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Anno 1703 Abate commendatario era il cardinale di san Clemente Tommaso Maria Ferrari (1649-1716). L’8 luglioil cardinale fra’ Vincenzo Maria Orsini (1649-1730), arcivescovo metropolita di Benevento (eletto poi pontefice il 29 maggio 1724 con il nome di Benedetto XIII) consacrò la nuova chiesa voluta dal menzionato abate sotto il titolo di san Bartolomeo apostolo, comunemente detta “Chiesa madre” – la più grande del paese –, sorta sui resti di antiche cappelle, come si rileva dalla lapide in marmo apposta al suo interno in prossimità dell’ingresso secondario, lato campanile. Ecco la trascrizione dal latino: «Questa chiesa cadente per la vetustà, deforme per la moltitudine delle cappelle e per l’irregolarità del sito, per decreto di Fr. Vincenzo Maria cardinale Orsini dell’Ordine dei Predicatori arcivescovo di Benevento e Visitatore apostolico e per verità con le pie e generosissime elargizioni  di Fr. Tommaso Ferrari del prelodato Ordine dei Predicatori cardinale di S. Clemente, abate commendatario, e a spese della stessa chiesa e delle confraternite, rinnovata simmetricamente, plasticamente adornata e restituita al decoro, alla bellezza e allo splendore, come si conviene alla Casa di Dio, dedicandola in onore di Dio e di S. Bartolomeo apostolo con solenne rito insieme con l’altare maggiore consacrò il giorno 8 luglio 1703 lo stesso cardinale arcivescovo, il quale a tutti i fedeli di Cristo che la visitano il giorno 20 ottobre, al quale trasferì la festa anniversaria di questa consacrazione, concesse in perpetuo cento giorni di indulgenza

Chiesa Madre di San Bartolomeo in Galdo

Al termine di questa prima fase dei lavori, il nuovo tempio si presentava dunque a una sola navata. Nel 1849, a circa un secolo e mezzo dall’edificazione, con il contributo di 1.200 ducati elargiti dal re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone (1810-1859), la nuova chiesa venne ampliata con una navata laterale sinistra mediante la costruzione di una cappella per la custodia del Santissimo Sacramento.

Papa Benedetto XIII

Con due sole navate, però, il sacro edificio non parve esteticamente perfetto. Così, a distanza di soli due anni, nel 1851, venivano ripresi i lavori di ampliamento per la costruzione di un’altra navata, di destra, dedicata alla Madonna del SS. Rosario, con annessi i locali per la sacrestia, lavori portati avanti grazie alle numerose offerte dei cittadini e alla benevolenza del vescovo di Lucera mons. Giuseppe Iannuzzi, che offrì trecento ducati e cedette tre stanze dell’attiguo palazzo vescovile. A tale navata fu unito l’attuale campanile. Si racconta che, anticamente, al suo posto esisteva forse il rudere di un castello, o addirittura avanzi di un’antichissima torre sannita; di sicuro, questa massiccia torre campanaria di notevole altezza (circa 35 metri) riparatanel 1582–  come da sigla posta al suo ingresso – dal vescovo di Volturara Giulio Gentile («Riduceva il campanile a migliore condizione»), risultava preesistente alla costruzione della chiesa. Da qui la “congiunzione” durante i lavori per la navata destra. Il tempio risultò quindi, alla fine, a pianta di “croce latina” con tre ampie navate separate da due file di colonne.

Il prospetto principale della chiesa, di grande interesse architettonico, presenta un portale con arco ogivale e reca nella lunetta un bassorilievo raffigurante la Pietà (Madonna con Bambino delimitata da due angeli,  ndr). Più in alto, una statua dell’apostolo san Bartolomeo; sopra la statua, spicca uno splendido rosone in stile tardogotico con lo stemma dei Carafa, nobile e antica famiglia, feudataria per quasi un secolo nel Comune di San Bartolomeo in Galdo. Questo portale, spiega Mario Rotili (L’arte del Sannio, Benevento 1952, pag,108), «è formato in pietra serena, del tipo a cappuccio che rivela uno stile piuttosto rinascimentale, con rosoncino di gusto catalano, mentre la statua del Santo, che sormonta la lunetta a pieno centro del medesimo, ha un carattere arcaizzante». In questo nuovo e grande tempio, le due colonne esterne che delimitano il portale (dai capitelli decorati con elementi tratti dalla flora) sono poggiate su una coppia di leoni stilofori (portatori di colonne, ndr). Nella parte bassa degli sbalzi laterali è impresso lo stemma dell’antico monastero di Santa Maria di Gualdo Mazzocca, costituito dal monogramma ricavato da due lettere: una “F” sovrapposta nella parte centrale da una “M”, significante Feudo Mazzocca (Feudun Mazzoccae) adimostrazione del dominio degli abati benedettini e la badiale condizione della chiesa, come “sigillo della badia”. Giova precisare che, secondo altre interpretazioni, il monogramma significherebbe Fratres Monasterii, perché i monaci usavano la sigla “FM”sui confini delle loro terre; per altri ancora – forse con un po’ di fantasia – la sigla indica le iniziali di Ferrucci Mainardo, padre dell’eremita Giovanni da Tufara.

Portale Chiesa Madre

  NOTE

1) La sigla FM è riportata anche sull’entrata secondaria destra – lato campanile – in prossimità del I° Supportico Chiesa. Tale ingresso è delimitato da resti di un portale molto antico impresso contro il muro, anch’esso di pietra serena, privo dei “gattoni” di cui sopra, ma con un particolare inedito: nella parte superiore, all’interno di una sagoma a forma di scudo, si vede la figura di un cervo con corna ramificate, delimitata nella parte superiore dei due lati dal menzionato stemma con la sigla “FM” e nella parte inferiore da due ornamenti floreali, disposti in modo da formare un ipotetico rettangolo con cornice a corda tortile. Inoltre, all’interno della lunetta, decorata con altorilievi, troviamo una Madonna con Bambino, delimitata da due angeli, molto simile a quella impressa sopra l’ingresso principale della Chiesa. A mio parere, questi resti potrebbero forse risalire addirittura alla prima chiesa costruita nel 1330 (parzialmente distrutta – come già riferito – dal terremoto del 1456) e successivamente ricostruita. Infine, la sigla “FM” è incisa anche sul fronte dell’arcata della Pòrtë Prûvënzäne, posta all’inizio del supportino stesso, lato via Orto della Terra, mentre non appare sul portale della chiesa dell’Annunziata come invece afferma il Morrone nella citata opera San Bartolomeo Galdo, Immunità, Franchigie, Libertà, Statuti (pag. 29).

2) Nel 2009 con l’intervento di mons. Andrea Mugione (Caivano, 9 novembre 1940), arcivescovo metropolita di Benevento, è stata inaugurata con solenne benedizione una porta di bronzo posta all’ingresso principale della chiesa, a devozione di Esterina Reino. Incisa dalla fonderia Domus Dei di Roma, su progetto dell’artista Valeria Sicilia, è divisa in due ante con impresse 24 formelle in bassorilievo di 45 centimetri per lato raffiguranti, su quella di sinistra 12 scene della vita dell’apostolo san Bartolomeo e, su quella destra, 12 della vita del beato Giovanni eremita di Tufara. Alla base della porta si legge questa incisione: «INTROITE PORTAS EIUS IN CONFESSIONE ATRIA EIUS IN HYMNIS CONFITEMINI ILLI LAUDATE NOMEN EIUS (sal. 99,4) AD XXIX», «Varcate le sue porte con inni di grazie i suoi atri con canti di lode lodatelo benedite il suo nome – sal. 99,4 – Anno 2009».

3) Nel 2010 vengono ultimati i lavori di restauro al campanile: in tale occasione, anche le statue della Madonna di Lourdes e della pastorella Bernadette, poste – in occasione dell’anno Mariano 1954 – all’interno della grotta ricavata alla base del campanile stesso, sono state restaurate dalla pittrice Anna Maria Margione.

Una particolare attenzione merita la cripta: in essa troviamo pezzi di argenteria sacra (calici, estensori, pastorali, reliquiari), documenti (pontificali, messali, volumi dell’archivio parrocchiale) e numerose vesti liturgiche (pianete romane e gotiche, piviali, dalmatiche e mitrie) appartenute ai vari vescovi che si sono avvicendati in questa sede tra il XVI e XVII secolo. Tra queste testimonianze, spiccano:

1) Un messale donato dal papa Albani (Clemente XI 1700-1721), con legatura romana in cuoio, caratterizzato per le sue insegne impresse in oro;

2) Un pianeta dell’episcopato Pedicini (1718-1724), di manifattura napoletana, in taffetà rosso laminato e ricamato;

3) Un piviale di mezzo damasco di manifattura meridionale risalente al periodo 1720-1730;

4) Una mitria preziosa in oro e argento, con perle e gemme policrome del secolo XVII di manifattura italiana (uno dei pezzi più rappresentativi).

Per quanto riguarda l’argenteria, un oggetto eccelso è senza dubbio l’ostensorio in oro, smalti e pietre preziose, che le cronache locali dicono essere stato donato dall’abate commendatario Antonio Bernardo Gürtler, confessore di Maria Cartolina d’Austria, consorte di Ferdinando IV re di Napoli. Nella parte posteriore del globo è infatti inciso uno stemma episcopale (evidentemente da identificare in quello del menzionato abate), che a Napoli il 29 giugno 1773 sarà consacrato vescovo di Thiene. Si dice, inoltre, che la cripta ospitasse anticamente spoglie di vescovi e arcivescovi della nostra diocesi. Sono presenti numerosi stemmi episcopali dei presuli di Volturara, la cui cronotassi araldica è a tutt’oggi assai lacunosa. Le basse volte presentano ancora affreschi raffiguranti questi luoghi: il bosco vicino e la città in fiamme cui appartenevano i prelati. Al centro del soffitto, l’Immacolata Concezione, assieme a san Michele e altre figure di oranti; una nave in tempesta (immagino quella che trasportava la salma dell’apostolo san Bartolomeo) e un morente disteso nel suo letto completano il decoro.

Tutto questo senza date di riferimento.

Anno 1714 Per intercessione del pontefice Clemente XI (nato Giovanni Francesco Albani 1649-1721), a cura dell’arcivescovo di Benevento cardinale Vincenzo Maria Orsini fu riattato il suntuoso palazzo vescovile – ricco di ventisei stanze – costruito durante l’episcopato di Simeone Maiolo (1571-1596) vescovo di Volturara, che sorgeva accanto alla chiesa parrocchiale e confinante con quella dell’Annunziata, al numero 155 dell’attuale via Leonardo Bianchi. S’ignora l’epoca precisa della fondazione. Ecco la trascrizione di un’inserzione tramandataci incisa sulla porta d’ingresso del palazzo: «Tu sacerdote novello, entri per abitare questa nuova Casa Epistole della Santa Chiesa Volturarese, crollata per incuria dei suoi predecessori, risorta dalle rovine per la munificenza  di papa Clemente XI e del Cardinale Fr. Vincenzo Maria Orsini Arcivescovo Metropolita  della Santa Chiesa beneventana. Quando questa sede episcopale era vacante, la sollecitudine del visitatore Apostolico la sostenne, la eresse e la completò nell’anno 1714. Non far sì che crolli di nuovo per incuria. Fa si che resti per sempre. Conservala nell’interno come dimora». (Fonte: Vincenzo Del Re, San Bartolomeo in Galdo nei suoi aspetti storici, geografici e folcloristici, op. cit., p. 57). Sul portale, sul fronte dell’arco, resiste ancora una scritta scolpita in latino quasi illeggibile: «QVISQVIS SIVE BONVS SIVE MALVUS TVTO INGREDERE AD EPISCOPVM», («Chiunque, sia buono sia cattivo, è ben accetto nella casa del Vescovo»).

Palazzo Episcopale

Anno 1720 Per conto della famiglia Colatruglio, Agostino Ugone costruì sull’attuale via Leonardo Bianchi (allora denominata via Frentana) la chiesetta di Sant’Antonio abate, chiusa al pubblico, come da scritta marmorea impressa sull’architrave dell’ingresso: «Chiesetta di S. Antonio Abate – Famiglia Colatruglio». Originariamente dedicata a sant’Antonio da Padova, veniva aperta ai fedeli durante il novenario in onore di sant’Antonio abate (per la benedizione degli animali). Ancora oggi, il 17 gennaio di ogni anno, vi si celebrano le funzioni religiose con grande partecipazione di popolo; i contadini vi portano a benedire gli animali da soma e la sera nelle sue vicinanze, si accende un enorme falò. Di piccole dimensioni (circa 10 metri di lunghezza, larghezza di circa 3 metri), presenta un altare semplicissimo, di modeste pretese; sullo sfondo, una bellissima statua lignea raffigurante il santo con il disegno di una croce rossa tracciata sul mantello scuro, ai piedi la figura di un porcellino nero. Nella parete destra, una targa marmorea bianca con la seguente epigrafe: «IN ONOREM DEI A.C.S. ANTONUS         (sic) PADUANI SOLEMNI RITU DEDICANS DIE XVII JULI A.D. MDCCXXII SACRIVIT ILL. MUS ET REMUS IMPERIALIS PEDICINUS PATRICIUS (sic) BERNTANUS EPÛS VULTURARIEN». (In onore di Dio A.C.S. Antonio da Padova, dedicando con rito solenne il 27 luglio 1722, consacrò l’illustrissimo e reverendissimo Imperiale Pedicini, patrizio beneventano e vescovo di Volturara).

Chiesetta di Sant’Antonio Abate

Nota Nel 2019, la chiesetta è stata arricchita di un bellissimo mosaico impresso sulla lunetta dell’ingresso: una raffigurazione del volto del santo e altre immagini simboliche come il campanile della Chiesa Madre, il maialino, il bastone, la campanella, il falò, il prato e le nuvole. A firmare questa opera, la pittrice Anna Maria Margione che ha raccontato: «Il lavoro è stato realizzato interamente a mano tagliando le tessere di pietre vitree (di smalti veneziani) una per una con la martellina e il tagliolo, seguendo le linee del disegno, utilizzando circa 3.200 tessere di 22 colori diversi».

Anno 1739 In prossimità del civico 96 di corso Roma, per iniziativa e premura di Francesco Colatruglio, fu costruita a sue spese l’attuale “Chiesa nuova”: è comunemente chiamata in tal modo, ma il suo vero nome è “Arciconfraternita della SS. Immacolata Concezione”, come da stemma posto sulla parte esterna, con la seguente dicitura: «VIRGO MARIA IMMACOLATA QVIA MATER NOSTRA 1739».

Chiesa Nuova

La data di costruzione è molto importante, in quanto testimonia il progressivo ampliamento del paese verso la parte alta; venne eretta di fronte al palazzo Martini (nell’uso anagrafico moderno, ndr), nelle adiacenze dell’attuale piazza Garibaldi, là dove terminava l’abitato nei primi decenni del Settecento. Il campanile poligonale è di epoca remotissima: lo si deduce dalla base in pietra di forma quadrata della stessa fattura di quella vicina della “Chiesa madre” (inaugurata nel 1703), il che lascia supporre che all’epoca esistesse già. Si narra che, durante i lavori di restauro, vennero rinvenuti resti di sepolture. A che epoca risalissero esattamente, non è dato sapere. La loro presenza testimonierebbe comunque la continuità di una pratica antica, risalente all’epoca medioevale, quando i defunti – che prima venivano portati fuori dai centri abitati – cominciarono a essere inumati nelle cripte delle chiese o all’esterno, a ridosso delle loro mura

La chiesa si presenta a una sola navata con tre altari. Su quello maggiore, sopraelevato da sette scalini, troviamo un coro ligneo e una statua di marmo raffigurante un Cristo morente nelle braccia della Madonna circondato da cinque statue lignee riposte all’interno delle loro nicchie raffiguranti la Madonna dell’Assunta, la Madonna dell’Addolorata, la Madonna dell’Immacolata Concezione, san Michele Arcangelo e l’Angelo custode. Sull’altare di destra («A divozione di Filomena Meglio 1938»), troviamo una statua lignea raffigurante il Sacro di Gesù, mentre in quello di sinistra «A divozione (sic) di Vincenzo De Bellis e di Lucia Filippone 1886», è esposto un quadro raffigurante la Madonna di Pompei.

Nota Alla base della statua della Madonna dell’Addolorata è posta la scritta: «Anni Braga 1833»; in quella della Madonna Immacolata Concezione, una targhetta riporta: «Restaurata da Gaetano Basilone, Elena De Yulio, Attilio Ricciardi, agosto/settembre 2003». Tutta la parte muraria è stata riattata dal «Decor. Michele Telegramma», come da dicitura impressa in prossimità dell’ingresso della sacrestia, con data 20/2/2000. Oggi la chiesa è chiusa al culto.

Anno 1753 Il 25 febbraio viene data comunicazione al popolo di San Bartolomeo in Galdo dell’entrata in vigore del nuovo “General Catasto”. Come ci racconta Pasquale Villani in Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione (Bari, 1962, p.87), l’elenco dei contribuenti del nuovo catasto, detto “onciario”, composto da nove volumi, fu formato in base alle denunce presentate dai contribuenti stessi («Rileva distinta, lucida, chiara e intiera, senza mancanza, né difetto alcuno») e verificate pubblicamente in ciascuna Università (tutti gli abitanti del feudo, ndr), da un collegio di deputati e di estimatori. Come da disposizioni emanate dall’allora sindaco, il dottor fisico Francesco Colatruglio, a San Bartolomeo furono eletti 6 deputati: Giuseppe Mascia e Ottavio Colagrosso per il ceto civile, Giuseppe Gabriele e Domenico Dota per il ceto mediocre, Francesco Petta e Camillo Giannino per il ceto inferiore.

Come si evince dal nuovo catasto onciario, in luogo vivevano all’incirca 500 nuclei familiari in 514 abitazioni. La “strada della Provenzana” sembra il punto di maggiore raggruppamento; seguono la “piazza pubblica”, la “porta della croce”, la “portella”, il “forno”, la “strada di S. Antonio”, il “borgo”, “il borgo novo”, la “porta di S. Vito” e la strada del “mucciarello”. Per la parte restante le vie vengono indicate con alcuni nomi e cognomi: strada “dei Nunzilli”, “dei Pelosi”, “di Giuseppe Petrillo”, “dei Capuano”, “di Giuseppe Gabriele”, “del Marro”, “di Domenico Codirenzi”, “de Renzis”, “di Fiorillo”, “di Crialesi” e così via. Il totale dei redditi imponibili di tutta la cittadinanza fu valutato in 25.354 once. I contribuenti risultarono 482: tra i tanti bracciati (298) e i molti massari (64) troviamo un custode di buoi, 2 barbieri, 6 sarti, 5 fabbri, 5 calzolai, 8 falegnami, 3 negozianti, tre muratori, un fornaio, 3 notai, 3 medici, 2 professori in legge, un dottore in legge e altri ancora. Tra questi, spicca un solo sacerdote tassato tra i 43 presenti in paese, tale don Michele de Renzis, che possedeva numerosi animali dati a pedaggio o a capo salvo, per cui gli vennero attribuite 261 once, mentre il clero e i luoghi pii (16 sacerdoti partecipanti) avevano un reddito di 2.372 once. (Fonte: Cf. A.S.N., Catasti onciari, vol. 7031. Collettiva generale onciari, f. 402 ss. I). 

Una nota curiosa Le vedove e vergini accatastate risultarono 18. Due di esse possedevano numerosi beni: Teresa Gizzi, 63 anni (reddito netto once 823) e Anna de Renzis, 47 anni (reddito netto once 748) – entrambe vedove – rispettivamente a terzo e quarto posto, precedute soltanto dai due contribuenti più ricchi, Giovanni di Martino, 54 anni, giudice a contratti, marito di Chiara Spallone, con 2.313 once, e Giuseppe Mascia, 31 anni, persona civile marito di Porzia di Martino, con 812 once; al quinto posto abbiamo quindi Domenico Tomasino, con 637 once, al sesto  Domenico Dota (608 once), al settimo Niccolò Cifelli (590 once), all’ottavo Angelo Minichillo (414 once), al nono Ottavio Colagrosso (330 once), al decimo Alessio Pannone (once 322 once), all’undicesimo Giuseppe Gabriele (318 once) e al dodicesimo Giuseppe Rosa (274 once).

Altra curiosità A quei tempi sette famiglie erano ritenute dagli storici “agiate primarie”: quella di Leonardo Catalano, due Martini, una De Mattheis, un’altra dei figli di Giovanni Braca, una di Antonio Gabriele e la settima quella di Pasquale Braca. Ebbene se ora riconsideriamo la classifica dei primi dodici capifamiglia contribuenti più ricchi, noterete la presenza soltanto di una delle sette “famiglie agiate primarie” cioè quella di GiuseppeGabriele.

Ultima nota Un cenno particolare merita il palazzo badiale. Nel menzionato catasto onciario, si scriveva che era sito accanto alla «Chiesa matrice e badiale» (l’attuale piazza Municipio, ndr). Non ne rimane traccia, essendo stato distrutto da vari incendi e demolito dalle trasformazioni operate dagli uomini nel corso del tempo. «Col magnifico loggiato e con le sue grandiose stanze rende tuttora testimonianza dell’agio dei monaci Benedettini che lo edificarono e della Signoria degli Abati commendatari che lo abitarono», scriveva Nicola Falcone nella Monografia su San Bartolomeo in Galdo in Il Regno delle Due Sicilie di Filippo Cirelli (Napoli 1853), per poi proseguire nella descrizione: «Con fondaco per deposito di grano e di altre vettovaglie, con stalle  e altre comodità, con alcune botteghe nel “sottano” con ammesse anche le carceri civili».

Anno 1761 Per opera del sacerdote don Nicola Reino viene edificata nella zona dell’Incoronata, lungo la strada che da San Bartolomeo conduce al bosco Montauro, una cappella rurale di scarsa rilevanza artistico-architettonica, ma di grande valore morale come simbolo di devozione alla Madonna; successivamente, don Nicola destinava anche un patrimonio per la sua manutenzione e le opere di culto. Come riferisce Vincenzo Del Re nel libro San Bartolomeo in Galdo, nei suoi aspetti storici, geografici e folcloristici (op. cit., p. 59), «in seguito esercitarono il diritto padronale i suoi eredi discendenti delle famiglie Giaquinto e Cifelli». Un altro storico, Nicola Falcone, a pagina 7 della già citata Monografia (1853) dedicata al nostro paese. racconta: «Nell’ultimo sabato di aprile innumeri fedeli de’ circonvicini paesi vengono a venerare la Vergine Incoronata dagli Angioli». Questa festività “campestre”, molto amata dalla popolazione, è nota, appunto, come la festa della Madonna della Cappella.

Chiesa dell’Incoronata

Nota Se in passato si poteva vedere la Madonnina conservata nel piccolo edificio solo una volta all’anno, dal Duemila le cose sono cambiate. Nove giorni prima della ricorrenza, la statua esce dalla cappella e viene portata in processione nella Chiesa Madre della nostra cittadina in occasione della novena. La sera della vigilia (l’ultimo venerdì del mese di aprile, ndr) con una maestosa fiaccolata seguita con partecipazione della popolazione locale, viene riportata in processione nella Cappella, dove si tiene una veglia notturna (sò iutë a wardä a Mädònnë, usano dire i compaesani). Il giorno dopo (l’ultimo sabato del mese di aprile, ndr) il colle su cui è costruito il santuario, che dista circa cinque chilometri dal centro cittadino, è raggiunto a piedi da numerosi pellegrini e fedeli, in arrivo anche dalle località limitrofe: come vuole la tradizione, accedono alla cappella della Madonna recitando il Rosario; prima di entrarvi, in segno di devozione e ringraziamento, effettuano tre giri intorno all’edificio. La stessa devozione è rappresentata anche dalla presenza delleverghe”: altissimi stendardi infiorati, adorni di fazzoletti e trine multicolori, e dai lunghissimi solchi (minimo tre) che i contadini tracciano nei campi, partendo dai dintorni del santuario, gareggiando per farli più lunghi e dritti possibile.

Dopo la Messa recitata all’aperto, al momento della canonica e affollata processione (a mezzogiorno, al momento dell’Angelus) si aprono le cassette di legna poste ad altezza d’uomo sulle verghe per liberare le colombe, con chiaro riferimento alla Vergine Assunta; e alla fine, dopo i tradizionali fuochi pirotecnici, spazio alle allegre scampagnate fino all’imbrunire. Oggi, la chiesa e i suoi prati sono recintati da una bella staccionata di legno; ci sono anche alberi e diverse panchine su cui sedersi per poter godere del meraviglioso panorama. Rispetto agli anni passati, sono pochi quelli che durante la festa di primavera raggiungono il santuario a piedi: è il progresso, tutti in macchina… Peccato, però, che dopo qualche centinaio di metri tutte queste auto siano già lì, ferme, in coda, a caccia di parcheggio, con conseguente brulichìo di lamiere… Tutti incolonnati, intorno alla nostra povera chiesetta: non sarebbe meglio affrontare il tragitto, sin dall’inizio, a piedi, come in passato? Pochi lo fanno: vuoi mettere la comodità di stare seduti in macchina? 

Anno 1767, incisione del mezzo busto dell’apostolo san Bartolomeo Come omaggio alla figura del santo compatrono del nostro paese, l’aristocrazia municipale e l’intera collettività parteciparono alla realizzazione del mezzo busto argenteo reliquiario dell’apostolo che si venera nell’attuale Chiesa madre. Venne eseguito a Napoli quando era console dell’Arte l’orefice Filippo Del Giudice (1706-1786), come da punzoni impressi (“FD•GC”); del tutto sconosciuto, al contrario, è chi si cela dietro il punzone dell’argentiere, contraddistinto dalle iniziali “ADF” a carattere corsivo. Su un basamento di bronzo e argento si erge la figura del santo, elegantemente ammantata in un abito a fiorami lavorato con estrema accuratezza, che stringe nella mano destra il coltello, simbolo del suo martirio, e avvicina a sé il libro del Vangelo; con la mano sinistra, invece, il santo indica la pelle scorticata. Nulla lascia trasparire la sua fisicità e la violenza a cui fu sottoposto. Il manufatto è una testimonianza importante della statuaria napoletana della seconda metà del Settecento. Per la sua qualità artistica è stato attribuito dagli studiosi in via ufficiosa alla scuola del maggiore scultore napoletano del XVIII secolo, Giuseppe Sanmartino (morto del 1793), che si dedicava tra l’altro a modelli e disegni per argentieri.

Nota speciale All’altezza del petto è posta una piccola teca in bronzo dorato nella quale è custodita un piccolissimo frammento osseo del discepolo, prelevato dall’arcivescovo Serafino Sprovieri dall’ampolla vitrea n. 4 nella basilica di San Bartolomeo apostolo di Benevento, ove sono custodite le reliquie del santo

Anno 1784 Ferdinando I di Borbone (1751-1825), re di Napoli con il nome di Ferdinando IV, acconsentì alla conversione del convento degli Agostiniani con sede in via Costa in Seminario (Sùmm’nàrie). I lavori, sotto la tutela del vescovo di allora (Giovanni Coccoli, ndr), furono realizzati per opera dell’abate commendatario Antonio Bernardo Gürtler (1726-1791). In poco tempo, la scuola acquistò grande fama per la serietà dell’insegnamento svolto e per il valore dei docenti. Tra i Superiori va meritatamente ricordato padre Ferdinando D’Onofrio, Segretario Generale dell’Ordine dei Frati Minori e poi Vicario Generale della Osservanza Cismontana; tra i bravi maestri, è da ricordare Padre Ferdinando di San Bartolomeo.

Nota Purtroppo il seminario chiuse i battenti definitivamente nell’agosto del 1818 per disposizione del vescovo di Lucera D. Andrea Portanova, causa la soppressione della Diocesi di Volturara. Successivamente, la struttura passò dal patrimonio ecclesiastico al demanio dello Stato diventando proprietà del nostro Comune. Venne adibito parte in scuola elementare, parte in macello e parte in carcere mandamentale: oggi, completamente ristrutturato, si presenta unicamente come edificio scolastico. 

Ex seminario, oggi scuola elementare

Anno 1791, inaugurazione fûntanë ʼu gigljë Il già citato abate Gürtler, arcivescovo di Thiene nonché confessore della regina Carolina d’Austria, elargì sedicimila (secondo altri, diciottomila) ducati per la costruzione di una fontana in una nuova grande piazza, creata fuori Porta San Vito nel 1790, che successivamente prenderà il nome dell’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi («Il più bel sito del Comune», a dire di Nicola Falcone). Dal bacino di marmo, l’acqua zampillava attraverso cinque distinti getti, uno al centro e gli altri quattro intorno, tutti chiusi da una vasca di travertino a uso di abbeveratoio. Fino all’ultimo conflitto mondiale (quando fu smantellata forse per penuria d’acqua), rappresentava per i ragazzi un divertente passatempo: «Sëmë iutë a jucä’ attûrnë ʼu gigljë» («Siamo andati a giocare intorno al giglio»), dicevano i più giovani riferendosi ai getti che evocavano le forme di questo fiore. Purtroppo, l’abate non fu presente alla sua inaugurazione: morì a Roma il 28 maggio 1791, all’età di 65 anni.

Fontana del Giglio

Nota Bene Ho appreso che una parte di questa fontana si trova ora esposta in via IV Novembre, angolo via Pasquale Circelli, all’interno di un giardinetto; ed effettivamente, in quel luogo, è posto un manufatto a forma di ruota che a dire di numerosi cittadini anziani interpellati costituiva la parte superiore della fontana di piazza Garibaldi. Purtroppo, però, nessun cartello offre informazioni storiche a riguardo.

Anno 1792, regio editto sulla censuazione dei demani Premesso che nel 1531 1’abate commendatario Alfonso Carafa (morto poi nel 1534), figlio di Alberico dei conti di Marigliano, aveva concesso al demanio del feudo oltre 4.000 moggia (o tomoli, ndr) di terreno denominato “Valloncelli”, riservato esclusivamente al pascolo, il 23 febbraio 1792  il re di Napoli Ferdinando IV emanò un editto per la riduzione a coltura di questo terreno con conseguente censuazione da parte del demanio, per cui fu reso pubblico un bando che vietava qualunque innovazione nell’area senza il permesso regio. E qui ebbe inizio una lunga vicenda giudiziaria tra gli amministratori e centinaia di braccianti che incominciarono a dissodare di loro iniziativa il demanio conteso, vicenda che si protrasse per più di dieci anni. La storia ci narra che il primo stop avvenne dopo circa 6 mesi (quando ben tremila tomoli erano stati dissodati), imposto dalla presenza di 18 fucilieri di montagna con l’avvocato fiscale Michele Guarini, che fece desistere i contadini dal proseguire la loro opera. Alla fine delle prime indagini, si parlò di 233 popolani rei di questi “eccessi”. Nel frattempo, il 21 aprile, un cospicuo numero di questi si era mosso da San Bartolomeo per recarsi a Napoli dal re. Dopo quattro giorni di penosissimo viaggio a piedi, il giorno 25 a Portici ebbero finalmente la sorte di presentare la supplica nelle mani di Sua Maestà, senza ottenere comunque nessuna risposta.

Nota particolare Torna alla mente un’altra marcia, di diverso esito, avvenuta a distanza di quasi due secoli nella domenica delle Palme del 1957, il 14 aprile: la marciadellafamedi 150 braccianti. Come ha raccontato all’autore di questa ricerca il signor Pasquale Giantomaso, questo nutrito gruppo di lavoratori si mosse dal paese con l’intenzione di arrivare a Benevento e successivamente a Roma, ma in quel di San Marco dei Cavoti, dopo aver percorso circa 30 chilometri, fu fermato e disperso dai celerini dell’epoca al grido di: «Caricate, caricate!». I bracciati, sentito l’ordine, pensarono ingenuamente che sarebbero stati “caricati”, ovvero fatti salire, sui camion per essere condotti alla meta della loro spedizione, ma si dovettero subito ricredere. Vennero rispediti tutti a casa con diversi mezzi perché alla domanda: «Volete andare a San Bartolomeo o a San Felice?», risposero tutti: «A San Bartolomeo!». San Felice, infatti, era il carcere di Benevento.

Marcia dell FAME

Tornando alla nostra storia… Essendo il terreno dei “Valloncelli” già dissodato e in parte anche seminato, 376 braccianti inviarono una supplica a Sua Maestà affinché potessero procedere con la prima raccolta, per riportare poi il terreno allo stato precedente. Il 21 maggio il re inviò Tommaso Oliva (Giudice della Gran Corte della Vicaria e Commissario generale del Tribunale della Campagna) per le indagini del caso. Alla fine, Oliva diede parere favorevole alla raccolta, definendo i braccianti «tanti miserabili», anche perché risultò che, in realtà, erano stati dissodati e ridotti a coltura solo 1.362 tomoli del demanio. Oliva diede anche disposizione alla Regia Corte di San Bartolomeo di obbligare i trasgressori a pagare, dopo la raccolta, quel che avrebbero dovuto come estaglio e terratico e di non permettere più il loro accesso ai demani, pena la carcerazione immediata.  Alla fine del 1794, i braccianti trasgressori risultarono essere 506: questi si impegnarono al versamento delle prestazioni dovute e tutti gli atti passarono alla Regia Camera della Sommaria. Eppure, anche negli anni successivi si continuò a dissodare e a coltivare il terreno, e di conseguenza si continuarono ad acquisire prove delle nuove invasioni commesse in contravvenzione e disprezzo degli ordini reali.Sivedaaquestoproposito Archivio di Stato, Pandetta Negri, fascio 221, 280/3: «1796-1787. Provue (sic) speciali in forma stragiudiziale acquisite per la novella invasione commessa da’ bracciali di S. Bartolomeo in Galdo nel territorio demaniale della stessa, in controvenzione (sic) e disprezzo dei reali ordini, come dentro»; 280/4: «1796-1797, Reali dispacci ed altre carte per la nuova invasione fatta da’ naturali di S. Bartolomeo in quel demanio». La definitiva censuazione avvenne solo dopo 17 anni: il 4 dicembre 1809 fu emessa una sentenza definitiva nella quale il Comune fu reintegrato nel possesso di 2.000 tomoli di terreno ridotti a coltura e divisi tra i cittadini (vedi Archivio di Stato di Napoli, Cfr. Tribunali antichi, Sentenza del S.R. Consiglio, vol. 310, ff. 281-286t).

Anno 1795 Pubblicazione da parte dell’abate Francesco Sacco del Dizionario Geografico Istorico Fisico del regno di Napoli. A proposito di San Bartolomeo in Galdo, nel terzo volume a p. 245 si legge: «È una città regia allodiale nella provincia di Lucera e in diocesi di Volturara, la quale giace sopra un altissimo colle, di aria buona ed alla distanza di 18 miglia da Lucera. Questa città, la quale è residenza dei Vescovi pro tempore di Volturara, ha una chiesa abbaziale di patronato regio, la quale vien servita da tre dignità di nomina regia, una collegiata di mediocre disegno uffiziata dal clero insignito, confraternite laicali sotto i titoli di S. Bartolomeo, di S. Giovanni Eremita e di S. Francesco, un convento di PP. Minori Riformati ed un seminario diocesano capace di molti alunni e fornito di tutte le scienze necessarie all’istruzione dei chierici della diocesi di Volturara. Le produzioni del suo territorio sono grani, legumi, biada, frutti e vino. La sua popolazione ascende a 4.618 abitanti sotto la cura spirituale dei due parrochi».

Anno 1799 Anche il regno di Napoli è investito dalla grande onda della Rivoluzione Francese. Ferdinando IV fuggì in Sicilia, mentre con l’arrivo dei francesi a Napoli si costituiva la Repubblica Partenopea (gennaio 1799). Le nuove idee di libertà si diffusero per tutta l’Italia meridionale, coinvolgendo anche San Bartolomeo in Galdo. Abolite dal governo repubblicano le istituzioni vigenti, l’8 marzo fu eletta dal popolo la nuova amministrazione comunale detta “Municipalità”: presidente Bartolomeo De Nigris, componenti il canonico don Giuseppe Braca, il medico Ottavio Capuano e i signori Cosmo Buono, Michele Braca e Michele Pepe. Fu costituita la Guardia Civica al comando di Liberato Braca: in attesa dell’arrivo dei francesi, furono erogati fondi per la riattivazione di fucili usati e per l’acquisto di polvere da sparo, di un tamburo, di coccarde varie, di bandiere, di aste e di altro materiale utile alla nuova gestione della cosa pubblica. Venne creata anche una guardia armata di 25 uomini al comando di Pasquale Zampella.

Nota storica Scoppiata la rivoluzione, nelle piazze francesi si prese l’abitudine di piantare un albero per simboleggiare la libertà conquistata. Anche paesi dell’Italia meridionale fece la sua comparsa il cosiddetto “albero della libertà” (un pioppo o una quercia) estirpato e ripiantato nel cuore dei centri abitati. Poteva mancare San Bartolomeo? Certo che no! Gli storici ci raccontano che l’usanza venne rispettata anche nel nostro paese; anzi, qui le piante furono addirittura due. Il municipalista Michele Pepe curò da Castelmagno il trasporto di un pioppo da piantare nella piazza principale, mentre un’altra pianta fu messa dal comandante della guardia civica Liberato Braca davanti alla propria abitazione: i due, vestiti alla repubblicana, mentre provvedevano alla distribuzione di nuove coccarde assicurarono che presto sarebbero giunti i Francesi, e guai se non avessero trovato il paese pronto alla nuova stagione democratica.

L’attesa, però, fu vana: il 13 giugno, il cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara – nominato dal re Ferdinando IV vicario generale con il compito di riconquistare i terreni occupati dai francesi –  entrò a Napoli con un esercito della “Santa Fede”, composto da gente di ogni genere: contadini, avventurieri, sbandati, persino briganti. Fu la fine del breve sogno rivoluzionario, che costrinse i “Municipali” a «recidere l’albore della libertà»: insieme alla gloriosa fiammata della Repubblica Partenopea, nel giro di pochi mesi si spensero anche gli entusiasmi libertari di San Bartolomeo in Galdo e degli altri centri della Valfortore.

Anno 1821, la rivolta in San Bartolomeo in Galdo Rientrati a Napoli nel maggio 1815, i Borboni vollero restaurare l’ordine e i principi vigenti prima della Rivoluzione Francese, sopprimendo le libertà concesse. Gli oppositori della Restaurazione si organizzarono in società segrete. Prese piede la Carboneria, che aveva come programma l’indipendenza dallo straniero e la proclamazione di un regime costituzionale. I movimenti rivoluzionari che ne seguirono portarono i loro frutti. Il 6 luglio 1820 fu concessa dal re Ferdinando I di Borbone (1751-1825) la costituzione nel regno di Napoli; si formò un nuovo governo, che però cadde pochi mesi dopo, il 23 marzo 1821, a seguito dell’intervento dell’esercito austriaco richiesto dallo stesso re.

A San Bartolomeo, i liberali non si arrendono. E contro la monarchia assoluta restaurata, il 15 aprile 1821 scoppia una sommossa capeggiata da Antonio De Nigris: il moto fu subito sedato con l’arresto di diversi rivoltosi (tranne il De Nigris, che riuscì a fuggire).  Un anno dopo, il 17 agosto 1822, si riunisce a Foggia la Corte Marziale permanente in Capitanata, per deliberare contro ben 24 liberali del nostro paese accusati di essere complici del De Nigris, sempre latitante. Come apprendiamo da Alfredo Zazo (La rivolta del 15 aprile 1821 in San Bartolomeo in Galdo, in Samnium, 1928, pp. 124-128), queste le sentenze emesse dalla corte:

1) Nicolangelo Fiorilli e Francesco D’Antuono furono condannati alla pena di morte per il misfatto di lesa maestà: armati di tutto punto e con coccarde tricolori, si erano recati a Roseto quali emissari del De Negris per incitare i cittadini alla rivolta contro il re ed erano stati colti in flagranza e arrestati;

2) Michele Brita, Giuseppe de Iura e altri dodici compagni (Bartolomeo Capobianco, Giuseppe Capobianco, Antonio Carullo, Ciriaco delle Gatte, Michele Gallo, Giuseppe Casamassa, Pasquale Rega, Francesco Vadurro, Gioacchino Riccio, Giovanni Apicella, Filippo Sanpietro e Michele Gallo) furono condannati al «4° grado di ferri in anni venticinque» perché colpevoli di complicità alla rivolta: avevano seguito lo stesso De Nigris con le armi girando per l’abitato di San Bartolomeo in Galdo. E quindi la Corte all’unanimità li dichiarò complici del reato;

3) Pasquale di Tirro, Lorenzo Vadurro, Domenico Agostinelli, Antonio Manzolino, Antonio Rampone e Francesco Iannantuono e Vincenzo d’Ariano, furono rimessi tutti in libertà; il canonico Michele Fiorilli finì sotto sorveglianza per essere il cugino del «fuori bandito» Antonio De Nigris.

Anno 1829, Topografia di San Bartolomeo È questo il titolo con cui un anonimo estensore dà inizio a una sintetica descrizione (datata “San Bartolomeo in Galdo 9 febbraio 1829”) del più importante centro fortorino. Una fotocopia del testo manoscritto è in possesso del sig. Augusto Colucci. Questi, il 4 ottobre 2005 ha affidato al sito Sanbartolomeo.info un articolo da cui estraggo questa lunga citazione  dalla Topografia:

«Sambartolomeo (sic) in Galdo Comune, che attualmente contiene 6.. abitanti (sic), appartiene alla Provincia di Capitanata, alla distanza di 18 miglia da Lucera. Giace sull’Appennino, e propriamente nel dorso di un’amena collina, che quasi in forma di Penisola partendo dal Nord-Est sfila verso Sud-Ovest a poca distanza dalla sorgente del Fortore, che lambisce la falda meridionale, ed occidentale del detto Colle. L’aria vi è temperata, ma umida, perché il suolo abbonda di strati alluminosi e le vie pubbliche sono tenute assai sporche. Fin da un’epoca remotissima i Monaci Benedettini edificarono nel descritto sito una Chiesa sotto il Titolo di S. Bartolomeo Apostolo, ed in pregresso questo recinto vi venne un Castello abitato da popoli Provenzali; ed oggi ancora esiste in un angolo del paese una strada volgarmente detta Provenzana. Gli abitanti all’incontro conservano tuttavia qualche vocabolo corrotto dal Francese come rua cioè una strada, quadrettello, cioè un piatto cupo, puzz d’ sansot, pozzo senz’acqua. Si rileva da’ Reali diplomi che nel 1327 i Benedettini che dimoravano nel monastero di S. Maria a Mazzocca alla distanza di 6 miglia da S. Bartolomeo, e di cui si osservano i ruderi del Tenimento di Foiano, ottennero dal Re Roberto di riedificare il dirupo Castello di S. Bartolomeo che essi possedevano in unione di altri tre Castellilimitrofi e cioè S. Maria in Castel Magno, Santa Maria di Ripa e S. Angelo in Vico. Essendosi incominciato a popolare il detto Castello nel 1330 fu aggregato alla Diocesi di Vulturara (sic) e Monte Corvino. In progresso fu dichiarata una commenda, che fu sempre conferita ai Cardinali. Finalmente nell’anno 1498 i pochi abitanti de’ suddetti tre Castelli si riunirono in S. Bartolomeo in Galdo, formando un solo agrario, come si rileva da una convenzione tra il vescovo Giacomo di Vulturara (sic) e l’Abbate (sic) Commendatario Alfonso Carafa confermata dal Pontefice Clemente VII al primo settembre 1525. Vi è una Chiesa Arcipretale servita da 17 Canonici e quattro Dignitari, che rappresentano i quattro Parroci degli antichi Castelli, e sono di Regio Patronato».

«Vi esistono in oltre altre cinque chiesette sotto il Titolo dell’Immacolata Concezione, della SS. Annunziata, di Sant’Antonio di Padova, S. Giacomo, e di Santa Maria del Carmine. Oltre tre Cappelle Rurali, l’Incoronata, S. Lucia e Santa Maria ad Nives. Vi sono sette stabilimenti Pubblici, cioè il Rosario, il Sacramento, l’Annunziata, la Concezione, S. Bartolomeo, Beato Giovanni e Maria ed Nives. Vi è di più un Convento de’ minori Riformati. Cinque confraternite, un Ospedale, ed un monte frumentario di 500 tomoli per soccorso de’ Coloni. Vi era un Seminario stabilito da Monsignor Gentile, ed ampliato nel 1784 colle rendite, e colle fabbriche del soppresso Monastero degli Agostiniani; ma colla recente circoscrizione de’ Vescovadi si è perduto, e Vescovo, e Seminario; quando ché dal 1476 sino al 1808 i Vescovi di Vulturara (sic) hanno sempre soggiornato in questo Comune. L’Agrario ascende a tomoli trentamila; de quali tomoli tremila, e cinquecento sono boschi nascenti in tre siti diversi, tomoli 800 sono vigneti, e finalmente 26000 tomoli sono coltivabili; sebbene qualche porzione fosse lamosa e sterile».

«La produzione del tetto territorio sono grano, orzo, avena, frumento, vino di mediocre qualità ed olio scarsissimo. Buoni sono i formaggi e squisitissimi salami. Niente vi ha di rimarchevole relativamente alle arti ed alle manifatture. L’architettura è mal’intesa, dacché le fabbriche presentano un aspetto poco plausibile. L’agricoltura manca di quelle verdure, su cui va tanto ricca sul piano delle attuali cognizioni. Se le improbe fatiche di questa popolazione molto laboriosa, ma goffa, venissero sostenute, e dirette da principi più sani della coltivazione, potrebbe migliorarsi la sorte di queste terre, e la condizione de’ suoi prodotti».

Anno 1832, ricorso contro chiusura Sùmm’nàrie Grazie a un amico sanbartolomeano sono venuto in possesso di una copia del Ricorso ragionato dei rappresentanti del Comune di San Bartolomeo presentato a Sua Maestà (1832, Napoli, Tipografia Pietà de Turchini), avallato anche da quelli limitrofi (come Alberona, Baselice, Biccari, Castelvetere, Celenza, Montefalcone, Roseto, San Maeco dei Cavoti, San Marco la Catola, Troia e Tufara), contro la chiusura del seminario avvenuta nel 1818 (si veda quanto riferito, in merito, nel righe di questa ricerca dedicate all’anno 1784).

Nota particolare Stupisce la data del ricorso presentato dall’allora sindaco, Alessio Pannone: con un ritardo di ben 14 anni, il Comune di San Bartolomeo in Galdo chiedeva la «commutazione in Reale Collegio o Convitto» del seminario. Se gli amministratori del tempo quei tempi si fossero mossi prima, visti i validi argomenti citati nel ricorso, forse oggi la nostra comunità godrebbe della presenza di una valida scuola  confessionale – anche se, a onor del vero, considerate le nuove dinamiche nelle scelte educative dei giovani, si troverebbe sulle spalle un’ennesima cattedrale nel deserto.  

Anno 1837, il colera in Capitanata In merito, leggiamo quanto scrive Antonio Vitulli nel libro L’epidemia di colera del 1836-37 in Capitanata (Apulia, Foggia, 1980): «Anche la provincia di Foggia non sfugge alla nuova epidemia. Nel luglio del 1837 un caso di colera si segnala a Troia. E da questa cittadina, dove si verificano ben 348 casi di colera con 171 decessi, il male si propaga rapidamente un po’ ovunque: 341 sono i casi mortali a Biccari, 379 a Bovino, 104 a Motta Montecorvino, 700 a Lucera ed anche 700 a San Severo. A Foggia la caserma di sant’Antonio, trasformata in Lazzaretto, non è sufficiente ad accogliere i 1.536 colerosi. Oltre mille sono i morti a Vieste, 450 San Marco in Lamis, 322 a Vico e 101 a Peschici. Infine San Bartolomeo in Galdo: i casi di colera che risultano aver avuto esito mortale sono ben 459.In poco più di due mesi, da luglio a settembre del 1837 nella provincia di Foggia su 312.433 abitanti, si verificano 26.684 casi di colera con 11.151 morti».

Nota bene A proposito della popolazione dei centri della zona, è utile riportare l’elenco stilato da Matteo Chiaravalle (vedi Colera del 1837 sul blog di Michele Colletta): i maggiori centri della Capitanata per numero di abitanti erano Foggia con 20.630, San Severo 16.603, San Marco in Lamis 10.667, Montesantangelo–Mattinata 10.631, Lucera 10.556, Cerignola 10.210, San Nicandro 7.818, Vico 6.818, Vieste 5.540 e, infine, al decimo posto San Bartolomeo in Galdo con 5.414.

Anno 1848 Il 5 aprile di quest’anno rappresenta una data storica per la nostra comunità. Nell’archivio parrocchiale, registro dei battezzati, si legge: «A di 6 aprile 1848. Il Reverendo D. Saverio Braca Canonico di questa Regia Badiale Chiesa di San Bartolomeo in Galdo sotto il titolo di S. Bartolomeo Apostolo col mio permesso ha battezzato un infante nato alle ore otto del di antecedente figlio di D. Vincenzo Bianchi e D. Alessia Longo coniugi, al quale si è dato il nome di Leonardo Maria Vincenzo. La Comare è stata D. Angela Braca delli furono D. Giovanni e D, Luisa Beccari coniugi. In fede ecc. sacrista maggiore Michele Ziccardi. Il Franco Domenico Boffa. Michelangelo Arciprete D’Onofrio».  

Leonardo Bianchi, dunque: neurologo e psichiatra, professore universitario, deputato, ministro, senatore a vita, personaggio carismatico della Napoli del primo novecento, dove morì il 13 febbraio 1927 all’età di 79 anni. In quell’occasione, lo storico Antonio Jamalio scrisse: «È caduto sulla breccia: il suo spirito era assorto nella contemplazione degli eterni veri, quando spiccò il volo pe’ campi eterni, e non tornò più a rivedere, questa bassa aiuola, che ci fa tanto feroci! Leonardo Bianchi è passato anche Lui alla storia con le stimmate santificanti della ingratitudine cittadina; ma Egli nella sua grande bontà, obliando ogni offesa, non cessò mai di amare di tenero amor amore filiale la terra natia. I veri patrioti non dicono mai – ingrata Patria! –; amano il proprio paese più di quel che gli dànno, che per ciò che ne ricevono: ne ricevono più spesso ingratitudine e persecuzione, e gli danno per lo meno luce e celebrità. San Bartolomeo in Galdo prima non era che un punto oscuro nella oscura Valfortore; ora è un punto luminoso nella storia della Scienza».

Nota Bene Il 10luglio 2004 il nostro Comune ha ricordato il suo concittadino provvedendo all’installazione, in piazza Municipio, di una statua bronzea inaugurata da Bruno Casamassa (presidente del Consiglio regionale della Campania) alla presenza del sindaco Donato Agostinelli e di numerose altre autorità civile e religiose. Tra i presenti, Leonardo Bianchi, l’omonimo nipote dell’illustre scienziato, anch’egli neurologo. Opera dell’artista Fulvio Rosapane, la scultura (alta 180 centimetri, con 60 cm. di larghezza e 50 cm. di profondità) reca impresse sulla base le seguenti parole: «Senatore del Regno Cittadino di S. Bartolomeo in Galdo Leonardo Bianchi Magnifico Rettore Università di Napoli Ministro della Pubblica Istruzione Padre della Neurologia Italiana illustrò l’Italia nel mondo con le sue scoperte sulla funzione dei lobi frontali S. Bartolomeo in Galdo 05.04.1848 Napoli 13.02.1927. Esempio ai giovani Sanniti che dalle nostre radici si può giungere ai più luminosi traguardi». Nell’agosto del 2018, per motivi di viabilità, è stata rimossa e collocata lungo la via omonima, nella piazzetta a lui dedicata (fronte chiesetta sant’Antonio).   

Leonardo Bianchi

Anno 1860, la fine della dinastia dei Borboni Con la spedizione dei Mille di Garibaldi (1807-1882) e le battaglie di Calatafimi, Milazzo e del Volturno, poteva dirsi conclusa la liberazione del Regno delle Due Sicilie, agevolata anche dall’ammutinamento della marina borbonica, dalla benevolenza di alcuni generali di stanza in Sicilia nonché dal consenso dei liberali, della diplomazia inglese e piemontese, della borghesia e perfino della camorra. Arrivato a Benevento, liberata dal dominio pontificio, il 25 ottobre Garibaldi con apposito decreto istituì l’omonima provincia: l’antico Ducato di Benevento diventava provincia del Regno. Con l’intervento successivo di Vittorio Emanuele II e i plebisciti dell’autunno, l’ex Regno viene ammesso al Piemonte. Con la resa di Gaeta (in cui si era rinchiuso l’ultimo re di Napoli, Francesco II) ebbe praticamente fine nell’Italia meridionale la dinastia dei Borboni, iniziata nel 1734. E, finalmente, l’Unita divenne realtà. La nascita del regno italiano destò grandi speranze. Nessuno dubitava che le aspirazioni dei suoi artefici si sarebbero realizzate. Invece, nel giro di pochi anni, la realtà si incaricò si smentire anche i più ottimisti; per usare le parole del nostro compaesano Gianni Vergineo, per l’area del Fortore fu «come un fuoco di paglia perché da solo l’illusione della luce e del calore, ma lascia un pugno di cenere».

Anno 1861 Il 17 gennaio, il già menzionato decreto di Garibaldi sull’istituzione della provincia di Benevento venne ratificato da quello del principe Eugenio di Savoia, Luogotenente Generale delle province napoletane, su proposta del Consigliere del Dicastero dell’Interno Liborio Romano. Benevento diventa la più giovane provincia della Stato italiano: prende il nome di “Sannio” e assume a simbolo lo stemma sannitico (il toro della sacra primavera nello scudo coronato di foglie e bacche di quercia). Viene divisa in tre distretti: Benevento, Cerreto e San Bartolomeo in Galdo (con i mandamenti di Baselice, Castelfranco, Colle, Santa Croce di Morcone e San Giorgio la Molare). Oltre che circondario, San Bartolomeo è mandamento a sé stante.

È doveroso precisare che in origine nell’elenco dei Comuni facenti parte della nuova provincia (presentato da Carlo Torre al Consiglio di Luogotenenza il 24 novembre 1860), San Bartolomeo non era incluso. Questo avvenne soltanto dopo varie proteste e petizioni. Scrive Antonio Mellusi in Origine della provincia di Benevento (Benevento, 1913, pag. 113): «Imploravano che quel municipio venisseseparato dalla provincia di Capitanata, cui apparteneva, e fosse aggregato all’altra di Benevento». In merito ecco il pensiero del nostro amato compaesano Gianni Vergineo, tratto dal suo ultimo saggio, San Bartolomeo in Galdo, dalla libertà feudale alla liberta moderna, pubblicato nel 2002, pochi mesi prima dalla sua dipartita, avvenuta il 21 giugno 2003:

«Nell’elenco dei Comuni indicati dal Governatore di Benevento, Carlo Torre, San Bartolomeo è assente. Ma il paese arde dal desiderio di cambiamento. E si mobilita per passare dalla Capitanata alla provincia in via di formazione. A chi giova? Non si sa. Tutti ne sono presi: decurionato e notabilato, laicato e clero, popoli e maggiorenni. Tutti invocano l’ingresso nell’organismo in gestazione, che può nascere solo col sacrificio di province già esistenti da secoli: Capitanata e Molise, Principato Ultra e Terra del Lavoro. Alla fine ci riescono. E nel Decreto luogotenenziale del 17 febbraio 1861, che fissa la circoscrizione definitiva, il paese figura anche come capoluogo del terzo circondario, dopo Benevento e Cerreto».

«Nel primo Consiglio provinciale del Regno d’Italia risulta rappresentato dal Barone Martini. E resta capoluogo di circondario sino all’abolizione delle Sottoprefetture (1927), malgrado la rivalità di Colle, appoggiata dalla maggioranza del Consiglio per la posizione marginale del centro fortorino, carente di strade e mezzi di accesso. Ma la realtà resta, salvo il cambio della guardia e l’effetto ristrutturante di uffici e servizi nazionali. I nodi secolari tornano al pettine. E il pettine si rompe. A parte la guerra contadina e la questione romana, si rompono certi equilibri sociali ed economici di tipo tradizionale. Comunque sia, il cambiamento esprime l’ideologia della classe dirigente, che riscopre la sua origine sannitica, specificamente Frentana e si definisce in un circolo signorile esclusivo, detto appunto Circolo Frentano, come per una pulsione d’orgoglio del ceppo antico».

«Nel 1860, due mondi si scontrano. L’uno maledice l’altro: nord e sud, industria e agricoltura, ragione e tradizione, diritto e consuetudine, padronato e proletariato. Dissidio antico, ma inasprito dall’Unità coatta. Bella forma, ma vuota. L’unità di facciata copre e opprime una pluralità inquietante e indocile di bisogni insoddisfatti e di promesse tradite. Passa la Destra storica; passa la Sinistra costituzionale; passa la prima guerra mondiale; passa il fascismo. Ma il dualismo delle due Italie non passa».

Anno 1861, il sogno dei filo-borbonici e il brigantinaggio Il sogno coltivato dai filo-borbonici di riprendersi la provincia di Benevento finì all’alba del 10 agosto 1861, quando l’esercito piemontese sbaragliò a Pietrelcina la banda del “Pilorosso” composta da circa quattrocento uomini. Il popolo, resosi conto che il gioco si era fatto troppo pericoloso e che l’esercito era in grado di controllare senza difficoltà la situazione, fece quindi mancare il suo appoggio alla causa borbonica. Tra la fine del 1861 e gli inizi del 1862, gran parte degli sbandati si costituirono o vennero arrestati. Naturalmente, tutti i reazionari che si erano trovati coinvolti in delitti comuni e i capibanda più compromessi che non potettero godere di nessun provvedimento di clemenza, restarono alla macchia. Tutto ciò che avvenne dopo non aveva più nulla a che vedere con il movimento filo-borbonico, e deve essere considerato soltanto come puro e semplice brigantaggio.

Quasi tutti i briganti che troviamo a operare successivamente nelle aree della valle del Fortore – come pure in altre località del Meridione – erano pregiudicati per delitti comuni e, più spesso, latitanti e già dediti al banditismo. È il caso di Michele Caruso da Torremaggiore, Antonio Secola e Domenico Lisbona da Baselice, Giuseppe Schiavone da Sant’Agata di Puglia, Marco De Masi da Foiano di Valfortore, Baldassarre Ianzito da Molinara, Nicola Lazzaro da Pago Veiano e altri ancora che imperversarono con le loro malefatte per diversi anni. La cattura di Michele Caruso, detto ü colonnëllë (nato il 30 luglio 1837 e fucilato a Benevento il 12 dicembre 1863) e la fucilazione di Giuseppe Schiavone (nato il 19 dicembre 1838 e giustiziato il 29 novembre 1864 a Trani) segnò il definitivo collasso del banditismo fortorino.

Michele Caruso di Torremaggiore

«I giochi erano ormai fatti e svanita la speranza che sarebbe tornato presto a sedersi sul trono di Napoli Francesco II, il quale avrebbe perdonato qualunque misfatto, molti si consegnarono alle forze dell’ordine ed altri tentarono la fuga in uno stato Pontificio sempre meno ospitale» (Pier Luigi Rovito, I segreti del bosco di Mazzocca, Napoli, 1998).

In merito a questo tragico periodo storico, Giovannino (Gianni) Vergineo storico e letterato nativo di San Bartolomeo in Galdo, in Il Sannio brigante nel dramma dell’Unità italiana (Ricolo, Benevento 1991, pagg. 8-9) ha scritto: «È ammirevole, spesso, la paziente cura con cui si frugano carte su carte, riportando lunghe file di nomi, anni di prigione, sentenze di ergastolo, sequele di fucilazioni. Ma c’è sempre qualcosa che non si dice. Spesso è qualcosa che non si può dire. Perché questo è un processo tragico, in cui esistono solo i documenti dell’accusa, di coloro che sanno leggere e scrivere. Dei galantuomini che hanno archivi familiari, dei vincitori che cancellano le tracce dei vinti. Non esistono documenti dei briganti. Sono raccolte appartenente alla sponda delle verità militare: memorie attinte in carcere, elaborate, manipolate fatalmente, fatalmente adulterate. Il silenzio dei vinti resta totale: reso ancora più sacro e inviolabile della morte. E, col silenzio, restano, grevi, le tenebre dell’infamia sull’esercito dei disperati senza nome e senza patria, tolti pochi volti di capi, che almeno sopravvivono nella luce sinistra di una storia nemica e in comprensiva».

                                              EPILOGO

Come si evince dai registri delle prefetture della Capitanata e di Benevento, i sanbartolomeani dediti al brigantaggio furono soltanto sei: Beniamino Innestato, detto sargèndiëllë, componente la banda di Antonio Secola (si ignora la fine e chi fosse il padre); Antonio Giaruffo fu Giovanni (anche di lui si ignora la fine); Antonio Fiorillo fu Giovanni, fucilato nel 1861 a San Severo; Marcellino Spallone, fucilato il 5 marzo 1863 a San Marco in Lamis; Donato Pacifico fu Antonio, detto monachiëllë, fucilato ad Alberona il 6 marzo 1863; Beniamino D’Aiuto, fucilato il 23 marzo 1864 a Lucera. Per valutare meglio questo dato, dobbiamo considerare che  – come riportato nei documenti diffusi dalla Commissione d’inchiesta parlamentare sul brigantaggio nelle province napoletane dal 29/11/1862 al 23/7/1863, presieduta da Giuseppe Sirtori (1813-1874) relatore Giuseppe Massari (1821-1884), e ripresi da Franco Molfese in Storia del brigantaggio dopo l’Unità d’Italia (Feltrinelli, Milano 1994) le perdite – genericamente intese – tra le fila dei briganti supera la soglia delle 13mila unità. A essere più precisi, 5.212 furono uccisi in azione o fucilati, 5.044 vennero arrestati e 3.597 si consegnarono ai piemontesi. Se si allarga lo sguardo all’intero Mezzogiorno nel decennio 1860/1870, non possiamo disporre ovviamente di cifre precise; secondo le stime, il quadro può essere così riassunto: da parte “piemontese”, 121.120 caduti in combattimento, un migliaio di uomini morti per malaria o altre malattie, circa 800 dispersi; tra i “briganti”, 123mila fucilati, 130mila feriti, 43mila deportati, 10.700 condannati all’ergastolo e 383mila condannati a varie pene. I paesi che vennero distrutti nel corso di questa lotta furono 41.

                                  MIA CONCLUSIONE

Alla luce di quanto sopra, una piccola personale considerazione. Forse molte vite umane – sia da una parte che dall’altra – avrebbero potuto essere risparmiate se il governo avesse avuto il coraggio di emanare dei provvedimenti meno restrittivi. Nonostante la famosa legge Pica (15 agosto 1863, n.1409), ovvero la «Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette» (cheprevedeva, tra l’altro, addirittura la fucilazione per chi veniva trovato in possesso di armi), il primo conflitto del nostro paese si protrasse come già riferito fino al 1870, allargandosi a macchia d’olio dall’Abruzzo al Molise, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia, con un pesante bilancio di vittime da entrambe le parti.

Certo, gestire e contrastare un fenomeno così insidioso costituiva un’impresa eccezionale. Per il Sud, comunque, l’Unità dell’Italia non rappresentava certo un vero cambiamento. Restava in sella la stessa classe dirigente, cinica e refrattaria a ogni apertura di autentica modernità: a quando un vero Risorgimento del Sud?

Da parte di chi scrive, a questo punto, un pensiero alle vittime di questa immensa tragedia, perché dal loro sacrificio è derivato il bene dell’Unità nazionale, che rappresenta la conquista storico-politica più importante conseguita da noi abitanti di questa penisola.

Di questi anni bui, mi preme citare alcuni avvenimenti tragici che hanno riguardato le nostre comunità in modo particolare:

13 giugno 1862 In contrada “Acqua Partuta” nel bosco Mazzocca, nel tenimento del Comune di Foiano di Valfortore, una banda di briganti capitanata dal duo Caruso–Schiavone in un conflitto a fuoco uccide 9 Guardie mobili del 39° Reggimento di Fanteria e 4 carabinieri. Come scrive Fiorangelo Morrone in Storia di Baselice (1999), «tra gli altri restano sul terreno Francesco Mossuto di San Bartolomeo in Galdo, Angelo Casamassa di Foiano e il brigadiere dai carabinieri Alessandro Falini – nobile  fiorentino – 22enne, di stanza in San Bartolomeo in Galdo, in qualità di comandante». A ricordo di questo vile massacro, una lapide posta nella caserma dell’Arma di San Bartolomeo in Galdo, recita: «Medaglia d’argento al V. M. al brigadiere Falini Alessandro per aver sostenuto un fiero assalto da un gran numero di briganti a cavallo, ove combatté eroicamente senza punto retrocedere finché cadde estinto pieno di ferite – San Bartolomeo in Galdo (Benevento) 13/6/1862 R.D. 15 gennaio 1863 –». Questo tragico episodio è riportato ampiamente anche nel Calendario Storico 2012 dell’Arma dei Carabinieri.

7 settembre 1863 In contrada “Cancinuto” di Castelvetere Valfortore, diciotto tra uomini e donne, vecchi e fanciulli fuggono spaventati alla comparsa della banda Caruso-Schiavone, ma vengono sterminati tutti senza pietà. Quando si viene a sapere dell’eccidio, nel nostro paese scatta l’allarme; la breve distanza tra le due località lascia prevedere un nuovo assalto; si radunano volenterosi a difesa del nostro centro. In merito, segue nelle prossime righe il racconto di Luisa Sangiuolo in Brigantaggio nella Provincia di Benevento (1975).

9 settembre 1863 «Caruso non vuole arretrare, anzi cerca il combattimento. Va diritto nell’abitato. Fuori del paese cade Pasquale Ruggiero; indi è la volta delle Guardie Nazionali Giuseppe Farini, Michele Lauro, Basilio Viesti, Donato Vinciguerra, Michele Pepe, Angelo D’Andrea, Achille Mariella, Biase Iannantuono, Antonio Picciuta (sic), Antonio Circelli, Michele Noloas. Cade il Pelosi luogotenente del giudicato; cadono le Guardie di Pubblica Sicurezza Gianni Guerra e Pellegrino Troise; cade il Carabiniere Pasquale Santorita. I paesani temono l’invasione, quando Caruso intima il dietro-front. Via tutti a sequestrare don Giuseppe Iafaioli, don Angelo Maria Gisoldi, Domenico Del Prete e Domenico De Mora. Tutti uccisi anche i primi due, nonostante le famiglie Iafaioli e Gisoldi abbiano subito raccolti1.400 ducati. Nel corso dei sequestri alle masserie feriscono quattro individui, tra cui tale Pasquale Cerignola che a causa delle ferite riportate morrà diciotto giorni dopo». Le vittime saranno 16.

                               ANNOTAZIONI STORICHE

1) «L’unificazione nazionale non porta in queste terre che uno strazio maggiore, perché schiera a difesa del fronte borghese il carabiniere, l’ufficiale giudiziario, il militare: tribunali, questure, prefetture. Ai signori nati subentrano i signorotti togati. Spazzati via gli enti ecclesiastici, le assistenze e beneficenze di origine cattolica; ridotti i demani nelle mani dei “galantuomini”; ristretti gli spazi di movimento della povera gente, la lotta per la sopravvivenza diviene disperata. Nella Valfortore tutto è veramente come prima. Gli stessi uomini dello Stato nazionale sono costretti a riconoscerlo. È passato il ciclone garibaldino; è passato il brigantaggio. La storia moderna di San Bartolomeo prende un abbrivio anticontadino: muoiono di fame. Il brigantaggio contadino è finito; quello dei “galantuomini” è rimasto. Non contro lo Stato ma dentro lo Stato». Sono le illuminanti parole che Giovannino (Gianni)Vergineo scriveva in Fortore solitario (Arte Tipografica, Napoli, 1998).

2) «L’Ottocento non fu altro che l’epilogo di una lunga crisi. I civili, diventati ormai “galantuomini”, concentrarono poteri e ricchezze, ed i poveri persero tutto, anche l godimento degli “usi civici”. Le vicende successive furono, soprattutto, cronache di briganti e di “galantuomini legittimi”, prima, e “liberali”, dopo. Erano i discendenti di quei personaggi che a metà del Seicento s’erano impadroniti delle istituzioni locali e dei loro magri bilanci. Il “gattopardismo” ha radici lontane, anche nella valle del Fortore». (Il Fortore. Origini e cadenze di una solitudine, Pier Luigi Rovito, Napoli, 1998; Dinamica sociale e notabilato a S. Bartolomeo in Galdo nel XVII secolo, Gennaro Pascarella).

Nota Bene Gattopardismo: come si legge nei dizionari, questo termine sta a indicare il comportamento di chi è disposto a cambiamenti di facciata per conservare opportunisticamente intatto il proprio privilegio: è un atteggiamento politico di tipo conservatore, caratteristico di quelle classi sociali o politiche che non temono le trasformazioni e i cambiamenti della società, nella convinzione che questi siano solo apparenti e non compromettano le posizioni acquisite.

Ad meliora et maiora semper! – Watanga! –

                               Paolo Angelo Furbesco                                                      Milano, settembre 2007/agosto 2019