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Lo scorso anno sono stato selezionato nella giuria dei 300. La giuria popolare che avrebbe deciso il vincitore del Premio Campiello 2019.

La cinquina era formata da:

  1. Carnaio (Fandango libri) di Giulio Cavalli;
  2. La vita dispari (Einaudi) di Paolo Colagrande;
  3. Il gioco di Santa Oca (La nave di Teseo) di Laura Pariani;
  4. Lo stradone (Ponte alle Grazie) di Francesco Pecoraro;
  5. Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri) di Andrea Tarabbia.

Ho votato per Andrea Tarabbia, e per la prima volta in vita mia ho votato per qualcuno che ha vinto. Tarabbia ha vinto con 73 voti contro i 60 di Cavalli. Un margine sottilissimo.

Sono stato indeciso fino all’ultimo minuto. La mia scelta ondeggiava fra il libro di Tarabbia e Francesco Pecoraro. Mi son dovuto rivolgere al mio nume tutelare letterario, il quale apparendomi in sogno mi ha spinto verso Tarabbia. Per la cronaca, Lo stradone di Pecoraro s’è classificato ultimo con 38 voti.

Il libro di Tarabbia è bellissimo, Madrigale senza suono è la storia romanzata del più grande madrigalista della storia Carlo Gesualdo, Principe di Venosa, Conte di Conza e Signore di Gesualdo, dimenticato nell’Italia contemporanea, ma famosissimo all’estero grazie anche al più grande compositore del ‘900 Igor Stravinskij, che a Gesualdo ha dedicato una delle sue opere migliori. Genio e crudeltà, Gesualdo sposò la bellissima Maria D’Avalos, ma costei si innamorò di Fabrizio Carafa. Carlo li sorprese durante un loro incontro a Palazzo San Severo e li ammazzò entrambi. Fu costretto ad allontanarsi da Napoli e rifugiarsi a Gesualdo, finché anche grazie all’intercessione di suo zio Carlo Borromeo, il futuro San Carlo, le famiglie D’Avalos e Carafa decisero di lasciarlo in pace. Qui si sposò nuovamente, imparentandosi con la famiglia D’Este. In mezzo a tutti questi avvenimenti, non cessò mai di comporre musica sacra e madrigali. Considerato unanimemente un genio, concluse la sua vita a soli 47 anni nel castello – fortezza di Gesualdo.

Mentre venivo scelto quale giurato del Campiello, una nostra compaesana Licia Pizzi con il suo libro Piena di Grazia, veniva proposta per competere all’assegnazione del LXXIII Premio Strega. I suoi competitor, solo per citare i finalisti, erano: Antonio Scurati, Benedetta Cibrario, Marco Missiroli, Nadia Terranova, Claudia Durastanti.

Senza fare dietrologia, senza entrare nel merito della valenza letteraria delle opere scelte, ma solo per farsi un’idea, le case editrici che hanno portato questi autori in finale sono: Einaudi, La nave di Teseo, Bompiani, Mondadori. Negli ultimi 20 anni il Premio Strega è stato vinto 14 volte da libri pubblicati da case editrici del gruppo Mondadori, 2 da Feltrinelli, 2 da RCS, 1 da Mauri Sagnol, 1 Giunti Editore. La parte del leone è stata impersonata da Mondadori, RCS si è difesa, Feltrinelli anche, Sagnol e Giunti che non sono piccolissime case editrici, si sono divisi gli ultimi due premi (Giunti controlla Bompiani).

Era improponibile che la piccola casa editrice meridionale “ad est dell’equatore” potesse compere, ma intanto nella prima selezione c’era.

Se ai cinque libri finalisti del Campiello 2019, fosse stato aggiunto Piena di Grazia, io chi avrei votato?

Andrea Tarabbia. Perché la storia di Carlo Gesualdo affascina, è musicale ed è scritta in modo raffinato. Lontano dalla raffinatezza di Rinascimento privato, ma i tempi sono diversi e poi di Bellonci ce n’è una sola.

Se non ci fosse stato Tarabbia?

Anche in questo caso non avrei dubbi, voterei per Licia Pizzi. Piena di Grazia è certamente superiore a Carnaio di Cavalli, più coinvolgente de’ Lo Stradone di Pecoraro, più originale di La vita dispari di Colagrande, la storia di Buttarelli strizza l’occhio e qualcosa di più a “Il caso Courrier” della Morazzoni, meno allegorico de’ Il gioco di Santa Oca della Pariani.

‘Razia vive in un paesino del Sud come ce ne sono centinaia, tra “alture infelici e terreno argilloso”. Un paese di “poche case, di poche parole. Uno di quei borghi con un’unica storia di miseria e di fame, che si ripete da secoli, sempre uguale, sempre la stessa”. Un sud povero e bestiale, come bestiale è Grazia che ha natiche porcine e rumina carne.

Grazia di notte scappa nel bosco, ci va per ascoltare “i suoni della notte” lasciando, quel che resta della sua famiglia a dormire “di fatica e febbre, di fame insaziata”.

Grazia è scelta da Don Rafele l’arricchito del paese come sguattera. Deve badare al piccolo, lasciato orfano al momento del parto dalla madre e ai maiali, vera ricchezza della casa.

‘Razia con la muta ostinazione e rassegnazione di un animale porta avanti il suo compito. Ma di notte va nel bosco, ed accresce la sua fama di janara.

Arriverà un’alluvione a sconvolgere la vita di tutti. I porci moriranno quasi tutti e il bambino mentre Grazia provava a salvare qualche animale, scomparirà. Non si troverà più, nonostante le ricerche, ma a Grazia è sembrato che alcuni maiali la guardassero con aria di sfida e poi “Cos’erano quei brandelli cartilaginosi che a tratti comparivano sfilacciati e schiumosi dal muso di quel pezzato”.

La vita di Grazia e della famiglia di don Rafele continuerà fino a quando la paura e la superstizione avranno la meglio sulla razionalità.

In tempi di quarantena invito tutti a leggere questo bel libro.

Chiudiamo con le parole del compianto Francesco Durante quando ha presentato il libro agli amici della domenica: “Sostanzialmente il racconto potrebbe definirsi un noir, ma è scritto come si potrebbe scrivere un testo sperimentale, senza spreco di parole e con estremo rigore stilistico. L’autrice – una beneventana che vive a Napoli – avrebbe potuto cavare da questi materiali una specie di saga familiare tradizionale, o magari un polpettone a tinte forti adatto al vasto pubblico degli appassionati del genere; invece ha scelto questa via più ardua, assolutamente letteraria, e secondo me ne è nato un piccolo gioiello”.