L’archivio privato della famiglia Catalano verte prettamente sulla storia economica della famiglia che in sostanza coincide con quella di San Bartolomeo e gran parte della Valfortore, la corrispondenza privata ha seguito gli eredi in altri luoghi, tuttavia ogni tanto si trovano piccole perle e quella che vi riportiamo stasera ha immenso significato.
Abbiamo trovato finora, due lettere di un certo Gabriello, una del 1850 e una del 24 luglio 1860. Gabriello viveva a Napoli e qui dovrebbero rizzarvisi le orecchie.
Nella prima lettera Gabriello ringraziava Don Matteo Catalano per l’interessamento a quel posto da usciere, ma con rammarico gli comunicava che non l’aveva ottenuto perché c’erano alcuni che avevano raccomandazioni più importanti della sua.
La seconda lettera però, ci interessa di più e va ad intrecciarsi con la Storia nazionale. Gabriello ringrazia don Matteo per avergli inviato un prosciutto ed un broccolare, gli fa sapere che il figlio Errico si iscriverà a Filosofia e Matematica a Napoli, che stanno tutti bene nonostante le turbolenze, solo zia Maria si è trasferita a Campobasso e non ha nessuna intenzione di tornare nella Capitale.
Gabriello si dispiace per l’indisposizione di don Matteo che non gli ha permesso quest’anno di andare a godere dei bagni a Napoli insieme alla famiglia, d’altra parte non è l’unico che ha disertato poiché c’è poca gente e probabilmente ciò è dovuto alla situazione politica e all’inclemenza della stagione. (In quell’estate a Napoli, anche il cielo piangeva).
Gabriello tranquillizza don Matteo dicendogli che i torbidi di polizia che legge sui giornali in realtà sono notizie alterate, solo la domenica precedente dei soldati hanno ucciso delle persone perché non si sono mostrati pronti a dire Viva il Re e abbasso la costituzione. Per questa brutale azione hanno ricevuto in premio dei soldi, un piatto di maccheroni, un pollo e del vino.
I soldati più arroganti sono quelli venuti via dalla Sicilia, che arrivati pieni di bottino e avendolo terminato ne cercavano altro, ma non si arrischiavano a ripulire i casamenti napoletani, purtroppo il Governo è impegnato in affari più grandi e non può porre rimedio a tale indisciplina.
Tutte le truppe sono state richiamate dalla Sicilia e l’ultima piazza rimasta in mano ai napolitani è la cittadella di Messina dove Garibaldi dopo aver riportato una vittoria a Barcellona ed una a Milazzo (17 luglio 1860) è piombato come un “falcone” per interrompere il passaggio dei viveri e affamare la cittadella e qui vi è un passaggio eccezionale riportato da un contemporaneo, nella cittadella “poiché si tardeggiava un altro pochettino, (i nostri soldati) sarebbero morti di inedia, effetto della saviezza de’ i nostri Generali, i quali sembra che confluissero alla rovina del Re”.
Quello che non è mai stato scritto sui libri di scuola, ma che sta emergendo con prepotenza ora, i Generali del regno erano quasi tutti passati con i piemontesi e non permettevano ai soldati di combattere.
In quei giorni, come scrive Gabriello, “i nostri Ministri trovasi tuttavia a Torino per trattare della lega ma finora non vediamo sorgere veruna politica notizia, e sembra artefatto il temporeggiamento, aiutando con tutti i mezzi il D. Giuseppe, il quale si è formata tale opinione di grande umanitario che non evvi cantone di Napoli ove non si grida evviva il suo nome e quello di Vittorio Emmanuelle e dell’Italia”.
I Ministri (delegati) napoletani di cui parla Gabriello erano Antonio Winspeare e Giovanni Manna, che andarono a Torino con la speranza di convincere Cavour a separare solo la Sicilia dal Regno sotto vincolo dinastico, ma Camillo li portò in campana osservando la risalita della penisola da parte di Don Peppino pronto a raccoglierne i frutti.
I contadini del Regno abbagliati dalla propaganda garibaldina che parlava di eguaglianza e ridistribuzione di terre (grande umanitario), si consegnarono mani e piedi legate al nuovo padrone e mal gliene invenne, ma la Storia è questa e anche senza essere neo borbonici l’Unità non è stato un grande affare per il Meridione.
A San Bartolomeo di ciò che accadeva a Napoli erano al corrente solo i Catalano in modo diretto e gli altri galantuomini per informazioni mediate, i contadini avevano vago sentore di Don Peppino e gli altri protagonisti risorgimentali, convinti che la bufera sarebbe passata anche questa volta senza lasciare strascichi.
Don Matteo ed i Catalano erano tranquilli, loro avrebbero vinto comunque sia con Francesco e sia con Peppino e Vittorio e così fu.
Alla prossima e ViVa l’Italia.
Ad Maiora Ariadeno




