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Vincenzo Palazzo, scrittore

Si potrebbe anche cominciare con un nome, perché un nome è sempre un buon modo per cominciare. È come tracciare una linea per terra e dire: “Si parte da qui”.

Il nome è Vincenzo Palazzo, un nome che evoca una persona, un nome che evoca una vita.
Sgombro il campo da ogni dubbio: Vincenzo Palazzo è mio amico e forse non sarò oggettivo né critico in queste poche righe. Anzi togliamo l’avverbio “forse”, voglio scrivere due righe soggettive e le aspirazioni ad essere il nuovo Giuliano Manacorda, non le ho mai avute.

 

Vincenzo Palazzo scrive e lo fa bene, è un piccolo amanuense che osserva la realtà che lo circonda e la ferma su carta nel suo scriptorium domestico. In un’era dove il digitale la fa da padrone, Vincenzo usa ancora l’inchiostro e sceglie la carta in base alla grammatura.

Gli bastano poche parole per scattare una foto ermetica e malinconica del borgo: “È mezzanotte ormai. Cazzo è tardi devo rientrare, ma no, resto un altro po’. Il villaggio è spettrale, un lungo tragitto mi aspetta per rientrare nel mio mondo, dove il tempo non conta. Fra un po’ arrivano le festività. Che angoscia, Auguri, Auguri. La massa ripopola un padre malato”.

     
San Bartolomeo visto nei suoi momenti più “duri”, quelle sere d’inverno nelle quali non incontri nessuno a pagarlo d’oro, “il villaggio spettrale”. L’arrivo delle festività come momento di gioia fittizia ed effimera per il borgo, un momento di affollamento che stride con la “spettralità” quotidiana.

Eppure emerge l’amore che Vincenzo prova per il paese, considerato un malato bisognoso di cure, non un malato qualsiasi, ma un padre.

Narra la realtà che lo circonda, narra la sua realtà: “Domenica che vola via, la primavera che sboccia. La notte, il silenzio amplifica i pensieri, mi preparo per un bel sonno rigenerante. Lunedì, un atto di coraggio è svegliarsi di buon umore. Affrontare la giornata nel miglior modo possibile. Una via d’ uscita si trova sempre … Continuo il mio cammino piano piano, e quando arriva la sera, sono sereno. Chi mi tira le pietre prima o poi ci inciamperà … Se esiste un Dio troverò una via, se no pazienza, ma l’importante è non stare fermi. Camminerò per ritrovare me stesso”.

Vincenzo descrive mondi, inventa storie, guarda un aereo e quell’aereo si trasforma in un’astronave dalla quale scende una bellissima aliena di nome Elvira: “I Marziani atterrano nel villaggio. Una luce ultravioletta illumina il mio balcone, esco e vedo una marziana vestita come gli umani. Sono spaventato, ma lei mi tranquillizza dicendomi che vuole solo parlare un po’. Parcheggia il disco volante sul tetto e la invito in camera mia.

“Ciao mi chiamo Elvira e tu?”.

Osserva la natura e crea una delicata storia di amicizia tra un ragazzo ed un cane, un ragazzo che scappa dalla città e torna alle origini. Una storia fatta di valori veri e sapori antichi non cibo congelato: “Amo la natura! Ricordo con sempre maggiore malinconia e nostalgia quando da piccolo con i miei genitori tornavamo nel paese dei nonni. Mi sembra un sogno, il nonno che mi portava a raccogliere funghi, in quella natura incontaminata. Devo a lui la mia passione: andare in cerca di tartufi, in giro per i boschi io e il mio amato cane Billi. Mi chiamo Marco vivo in città, nel cemento armato, fatto di casermoni caos e ritmi molto stressanti”.

Nei suoi racconti emerge sempre un richiamo alla sua terra, a quel Sud bistrattato, ma bellissimo, quel Sud a volte feroce con i propri figli, quel Sud che non ti regala niente: “Achille non è benestante, appartiene ad una famiglia umile ma solida, dove il padre si spacca la schiena per tirare avanti la baracca. Non può permettersi il lusso di non lavorare, ci tiene ad ogni costo ad una sua autonomia L’artigiano di regolarizzarlo non vuol saperne, e inizia a pagarlo non frequentemente, dandogli acconti su acconti … La soluzione c’è, fare la valigia”.
Vincenzo “Chinaski” Palazzo, ammiratore indefesso del grandissimo Charles Bukowski al contrario del Sud ci ha regalato una storia che pubblichiamo in allegato, una fantainchiesta con buoni, cattivi, ignavi e il giornalista eroe.
“Combatto, combatto contro la mia follia. Chissà, sarà una questione di chimica … quella follia che a volte non ti lascia neanche un secondo. La realtà non ha belle offerte, spesso devi scendere a compromessi. Soldi, maledetti soldi. Scrivere e continuare a scrivere, almeno la soddisfazione di vedere qualche creazione viva. Dio, ma qual è la cura per un po’ di serenità e qualche lacrima di gioia. Scrivere, scrivere, per non impazzire. Ed eccomi qua nel mio mondo parallelo, per addolcirmi un po’. Mi immergo in qualcosa che curi la mia anima, una storiella magari. Oppure qualche fesseria che mi tenga compagnia. Follia vai a farti un giro, lasciami stare. Cara penna almeno tu non mi abbandonare, insegnami a volare. La lotta continua, sono sicuro che escogiterò qualcosa…”. 

Combatti Vince, noi saremo al tuo fianco. 

Ad Maiora Ariadeno

Leggi qui l’ultima fatica letteraria del Palazzo; la fanfiction “Manhattan”