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Alla scoperta di altre due figure tipiche dell’economia di San Bartolomeo in Galdo di mezzo secolo fa

A quei tempi, la stagione più brutta era l’inverno, per difendersi dal freddo si aveva in casa il braciere, si manteneva dentro di esso il fuoco sempre vivo; intorno vi si riuniva tutta la famiglia, nelle interminabili serate ed ognuno si dedicava a qualcosa: chi al ricamo, chi alla maglia, chi a filare la lana e chi ad intagliare il legno… tutto alla flebile luce del lume a petrolio.
Poi a primavera vi era l’esplosione della natura, la campagna era tutta un susseguirsi di colori, predominava dappertutto il verde, ma qua e là comparivano macchie di diversi colori e odori.
Caprari e vaccari iniziavano la loro attività. Il capraro, di buon mattino passando per le case del paese, prendeva in consegna le capre che la gente teneva. Li portava al pascolo e al calare del sole li riportava ai padroni. Solitamente aveva un compenso annuo in natura: olio, vino, granturco o grano. Le capre più diffuse erano di razza Valfortorina, buone utilizzatrici di alimenti di scarso valore nutritivo e, quindi, di razioni alimentari a basso costo, e caratterizzate da notevole resistenza alle malattie. Tenere una capra significava avere una scodella di latte fresco ogni mattina da dare ai più piccini.
Il vaccaro era invece colui che pascolava le mucche, era una figura per lo più legata alla masseria, dove vi era una specializzazione delle diverse mansioni. Il vaccaro passava l’intera giornata dietro le mucche, poi quando ritornava alla masseria li mungeva e si recava in paese, dove vendeva il latte di casa in casa. Le mucche da latte più diffuse a quel tempo erano di razza Agerolese, di taglia piccola, di colore rossiccio e di grande rusticità.
Sia le capre Valfortorine che le mucche Agerolesi oggi sono ad un passo dall’estinzione, ma c’è chi è impegnato nella loro conservazione.