Conclusione del viaggio nella storia dell’Istituto del Calvario e di mons.Pepe, questa è una sintesi della ricerca.

Con il nostro lavoro abbiamo inteso presentare la figura e l’opera di Giovanni Pepe per far conoscere il contributo civile e morale, culturale e spirituale da lui dato. Ripercorrendo tutta la sua vita emerge che giovanissimo accoglie il dono della vocazione sacerdotale e ne è subito provato circa l’autenticità, attraverso il vaglio della sofferenza causata dall’incomprensione dei suoi fratelli. Le tappe fondamentali del suo iter scolastico e di preparazione al sacerdozio sono sempre segnate da successi raggiunti tra innumerevoli disagi. Le sue “eccellenti doti di mente e di cuore” come afferma Alessio Ascalesi Arciv. di Napoli (di cui il Pepe fu segretario per diversi anni) sono rese note non solo attraverso la sua attività culturale e letteraria, ma soprattutto nelle sue opere di carità. Afferma Ascalesi : “Pepe è un uomo che non si lascia fiaccare dalle difficoltà e controversie nelle sue benefiche iniziative, anzi lo rendono più forte, più acceso nei generosi palpiti e nei santi propositi”. Nei suoi scritti è costantemente presente l’amore e il ricordo del suo paese natale, per cui spese gran parte delle sue energie e tutto il suo patrimonio per realizzarvi opere di beneficenza. Le persone da lui aiutate, (riducendosi a vivere “senza casa e senza mezzi”) sono i vecchi, i malati, i bambini e le giovanotte povere di mezzi per rispondere alla chiamata divina anche con una preparazione culturale e religiosa adeguata. La sua principale occupazione fu lo studio e l’insegnamento, lavoro che non gli fece dimenticare mai quello umile dei contadini di S. Bartolomeo e degli emigrati. Anzi, Pepe, dimostrò di comprendere i disagi, le difficoltà e le ansie sia dei concittadini rimasti in patria che di quelli emigrati, provvedendo per la vecchiaia di ambedue con la costruzione della Casa di riposo e di cura. Realizza le sue opere di beneficenza con la piena consapevolezza di essere un “umile strumento nelle mani della divina provvidenza, la quale spesso si compiace di scegliere i più piccoli per compiere opere grandi” e queste sorgono, afferma Pepe: “non per volontà di uomo ma per circostanze preordinate dalla divina sapienza di Dio”.
Nella sua vita, volendo realizzare continuamente il bene per gli altri, non mancano le controversie, le difficoltà, ma di queste Pepe non si meraviglia afferma che esse
“ci spogliano da ogni scoria di egoismo e di vanità, ci distaccano dalle stesse nostre opere di bene rivolgendole esclusivamente alla maggior gloria di Dio e al migliore vantaggio del nostro prossimo”.
Tutto questo ci fa capire che Pepe è stato un sacerdote non dalle mezze misure, non un pauroso di fronte alla verità. E quando il vociferare malevole aumenta, circa i mezzi per la realizzazione della Casa di cura e di riposo e la diversa destinazione d’uso, pronuncia anche parole forti. 11 carattere di Pepe come lo definisce Suor Sofìa Pepe era “forte nel fare il bene” e “dolce con le sue fìglie”, con le ragazze che lui assistette fìnanziaramente e spiritualmente nel farsi religiose. Molti anni della propria vita, G. Pepe li dedicò alla formazione religiosa, morale e intellettuale dei seminaristi. Fu un professore severo ma paterno. Lo si può constatare da una sua risposta ad un suggerimento metodologico-pedagogico (mentre è Rettore al Seminario Marchigiano “Pio XI” di Fano):
“chiamerò i giovani ancora più spesso e parlerò loro individualmente Sarò inflessibile solo nel vietare che essi perdono tempo in anticamera. Avendo trovato la maggior parte degli alunni (…) distratti girandoloni, oziosi, (.. ) ho creduto nei primi tempi richiamarli, con l’esempio e l’esortazione ad una disciplina più rigorosa, ad una vita di raccoglimento e di studio. Ora che le cose – grazie a Dio – sono cambiate, procurerò di conversare con essi più frequentemente in camerata durante le ricreazioni e a passeggio pure li chiamerò individualmente tutti per dir loro una buona parola con affetto paterno”‘.
E, da vero padre, nei momenti più critici fu vicino ai seminaristi: il 30 ottobre del 1930 quando a Fano si avvertì un terremoto dell’ottavo grado della scala Mercalli. In quella circostanza qualche seminarista affermò: “è riuscito col suo polso di ferro a tenerci a posto, a ottenere cioè l’imposibile. Abbiamo (…) acquistato quella fortezza cristiana che ci sarà necessaria nelle sciagure quando il popolo verrà da noi a chiedere la parola di conforto; abbiamo imparato a non fuggire”. Pepe fondò e assistette anche gruppi giovanili di A.C., a Napoli e a Fano. Degli ultimi anni della vita di Pepe sappiamo ben poco. Lavorò scrupolosamente alla Sezione della censura dei libri del S. Uffìzio dal 1 dicembre del 1931 fino al 1955. Ciò che sappiamo di questi anni ci deriva dalla testimonianza orale di parenti vissuti qualche tempo con lui e dalla corrispondenza. Ad informarci della sua precisione scrupolosa nell’osservare i propri obblighi di lavoro, della sua parsimonia sono parenti, ma anche tanta gente di S. Bartolomeo. Pepe svolse il suo ministero sacerdotale al servizio della Chiesa con la salda convinzione che “il volere delle Autorità che ci comandano e ci visitano è il volere stesso di Dio”.