Un’altra tappa del viaggio nella storia dell’ Istituto del Calvario e di mons.Giovanni Pepe, questa prima parte concerne l’epoca storica e la vicenda umana di Mons. Pepe.

Per recarsi da S. Bartolomeo a Lucera e poi a Benevento, e tornare poi per le vacanze al paese nativo, per ripartire periodicamente, Giovanni era costretto ad una vita di sacrifici. La distanza ugualmente lunga dall’uno e dall’altro centro, le condizioni disastrose delle strade percorribili solo da carri e diligenze, o a dorso di mulo, la inadeguatezza dei mezzi di trasporto, davano al viaggio il senso di un’avventura. La strada (allora provinciale) proveniente da Benevento tocca S. Bartolomeo solo verso la fine del secolo. Un’inchiesta dell’epoca (di Oreste Bordiga, 1909) descrive il circondario ancora come luogo inaccessibile “senza un metro di via ferrata, attraversato solo da poche e sconnesse vie rotabili messe in alta montagna con un territorio di 60.241 ettari e con una popolazione di 55.118 abitanti”. Era un viaggio faticoso il trasferimento da S. Bartolomeo a Benevento, ma per Giovanni Pepe era anche desiderato. Vi era stato istituito il 30 giugno 1899, col decreto ’Ad altiora,’ il Pontifìcio Ateneo Teologico – Giuridico “S. Tommaso d’Aquino”. Giovanni Pepe da inizio ai suoi studi in questa Pontifìcia Università nel 1900 e in due anni completa gli ordini minori e consegue il baccellierato in S. Teologia. Una volta baccelliere, G.Pepe accede al suddiaconato il 29 marzo 1902. Il suo curriculum, sempre brillante con la media tra 1′ otto e il nove, non conosce ostacoli. Cosicché la Sacra Congregazione del Concilio il 9 dicembre 1903 da incarico per l’ordinazione sacerdotale al vescovo di Lucera (Decreti dell’ordinando), previo il compimento rituale degli esercizi spirituali in preparazione dell’evento. Riceve il crisma sacerdotale il 19 dicembre 1903, mentre è ancora iscritto al quarto corso di teologia. Si laurea in Teologia nel 1904. E immediatamente intraprende ‘Viter’ dell’insegnamento nel Seminario di Lucera, dove nel 1908 diventa Rettore. Al periodo Incerino segue l’insegnamento nel Seminario interdiocesano di Manfredonia.
La sua prima attività didattica si svolge in uno dei momenti più agitati della storia della Chiesa, per i continui attacchi dall’interno all’indirizzo aristotelico-tomista, messo in discussione anche nei Seminari, in nome del razionalismo moderno. È il momento del modernismo: movimento religioso-culturale sviluppatesi nel mondo cattolico fra la fine del secolo XIX e gli inizi del XX. La sua tendenza di fondo si esprime in un tentativo di conciliare la fede religiosa con la cultura moderna (modernismo religioso) e con le concezioni politiche e sociali liberali e democratiche del nuovo secolo (modernismo politico o sociale). Il suo punto di origine non è uno specifico programma ideologico, ma un’inquietudine, un’insofferenza, una intolleranza della tradizione tomista. E la sua articolazione dottrinale non si impernia su una concezione precisa e unitaria ma è piuttosto il risultato di un insieme di riflessioni e approfondimenti che hanno in comune la sola generica aspirazione all’esigenza di conciliazione della Chiesa col mondo moderno, ma non con fini autonomi e specifici nei diversi settori. In Italia le vane voci che risuonano di accenti modernistici sono riecheggiamenti di tematiche e problematiche straniere: di G. Tyrrel in campo teologico; di A. Loisy, nell’esegesi biblica; di M. Blondel, nel pensiero fìlosofìco. Tra i nomi più eminenti di preti modernisti, aventi credito anche in alcuni Seminari, basta ricordare Emesto Buonaiuti, innovatore della storia del cristianesimo; i collaboratori della rivista “II Rinnovamento”, soprattutto Remolo Murri, fondatore della democrazia cristiana, colpito da scomunica, nel campo della cultura politico-sociale. II movimento è condannato nella sua globalità dall’enciclica ‘P. ascend’i di Pio X (1907) che gli attribuisce una configurazione.