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Sfaccettature di mezzo secolo fa…

La taverna di ‘ Augelletta ’ e quella di ‘ Catalano ’, la cantina di ‘ zia Celestina ’ e quella di ‘ zio Giorgio ’ erano posti che, approssimativamente mezzo secolo fa, apparivano nel momento dell’antico splendore. Posti di questo paesino sperduto tra le dolci colline del Beneventano, punteggiato qua e la da pagliai, casupole e poche masserie vecchie di secoli, tra boschi di querce e secolari ulivi che con i loro rami tortuosi di notte sembravano anime supplichevoli che protendevano le braccia alla luminosità delle stelle. Il paesino appariva disseminato di catapecchie, la gente vestiva per lo più di stracci rozzi, a sera la fievole luce del focolare permetteva il dialogo, vi era comprensione e anche se si mangiava sempre la solita polenta si era particolarmente uniti e il cuore era sempre caldo di amore.
La taverna di Augelletta e quella di Catalano erano posti dove chi veniva in paese alloggiava di notte con i muli e i carretti. Rifugi per la notte, dove da sotto la tettoia si intravedeva il cielo stellato, si dormiva nelle mangiatoie di legno sul fieno odoroso, al caldo dell’alito dei cavalli che movendosi e sbuffando cercavano il cibo. Dei ricoveri dove si trovava gente diversissima, zingari, briganti, mercanti… dove i suoni erano costituiti unicamente dallo sbuffare, dal rimestare nella paglia e dal nitrire rabbioso e stridulo dei cavalli che bisticciavano per qualcosa.
Se con la mente cerchiamo di immaginare quell’epoca: le case in pietra, i vicoletti strettissimi e pieni di lerciume dove non si sapeva in che direzione volgere gli occhi e il naso per la porcheria, sotto i ‘jafii’ i maiali attorniati da sciami di mosche, le galline che razzolavano nel fango, i muli che legati innanzi alle porte scalciavano sull’acciottolato; vediamo che c’è chi arriva alla taverna col proprio carretto, o a dorso di mulo per fare i suoi affari in borgo, specie nei giorni di mercato o di fiera, chiedendo la cena alla cantina, e l’alloggio e lo stallo alla taverna.
Di cantine ve n’erano diverse, di scalcinate e di accoglienti, offrivano piatti semplici e genuini che venivano accompagnati dai quartini di vino.
La cantina di zia Celestina, essenziale, semplice, era una delle antiche locande con la storica cucina e le pentole di rame, le botti piene di vino, i tavoli in legno di noce e le sedie impagliate, le ‘ammulelle’ con cui bere il prezioso nettare. Zia Celestina con le sue ricette ha scandito i ritmi di vita di molti personaggi della nostra terra, le sue ricette semplici e genuine, confezionate con pochi prodotti a disposizione, ma non per questo meno gustose, evocavano odori e sapori di un tempo passato.
La cantina di zio Giorgio era un coloratissimo angolo di gastronomia del paesino, testimone d’ambienti, profumi e sapori genuini. Il lunghissimo tavolo di noce, il ciocco di legno che scoppiettava sotto la grande cappa del camino dove alla catena era sempre attaccato un pentolone, in cui bolliva a gran fuoco carne di ogni qualità. Il rame da cucina ricopriva i muri imbiancati di calce ingiallita dal fumo del focolare, da lucerne ad olio e da fumose candele di sego che spandevano insieme alla loro fioca luce un acre odore, nella parete di contro imperava lo scaffale ad archetti e colonnine, con disposti sui ripiani le ‘ammulelle’ o i ‘quartini’ . Ci volevano, due quartini per fare mezzo litro, e in allegra brigata, di quartini se ne bevevano non pochi. In poche parole il vino si beveva, per accompagnare qualche bruschetta, i fagioli con le cotiche, i ‘turcinelli’ di fegato, la zuppetta di peperoni, la polenta con i ceci, o meglio si mangiava anche, per accompagnare l’eccellente vino.
Una scena che univa le due cantine era quella di ubriaconi che ‘ammulella’ dopo ‘ammulella’, tra risate e arringhe affumicate finivano con il dimenticarsi delle brutture della vita, di ubriaconi che barcollavano per ritirarsi a casa e non ricordandosi la porta finivano con l’addormentarsi su qualche ‘jafio’, o visto il freddo si infilavano carponi in qualche ‘rolla’ per passare la notte col maiale, al quale prima di addormentarsi finivano col raccontargli qualche storiella e cosi tra il russare e il grugnire faceva mattino.
Poi c’era anche la ‘ciculatera di zia Gemma’ dove si poteva consumare, oltre al cioccolato caldo in tazza, il caffè, i liquorini e i cordiali, i dolciumi e i biscotti. E dove ci si intratteneva in interminabili conversazioni e in giochi con le carte e con il biliardo.
Da non dimenticare la merceria di Zia Clara, una donna di statura piccola, vestita con una camicetta nera ricamata e una gonna di lana grigia, con la pelle del viso di colore roseo, la fronte stretta e solcata da piccole rughe, gli occhi piccoli e briosi sotto degli occhiali delicati, le labbra sottili, il mento appuntito e gli zigomi paffuti. Nella sua merceria, si trovavano calze, elastici, lana, bottoni, camicette, maglie, spolette e tantissime piccole cose. Sul bancone di legno vi erano un paio di barattoloni di vetro, uno con caramelle assortite e l’altro con liquirizia. La tonalità della sua voce era silenziosa e nello stesso momento piacevole, era una persona di una dolcezza infinita.
C’era anche Attilio ‘tabacco’ di statura piccola e cicciotello, nel vicoletto sempre il solito nauseante odore della pece. Poi c’era la sartoria di Guido ‘tabacco’, minuscola, con un tavolo in legno scuro, la squadretta in legno, le forbici grandi, la macchina per cucire; era una persona sottile nei lineamenti e nei modi.
Lardo, trippa, farina gialla, candele, olio da ardere, carbone vegetale… a quei tempi il paniere della spesa era davvero povero si ‘tirava la cinghia’, si spendeva quel poco per avere l’essenziale, se qualcosa restava si riponeva sotto il mattone per i momenti peggiori. La carne si mangiava due o tre volte l’anno, si bolliva per renderla più tenera. Si mangiava poco e male e tantissimi erano i bambini denutriti che nonostante a volte si contendevano una mela marcia con un cane randagio, o si rincorrevano affondando i piedi nudi nelle pozzanghere, o sui cumuli di letame stallatico sapevano essere sempre allegri come tutti i bambini di questo mondo.
In inverno fuori la porta fischiava il vento e dentro crepitavano i ciocchi nel camino, la cui flebile luce portava la quiete. Quanto si è perso oggi!
Per essere intimamente felici non c’è bisogno di avere di più, siamo già soffocati da troppe cose, sempre meno utili… C’è bisogno di vivere di più e di essere più pienamente se stessi, poi alla fine della giornata la coscienza è li disposta a parlare con noi e solo lei può darci la più sincera ‘buonanotte’.