno 1343, morte di Roberto d’Angiò Fra XIII e XIV secolo, l’Italia meridionale – coordinata politicamente in terraferma dalla dinastia angioina e in Sicilia da quella aragonese – conobbe un progressivo estendersi ed intensificarsi del potere baronale. Tale potere, nel XIV secolo, divenne così forte da ridurre spesso ai margini del potere politico, soprattutto in Sicilia, non soltanto l’autonomia delle città, ma la stessa amministrazione regia. I baroni, infatti, divisi nelle opposte fazioni della «parzialità catalana» e della «parzialità latina», spadroneggiarono a lungo nell’isola fino al 1409 quando fu ammessa al regno d’Aragona.

Dopo la morte del re Roberto d’Angiò, anche nel Napoletano si ebbe una netta decadenza, soprattutto per il sostegno cercato nei periodi di crisi nella forza militare dei baroni, che svilupparono ampi poteri giurisdizionali. Disastrosi furono – soprattutto nel Sannio e nella Valfortore –  i regni di Giovanna I (1343-1381) e di Giovanna II (1414-1435), interrotti con re Ladislao di Durazzo (1400-1414). Questi gravi conflitti dinastici furono temporaneamente sopiti nel 1442 con l’ingresso vittorioso in Napoli di Alfonso d’Aragona, che già riuniva nelle sue mani gli scettri di Aragona, Sicilia e Sardegna.

La riunificazione dei due tronconi dell’antico regno normanno nella persona di un unico re non fu tuttavia sufficiente a dare forza e stabilità al potere regio, che per tutto il secolo XV trovò notevoli difficoltà a coordinare attorno a sé un ceto baronale spesso insubordinato e scisso in fazioni.

Anno 1446, la prima tassa di famiglia Sotto il regno di Alfonso di Trastámara (1396-1458) re di Napoli come Alfonso I d’Aragona, Sanctus Bartholomeus de Gaudo pagava di “focatico” 322 ducati per 322 “foci”, termine con il quale si indicavano i nuclei familiari di una comunità. Ogni nucleo rappresentava un focus. Se per ogni nucleo familiare dovessimo calcolare in media quattro persone, il paese con i suoi 322 “fuochi” avrebbe contato all’incirca 1.288 abitanti: non male, a poco più di un secolo di vita.

Come riporta Mario del Treppo (professore ordinario di Storia medioevale dell’Università Federico II di Napoli) nel libro I mercanti catalani (ed. Napoli, 1968, pag.139), il “focatico” (che oggi potremmo chiamare tassa di famiglia, ndr) «fu istituito dal re il 28 febbraio 1443 quale imposta unica in sostituzione dei vari tributi fin allora pagati e colpiva tutte le famiglie in ragione di un ducato o dieci carlini a nucleo familiare. Era detto anche testatico per il fatto che si basava sul numero delle teste, cioè delle persone fisiche. Si pagava in tre rate: a Natale, a Pasqua e in agosto. Veniva corrisposto all’Università (ovvero tutti gli abitanti del feudo, ndr), la quale naturalmente raccoglieva i fondi necessari con imposte indirette sui cittadini. Il re, dal canto suo, in cambio del ducato di focatico corrispondeva un tomolo di sale e ciascuna famiglia».

Anno 1456, terremoto e successiva ricostruzione Nella notte del 4 dicembre, una tremenda scossa di terremoto sconvolse quasi tutto il Regno di Napoli, compresa la Valfortore. Gli storici ci riferiscono che durò circa 2 minuti, sconvolse l’intero Centro-Sud, dall’Abruzzo alla Basilicata, con epicentro intorno a Benevento e magnitudine di 7,2 sulla scala Richter (XI sulla scala Mercalli). La città venne quasi interamente rasa al suolo con circa 30mila vittime accertare. Ecco quel che si legge nel Necrologio del monastero del Gualdo: «Nell’anno del Signore 1456 il giorno 4 dicembre durante la notte tra la undicesima e la dodicesima ora vi fu un grande terremoto (fuit magnus terremotus): fu distrutta la chiesa con il campanile e l’abitazione (convento, ndr) ed anche tutta la patria (tutti i dintorni, ndr)».

La storia ci racconta che l’abate di quei tempi (Domenico di Lagonissa) si adoperò moltissimo per risollevarele condizioni materiali dell’abazia e delle terre da essa dipendenti. Come si evince dal necrologio del 4 agosto 1458 «nel giro di due anni consacrò 12 monaci, ricostruì tutte le abitazioni e il monastero fece coltivare ciò che era disabitato, dirupo e boscoso». Nel 1463, a seguito di altri capitoli concessi da Odono de Odonibus da Toffia (governatore generale del monastero nonché vescovo di Boiano), la popolazione di San Bartolomeo si accrebbe di molto e si articolò sempre di più per l’afflusso degli abitanti di Castelmagno, Ripa e Sant’Angelo in Vico. Il nuovo centro – dotato di un’identità potente nelle mani abaziali – concedeva in continuazione nuovi capitoli degli statuti tanto che nel 1498 le terre dei menzionati casali furono ammesse a quelle di San Bartolomeo in Galdo dall’allora vescovo di Volturara, il foggiano Giacomo de Turris. Nel 1731 fra’ Arcangelo da Montesarchio scrisse: «Vi concorse ad abitare tanta gente che sebbene nell’anno 1456 fosse stata desolata dal tremuoto pure in poco tempo fu restaurata e fe’ mostra di una assai bella e popolosa terra. Si comprende nella provincia di Capitanata diocesi di Volturara e vi fa continua residenza il vescovo».

Negli ultimi scorci del XV secolo, San Bartolomeo in Galdo divenne il centro più popoloso della zona, tanto che il monastero esistente nel comune di Foiano, che veniva chiamato Badia di Santa Maria del Gualdo, a partire dal 1507verrà indicato come Badia di San Bartolomeo in Galdo. Ecco le parole di Bartolomeo Capasso (op. cit., pag. 56): «A quanto parmi non prima del secolo XV San Bartolomeo in Galdo ingrandito dai paesi vicini, che a poco andavano disabitandosi e distruggendosi acquistò una  qualche importanza; in tal che lo stesso monastero di  Santa Maria prese il nome di San Bartolomeo». 

Anno 1498 È l’anno della consacrazione della chiesa della Santissima Annunziata, sorta lungo l’attuale via Leonardo Bianchi (allora denominata piazza – e successivamente via – Frentana) attualmente non più adibita al culto religioso. Presenta un portale in pietra serena «con timpano a ghimbèrga, lunetta a sesto acuto decorata ad altorilievi, modanatura a corda tortile con capitelli corinzi e leoni stilofori (portatori di colonne, ndr)». Sull’architrave si legge AGP – 1498, che richiama l’Annunciazione (Ave Gratia Plena). Questo portale, spiega Mario Rotili (L’arte del Sannio, Benevento, 1952), «coronato da una timida cuspide (punta a forma triangolare, ndr) di manifattura tardogotico è ornato nella lunetta ogivale da un’Annunciazione di intonazione paesana datata 1498 e le due colonne sono poggiate da gattoni raffiguranti dei leoni». Caratteristico il campanile, formato da un tamburo poligonale e coronato da una calotta sferica sulla cui facciata è ancora visibile un antichissimo orologio a sole detto alla “romana” con un’unica lancetta a numerazione a sei ore (risalente al XVII secolo), mentre all’interno della calotta è sistemato un grande pendolo francese che scandiva il tempo a ogni quarto d’ora.

Portale Chiesa dell’Annunziata

L’interno, un tempo a tre navate e a croce greca, è oggi a una solo navata, con volta in piano. Nel transetto destro una Madonna del Rosario del Celebrano (pittore di “famiglia” del re Ferdinando IV di Borbone). Su tre dei quattro affreschi, a forma di medaglioni, restaurati a suo tempo, compaiono i nomi dei santi Bonaventura, Bernardo e Alfonso. Sulla volta un dipinto con firma «Pierluigi Torelli 1940».

Nel transetto sinistro troviamo una incisione in latino quasi illeggibile; ecco la traduzione: «Questo tempio  e l’altare eretto in onore di Dio e della Vergine, alla visitazione di Imperiale Pedicini, patrizio beneventano e vescovo di Volturara, la sesta domenica dopo la Pentecoste (Anno del Signore) A.D. 1720  secondo il rito consacrò, e 40 giorni di indulgenza impartì ai fedeli, che venissero a pregare in questo luogo la Vergine nelle sue festività o nell’anniversario della consacrazione alla Vergine affinché col concorso della stessa godiamo della celeste felicità, con devozione manteniamo il culto».

Anno 1541, traslazione ossa beato Giovanni da Tufara Giovanni Bocaccesi, in occasione della mostra Il tesoro della cattedrale di Volturara e della sua chiesa badiale di San Bartolomeo in Galdo (2002), ha scritto: «Nel 1541 le venerate reliquie del monaco furono traslate nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo in Galdo e custodite in una sorta di tabernacolo d’altare in pietra, di antica consuetudine». È Tiberio de Senectia, arciprete dela terra de Sanctus Bartolomeo, a portare le ossa del beato Giovanni nella chiesa arcipretale di San Bartolomeo in Galdo, come si evince dall’iscrizione posta nel portale della piccola nicchia ancor oggi visibile. (Cf. Fiorangelo Morrone, San Bartolomeo in Galdo, Immunità, Franchigie, Libertà, Statuti, op. cit., p. 216).

Nota saliente Il tabernacolo, da me visionato il 16 agosto 2010, si trova sulla sinistra dell’altare maggiore, nelle vicinanze del passaggio che porta alla cappella del SS. Sacramento, e riporta la seguente epigrafe: «TIBERIVS HIC ARCHIPRESBYTER TRASTVLIT ALMVN CORPVS EREMITA  VT ORET ANTE DEVM •1541•». («L’arciprete Tiberio in questo luogo trasportò l’almo corpo dell’eremita per pregare davanti a Dio •1541•»). La data impressa è di notevole importanza: testimonia che la chiesa, parzialmente distrutta dal terremoto del 1456, era tornata al suo splendore grazie all’interessamento del citato abate commendatario Domenico di Lagonissa, come risulta da un manoscritto che si conserva presso la Biblioteca Apostolica Vaticano, catalogato come Codice Vaticano Latino 5959.

Reliquiario di San Giovanni eremita

Anno 1609 Edificazione del primo convento dei frati minori del Sannio in osservanza delle regole di San Francesco d’Assisi sul suolo donato dall’Università(«Sopra un colle, di prospetto alla suddetta terra, verso mezzogiorno e ponente») con le offerte dei fedeli e con l’impegno degli stessi frati di pari passo con la costruzione della chiesa. Il convento viene edificato sul lato sinistro, con il chiosco e il pozzo con acqua sorgiva. Intorno al chiosco, si aprono le stanze per i servizi, mentre al piano superiore rimangono le celle. Nel 1731 lo storico padre Arcangelo da Montesarchio afferma: «Oggi è uno dei buoni conventi della Provincia; è luogo di professorio, di studio di filosofia, e vi dimorano 16 religiosi benché ve ne possono abitare anche 20».  Dal 1643, infatti, il convento è sede di uno studentato e rimane tale fino alla soppressione italiana del 3 gennaio 1866, quando il complesso conventuale viene adibito a caserma. A soddisfare il bisogno di dare ai frati una abitazione più adeguata alla loro attività, nell’ultimo decennio dell’Ottocento padre Ambrogio Ciminelli di San Nicandro Garganico farà sorgere, accanto all’oratorio del terz’Ordine  costruito tra il 1751-1761, sul lato sinistro della chiesa, una nuova ala del convento inaugurata il 25 agosto 1897.

Anno 1630 Inaugurazione chiesa di santa Maria degli Angioli. Termina la costruzione della facciata della chiesa annessa al convento francescano. Abate feudatario –  abbas et baro – era il cardinale di San Grisogono Scipione Caffarelli-Borghese (1577-1633), nipote di papa Paolo V. «Sia la facciata, che l’interno della chiesa sono in stile barocco, apprezzabile per i colori tenui e la leggerezza degli stucchi che arricchiscono gli altari e la volta con la maestosa figura di san Michele Arcangelo. Ha una volta ad arco romanico ribassato poggianti su pareti laterali e alternata sulle linee di base, da vele decorate con bassorilievi e stucchi» (Davide Fernando Panella da Il francescanesimo nel Fortore).

Bellissimo esempio di architettura barocca, presenta un portale con «timpano spezzato e fastigio ad urne» e reca lo stemma gentilizio della famiglia Borghese (aquila e drago). Sull’architrave modanato l’iscrizione recita: «COENOBIVM ET ECCLESIAM VNIVERSALIBVS IMPENSIS ABSOLVTA PORTAM SIC ORNATAM SVO AERE AC PIO ANIMO SCIPIO S.R.C. CARD. BVUGHSIVS ABBAS ET BARO STRVI MANDAVIT ANNO SALVTIS MDCXXX» («Il convento e la chiesa sono stati costruiti a spese di tutti. Questo portale così adorno con suo denaro e con pietà d’animo Scipione Borghese cardinale di Santa Romana Chiesa abate e barone fece costruire nell’anno della salvezza 1630»).

Intitolato a Santa Maria degli Angioli, il sacro tempio fu solennemente consacrato dal vescovo di Volturara mons. Tommaso Carafa il 6 febbraio 1630, come da scritta presente sul lato sinistro dell’ingresso: «HANC VENERABILEM D.M. ANGELORVM AEDEM IL.  E. T. REVER TOMAS CARAFA VVLTURIAE EPISCOPIS ET MONTIS COORBINI (sic) RITE SACEIVIT 6 (sic) OBRIS (sic) A.D. MDCXXX CVIVS CONSECRATION OFFICIVM POST. DIVINUM FRANCISCI OCTAVAM EIVS FAVORE CELEBRARI INDVLSIT», («Questo venerabile tempio di Santa Maria degli Angioli, l’illustrissimo E.T. Reverendo Tommaso Carafa, vescovo di Volturara e di Monte Cervino, secondo il rito, consacrò il 6 febbraio 1630, la cui funzione di consacrazione dopo l’ottava del divino Francesco, col suo favore concesse di essere celebrata»).

Si presenta in una sola navata con sette altari: il maggiore, dedicato a Santa Maria degli Angioli (con l’immagine su tela risalente al XVII secolo esposta nella parte alta della parete centrale) fu costruito a spese del convento e di Orazia Colagrosso nel 1743 come da scritta «ex sumptibus Conventus et ex devotione Horatiae Colograsso constructum in mense Novembris A.D. MDCCXXXXIII». Gli altri altari sono rivestiti di finissimo marmo policromo e medaglioni centrali in marmo bianco con la raffigurazione del titolare dell’altare; quelli di destra sono dedicati  a san Pasquale Baylon, san Diego D’Alcalà e sant’Antonio da Padova, mentre quelli posti a sinistra – a partire dall’altare maggiore – sono dedicati a san Francesco d’Assisi, al SS. Crocifisso e a san Nicola di Bari, come da statue lignee del XVIII secolo, tutte riposte nelle rispettive nicchie. Altre statue lignee si trovano nella sacrestia e rappresentano santa Chiara d’Assisi, la Vergine della Purificazione, san Pietro d’Alcantara, san Matteo apostolo e l’immacolata Concezione. Un particolare: il crocifisso posto nella mano destra della statua lignea di san Diego D’Alcalà (patrono dei religiosi fratelli francescani) porta inciso la data 1624.  Una curiosità: gli Angeli che ornano la chiesa sono 143: 96 scolpiti in gesso, 24 in marmo, 6 in legno e 17 dipinti su tela.

Convento di Santa Maria degli Angeli

Per la morte del vescovo Sorrentino, risulta che il 30 giugno 1710 nella chiesa vi aveva celebrato messa il cardinale fra’ Vincenzo Maria Orsini futuro papa Benedetto XIII, arcivescovo di Benevento e amministratore apostolico della diocesi di Volturara: «Poi mi portai nella Chiesa di Santa Maria degli Angioli de’ minori osservanti Riformati, ove celebrai la mia Messa piana». (Biblioteca Capitolare di Benevento, Diari di Orsini, Tomo IV, ms. 567 – 1710/1716).

Anno 1647, rivolta di Masaniello Il 7 luglio, alla guida di un pescatore di Amalfi di nome Tommaso Aniello detto “Masaniello” (1620-1647), il popolo napoletano insorge contro la dinastia spagnola. Subito la rivoluzione dilagò nelle campagne, coinvolgendo il resto della regione. Ebbe le sue ripercussioni anche a San Bartolomeo in Galdo, che aderì all’editto del 22 ottobre promulgato da Gennaro Annese (1604-1648). Alla morte del Masaniello, Annese era diventato il nuovo capo dei rivoltosi, si faceva chiamare “Generalissimo”, proclamava la repubblica ponendosi sotto la protezione della Francia. Questa, governata dal cardinale Mazarino, inviò una squadra navale con il duca Enrico di Guisa che assunse il comando di tutti i rivoltosi. In Valfortore le ripercussioni più gravi si ebbero proprio a Santo Bartolomeo del Gualdo, a quel tempo sotto la giurisdizione criminale di Pietro Giovanni Spinelli, marchese di Buonalbergo.

A tal proposito, ecco quanto scrive lo storico e generale duca di Castelpagano Francesco Capecelatro (1595-1670) nel libro Diario contenente la storia delle cose avvenute nel Reame di Napoli negli anni 1647-1650 (III, Napoli, 1854, p. 66): «Gli abitatori di S. Bartolomeo in Gualdo si dichiarano anche loro per la vana repubblica. Erano costoro nella giurisdizione criminale vassalli del Marchese di Buonalbergo, il quale trovandosi fuori del luogo per radunar soldati non poté impedire il loro mal talento, né tampoco la Marchesa sua mogliera, donna avveduta e d’animo virile che in S. Bartolomeo dimorava». Molti rivoltosi si mossero, ma la ribellione fu domata con molto spargimento di sangue. Sempre secondo il Capecelatro, il marchese Spinelli chiese aiuto al viceré della provincia che inviò «alcune compagnie di cavalli, dai quali fu dato a sacco la terra, e molti dei capi della rivolta uccisi, ed altri impiccati per la gola sulle porte di essa, morendovi parimenti il Vicario del Vescovo della Diocesi che era stato uno dei primi motori della ribellione».

Il barone di Castelvetere Ursino Scoppa (amico confidente, camerata del marchese Spinelli) partecipò attivamente agli eventi e scrisse in merito una relazione. Tramanda che gli insorti (tra cui il sindaco e gli eletti di San Bartolomeo erano fomentati da Donato Fagnano, vicario generale della diocesi di Volturara, e così ne descrive la punizione: «Il marchese Spinelli scrisse al signor don Ippolito di Costanzo, preside e governatore dell’armi in quella provincia, il quale inviò il capitano Jacopo Franco con sessanta cavalli. Il quale giunto ed assicuratosi delle persone e del sindaco e del vicario generale e d’alcuni capi, il giorno seguente si feʼ la giustizia del sindaco impiccato con un piede come traditore del suo re, e del vicario si dissero molte cose in secreto, mentre sin’oggi non si sa dove sia stato trasportato né vivo né morto». (Ursino Scoppa, Relazione delle cose seguite in Ariano nel 1648, op. cit. pp. 3-4).

La rivolta dei “popolari” però non accennava a placarsi, anzi aumentò di giorno in giorno. Un tal Pietro di Crescenzio, dopo aver lasciato l’Irpinia, si diresse per il Contrado di Molise verso la Capitanata per occupare Lucera. Strada facendo egli si unì con un certo Fuccagno, capo dei popolari in Circello, e con un altro di Piedimonte, dopo aver preso Castelvetere di Valfortore, si diressero verso San Bartolomeo e saccheggiarono il palazzo del marchese Spinelli. Il citato barone Scoppa in merito scrisse: «Fu saccheggiato il suo palazzo (del marchese Spinelli, ndr) sito nella terra di Santo Bartolomeo dal capopopolo Luzio d’Amore di Piedimonte d’Alife e da fra Pietro di Gildone, monaco agostiniano, similmente capo-popolo, i quali unitamente con il popolo di detta terra lo spogliarono di quanto teneva di buono e di bello in quel castello. Questa perdita fu di molta considerazione, poiché poteva ascendere a più di ventimila ducati».  Successivamente i rivoltosi si impossessarono anche del paese di Troia. Era il febbraio 1648 e da Napoli fino a Manfredonia tutta la regione era in mano ai popolani, i quali decisero di impadronirsi pure di Ariano Irpino. Ci riuscirono, uccidendo tra gli altri anche il marchese Spinelli. Nell’aprile, però, una controrivoluzione nobiliare sostenuta dalla Spagna pose fine all’esperimento francese. Gennaro Annese, il 20 giugno 1648, nei pressi della piazza Castel Nuovo di Napoli, fu giustiziato con decapitazione: la sua testa fu conficcata in cima ad un palo e rimase esposta per due giorni di fronte al “torrione”. E gli spagnoli ritornarono padroni della situazione.

Anno 1656, peste e ritrovamento ossa del beato Giovanni da Tufara «Ben oltre il 30 per cento della popolazione di San Bartolomeo in Galdo fu colpito dal morbo, tanto che i focus censiti nel 1669 furono 274, rispetto ai 567 del 1595 ed ai circa 450 degli anni Trenta-Quaranta, per cui non rimaneva che affidarsi alle intercessioni del beato Giovanni eremita, le cui ossa furono ritrovate proprio in quei mesi» (parole di Gennaro Pascarella da Dinamica sociale e notabilato a S. Bartolomeo in Galdo nel XVII secolo).

Nota Come già accennato nelle righe dedicate al 1446, per focus (fuochi nel senso di focolari), si intende il nucleo familiare che costituiva la base della tassazione del feudo: si trattava quindi di un dato censuario. Ogni focus corrispondeva mediamente a quattro persone, per cui al 1669 gli abitanti ammontarono a 1.096, contro i 1.800 degli anni 1630/40: mancavano all’appello ben 704 persone, quasi il 39 per cento della popolazione.

In merito alle ossa dell’eremita: depositate nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo in Galdo – come sopra scritto nel paragrafo dedicato al 1541 –, successivamente andate disperse o credute perdute, durante la tragica pestilenza furono ritrovate miracolosamente (prope divinitus) l’11 giugno 1656 dal vescovo di Volturara mons. Marco Antonio Pisanello (altri Pisaniello, altri ancora Pisanelli) patrizio napoletano, successivamente vescovo di Sora dal 1675 al 1680 (anno del suo decesso), per intercessione del quale ci si rivolse al beato contro il morbo che imperversava. Lo stato di epidemia fu dichiarato solennemente cessato con una cerimonia l’8 dicembre 1656 nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli in Napoli. La grande quantità di neve caduta nell’inverno 1657/58 nella Valfortore spegnerà definitivamente qualsiasi focolare di peste ancora latente.

Anno 1658 Incisione mezzo busto dell’eremita Giovanni da Tufara. Con le offerte raccolte come ex voto degli scampati alla terribile epidemia, il vescovo Pisanello fece fondere il mezzo busto argenteo reliquiario dell’eremita Giovanni – con scritte in latino incise lateralmente – tutt’oggi venerato nella Chiesa madre di San Bartolomeo in Galdo, esposto nella sua nicchia sul lato destro dell’altare. Secondo gli esperti, il citato manufatto – solenne e austero nell’impostazione ed efficace per le notazioni naturalistiche –  è opera pregevole di un ignoto artigiano napoletano, che oppose le proprie iniziali F•A•R• all’interno di una sagoma rettangolare.

Le reliquie furono riposte in una piccola teca ricavata nella sua parte inferiore: vengono portate in processione il 24 agosto, in onore dei due compatroni (beato Giovanni da Tufara e san Bartolomeo apostolo,) durante la quale è possibile osservare il reliquiario da molto vicino. Le menzionate iscrizioni laterali si rilevano fondamentali per comprendere che l’opera venne realizzata nel 1658 in segno di ringraziamento per il patrocinio assicurato dal beato Giovanni, dopo la peste del 1656.

Anno 1660, fine del monastero di Mazzocca La peste del 1656 accelerò la rovina del monastero di Santa Maria o San Giovanni in Gualdo. In un documento conservato nell’Archivio di Stato di Napoli si legge testualmente: «Circa il 1660, a causa della pestilenza antecedentemente seguita, i popoli di quella terra famelici per la scarsezza di vitto si erano resi impertinenti e insoffribili; specialmente nel bosco di Mazzocca era un continuo occultazione di fuoriusciti e ladri che insediavano non solo la roba ma anche la vita dei religiosi, per cui costoro furono costretti a ritirarsi a Sant’Agnello di Napoli». Ebbe così termine l’esperienza del priorato e con essa la vita del glorioso monastero di Santa Maria in Mazzocca. I beni rimasti vennero amministrati dal convento di Sant’Agnello di Napoli; ai primi del Settecento il bosco Mazzocca risultava ancora in suo possesso, ma poiché i feudatari che avevano beni confinanti ne usurpavano giornalmente porzioni più o meno ampie, per liberarsi da simile persecuzione e per non avere a perdere poco alla volta l’intera proprietà il 28 giugno 1719, i Canonici di Sant’Agnello lo vendettero per 4.500 ducati al duca di Spezzano, Giacinto Muscettola, signore di Molinara. Nel 1742 l’estensione del bosco in possesso del Muscettola era ancora valutata in tomoli 3.251, come si legge nel catasto onciario di Foiano (Cf. A.S.N., Catasti onciari vol. 7.420, f. 141).

Anno 1663 Dall’archivio di Stato sez. Amministrativa: «Siede San Bartolomeo in Galdo in piano ed il suo compreso è lungo e stretto perché comincia dalla porta della Croce benché ve ne sia un’altra nel bel mezzo di essa detta Provenzana la quale si dice aver preso nome dai “Provenzali” che lungo tempo tutta quella terra abitarono. Sta ella in un bel luogo lungi dalla città di Volturara sei miglia et è abazia soggetta oggi all’illustre don Cesare Pappacorda che col detto nome che la possiede».

Via Leonardo Bianchi

In merito a questo documento, possiamo precisare che il nucleo originario era costituito dalle sole contrade Provenzana e Portella, ove si concentrava la massima parte della popolazione, i cui vicoletti trasversali e intercomunicanti, stretti e tortuosi, terminavano con una torre i cui resti ne indicavano ancora le forme. Le abitazioni, costruite con volte a botte o crociera, avevano accesso al primo piano attraverso una scalinata in pietra, terminante con un pianerottolo o ballatoio (dialettalmente indicato come jàfij, ndr). Il vico – sempre in dialetto locale era detto rua (francesismo che denota l’origine provenzale del primo nucleo urbano, ndr). L’asino e il mulo erano compagni fondamentali per alleviare il peso della fatica di andare e tornare dal podere. L’uomo viveva in comunione con gli animali domestici entro spazi promiscui, spesso costituiti da un solo vano adibito a tutti gli usi: il piano terra, riservato agli animali da soma e da cortile, era abitato anche da intere famiglie povere, costrette dalle necessità a vivere in pochi metri quadrati e in pessime condizioni igieniche. La ristrettezza dei vicoli faceva si che si potesse comunicare da un’abitazione all’altra, condizione utile in caso di pericolo. 

jàfij

Con l’espansione del paese e con la popolazione che cresceva di numero, aumentava anche il numero delle porte cittadine. A quella della Vicaria (o Portella), della Croce e della Provenzana, si aggiunsero quella di Murorotto e San Vito. Tutta la zona risultava così chiusa da cinque ingressi ubicati rispettivamente: in direzione nord la porta San Vito; a nord-est la porta Murorotto; a sud-est la porta Provenzana; nella parte opposta la porta Portella o Vicaria; in direzione sud – al termine dell’attuale via Leonardo Bianchi – la porta della Croce. Le porte, varchi di ingresso nell’agglomerato, venivano tutte chiuse all’imbrunire al rintocco delle campane. Una menzione speciale merita la porta San Vito, che chiudeva il paese nella parte settentrionale e di cui si è persa ogni traccia; a dire di alcuni storici, era ubicata nella zona compresa tra l’attuale chiesa nuova e il palazzo Martini (all’origine “De Martino”, ndr). Esiste oggi una via San Vito ed è molto probabile che alla strada sia stato dato questo nome per il fatto che si trova a nord della vecchia porta e del vecchio centro, di cui è entrata a far parte in seguito alla progressiva estensione del tessuto urbano.

La scorsa estate, durante il mese di agosto, ho intrapreso un autentico viaggio a ritroso nel tempo vagando a piedi tra vicoli strettissimi, scorci suggestivi, archi, scalette e antichi edifici, caratterizzati da splendidi portali in pietra calcarea, alla ricerca di date impresse su quest’ultimi, a testimonianza dell’estensione del paese verso nord. Alcune, interessanti, spiccano ancora tra le case più modeste, ornate da portali di bugne e impreziosite da fregi o da motti che testimoniano la ricchezza passata della cittadina.

In vico Ospedale, al civico numero 2 è impressa la data più antica: 1410. A seguire, in via Leonardo Bianchi, sul portale dell’Annunziata spicca la data 1498, al numero 90 la data 1501, al n. 9 la data 1591, al n. 123 la data 1618, al n. 184 la data 1707, al n. 97 la data 1805, al n. 116 la data 1807, al n. 33 la data 1808, al n. 86 la data 1856, per terminare al n. 65 con la data 1874. In via Murorotto, al numero 32 troviamo la data 1893, mentre al n. 32 ecco il 1893. In vico Paradiso n. 22 esiste un portale datato 1819, mentre in via Supportico Provenzana n. 48 – forse l’ingresso del primo ufficio postale – eccone un altro del 1887. Durante questa passeggiata, è da notare anche la lapide marmorea posta sotto la strettoia ad arco dalla Porta Provenzana risale via Leonardo Bianchi, con incisa una poesia in dialetto dal titolo Cänžûnë a dëspéttë (“Canzone a dispetto”): parla di un innamorato respinto che spera di incontrare l’innamorata riluttante per provocarle un attacco di febbre terzana (febbre malarica con accessi ogni terzo giorno). Le legature d’amore sono un aspetto dominante delle credenze che si cercava di esorcizzare con doni alle fattucchiere, donne vestite con lunghe sottane e molti grembiuli sovrapposti. 

Proseguendo lungo corso Roma, si osserva al n. 36 un portale datato 1793 (con la presenza sulla facciata di un orologio meccanico a 24 ore); di fronte al n. 53, su pietra antica impressa sul muro, si trova inciso: «Pro Famiglia De Rosa A.D.144b (sic)», con relativo stemma; poi al n. 44, un portale datato 1801 e infine, al n. 62, un altro del 1873. Un cenno particolare merita l’iscrizione impressa su uno stemma raffigurante un leone al numero 82 di corso Roma: In Utraq Fortvna Ut Leo – 1S3S (Sia nella buona che nella cattiva sorte, sempre come un leone), mentre 1S3S potrebbe indicare l’anno 1535, ma pare una data fuori posto. Proseguendo in direzione nord, al numero 15 di piazza Garibaldi troviamo un portale ad arco con corolla centrale e con sigla “ML” datato 1863. Eccoci, ora, in piazza Umberto I°: al n. 3 notiamo la data 1796 e al n. 27 quella del 1848. In via Montauro: al n. 14 la data 1803 e al n. 25 quella del 1853. Infine, in via San Vito, al 21, la data 1881.

In conclusione, merita una citazione particolare quanto si può accertare al civico 43 di via Margherita, dove esiste un portale in pietra calcarea, con arco, piedritti e capitelli modanati, sul cui fronte è posta una targa marmorea con la seguente iscrizione: «MICHELE PACIFICO (E FIGLI GIUSEPPE E DANIELE E INNOCENTI) VITTIMA DÌ PATRIOTTICI UCCELLI DÌ RAPINA DAI QUALI FU PERSEGUITATO E DISTRUTTO, NON AVENDO ALTRO CONFORTO CHE LA PAROLA QUESTO RICORDO LAPIDEO COL SUO INGEGNO FECE E POSE 1900». Sul citato portale spicca questa incisione: «INNOCENZA PERSEGUITATA TRIONFA IN DIO». Sulla parte sinistra della stele, sormontata da una scultura che ritrae una donna, questa iscrizione: «PASSARO MARIA IL CONTADINO PACIFICO SUO MARITO FECE QUESTI MONUMENTI ED ISCRIZIONI BERSAGLIATO PERO’ DA GRAVI INGIUSTIZIE EMIGRO’». Sulla parte destra un’altra stele sormontata da una scultura sempre di donna con la seguente iscrizione: «S.M. ANGELA MARIA MORI’ DÌ ANNI XVI NEL GIORNO 1900 NELL’OSPEDALE DEGLI INCURABILI DÌ NAPOLI».