SAN BARTOLOMEO IN GALDO 

                          DAI SANNITI AI ROMANI                 

                                                          a cura di Paolo Angelo Furbesco

Navigando su Internet si legge genericamente che il territorio di San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento, appartenne secoli fa ai Sanniti e successivamente ai LiguriApuani. Ma quali furono, davvero, le sue vere origini? E chi erano questi popoli, e quindi i primi abitanti delle nostre terre? La ricerca che segue vuole rappresentare un modesto contributo per approfondire le origini e la storia di questo piccolo comune campano, il nostro paese.

«Presso i Sanniti vige una consuetudine onorevole e atta a promuovere le qualità migliori: non è consentito di dare in sposa la figlia a chi si vuole, ma ogni anno vengono selezionate le dieci vergini migliori e i dieci giovani migliori; e tra loro, la prima è data in moglie al primo, la seconda al secondo, e così via, e se qualcuno che ha ricevuto quell’onore cambia comportamento e diviene abietto, è colpito da atimia (nella Grecia antica perdita totale o parziale dei diritti civili, ndr) e gli vien tolta la moglie».  

(Strabone: Geografico e Storico Grecia antica, libro II parte 5. 4. 12.).    

L’origine del territorio: Sannita,quale touto?

L’origine del popolo: LiguriApuani,quale comunità?

1) In marcia con i Sacrati

Nell’attuale regione Campania, all’estremità orientale della provincia di Benevento, al confine con i territori regionali della Puglia (provincia di Foggia) e del Molise (provincia di Campobasso), sorge San Bartolomeo in Galdo, comune che conta poco più di 5mila abitanti. Coperta di uliveti, vigneti e frutteti, la collina su cui si allarga il paese (altitudine media di circa 600 metri s.l.m.) è una delle più pittoresche della zona del Fortore, tra le più selvagge e incontaminate aree naturalistiche del sud Italia. È sede della Comunità Montana del Fortore (organismo che raccoglie altri 15 comuni della provincia di Benevento). Il fiume Fortore, citato da Plinio come Fertor, nasce dal monte Altieri (888 metri s.l.m.), dalla riunione di quattro ruscelli (il Fiumarelle, il Foiano, il San Pietro e ilMontefalcone) che confluiscono in località Facchiano, distante circa quattro chilometri da San Bartolomeo in Galdo. Si snoda per circa 110 chilometri verso l’Adriatico, dove sfocia a Nord della località Torre Fortore sita nel territorio del Comune di Serracapriola (provincia di Foggia). Nei libri di storia, si racconta che il territorio dell’attuale Comune di San Bartolomeo in Galdo, all’origine della sua avventura, apparteneva ai Sanniti.   

Presente nella parte centro-meridionale della penisola italiana già dal VI secolo a.C., il popolo sannita nasce dalla fusione tra popolazioni dell’area sabina e genti indoeuropee, con altre del gruppo osco-umbro, successivamente assorbite in modo definitivo intorno al V secolo a.C. Non ebbero storici: quello che sappiamo delle loro vicende ci è stato tramandato in gran parte dai Romani, di cui però – a detta di alcuni esperti – faremmo bene a non fidarci del tutto. L’archeologo Domenico Caiazza, Ispettore onorario ai Beni archeologici della Soprintendenza di Napoli e Caserta, mette addirittura in dubbio l’esistenza di molte città citate dallo storico latino Tito Livio, inventate – si sostiene – per ampliare le gesta dei valorosi condottieri romani.

Ma torniamo al passato, e precisamene alle narrazioni di SestoPompeoFesto: «Ver sacrumvovendimosfruitItalis. Magnisenimpericulisadductivovebant». Come asserisce il grammatico latino, intorno al VII secolo a.C. sette mila Sabini, consacrati alla divinità Mamerte (per i latini Marte), partirono dal laghetto di Cutilia (nell’odierno territorio di Rieti, nel Lazio, e considerato da Strabone il centro geografico della Penisola Italica, l’Italiae umbilicus) sotto la guida di un animale sacro: un bue maschio (toro), che avrebbe indicato la strada da percorrere. Venivano chiamati “sacrati” perché i giovani nati dal 1º marzo al 30 aprile, giunti alla maturità (l’indicazione è per il ventesimo anno di età), erano costretti – in sostituzione del più antico uso del sacrificio umano – ad abbandonare le loro tribù per spingersi verso terre fertili e fondare nuove colonie, per dar seguito alla potenza dei Sabini. Una leggenda racconta che, capeggiati dal condottiero e sacerdote Comio (o Comino) Castronio (Cominius Castronius), alla fine della loro migrazione, realizzata nelle forme rituali di un Ver Sacrum (Primavera Sacra), fermarono la loro marcia nelle terre dell’attuale Molise, alle falde del massiccio del Matese (Tifernus Mons), nelle vicinanze di un collis da loro chiamato Samnius:località dalla quale il nuovo popolo avrebbe tratto il proprio nome. Lì fondarono il villaggio Bovaianom (dal bue sacro), che ne divenne successivamente il capoluogo, imponendosi, nel contempo, il nome di Pentri vale a dire «popolo dei monti», il sommo che abita nella parte più alta, che si identifica nel territorio che li ospita e con la montagna che ne diventa il proprio simbolo sacro.

Nota Bene

A testimonianza delle sue origini sannite, la ricorrenza del Ver Sacrum viene ogni anno rievocata solennemente a Boiano, in provincia di Campobasso, la seconda domenica di maggio. In merito ecco il pensiero – in chiave moderna – di Nicola Mastronardi, tratto dal romanzo storico Viteliù. Il nome della libertà (Itaca 2012): «Erano settemila, fra uomini e donne, e venivano dalla terra originaria di tutti i Safinos: la Sabina come la chiamano oggi i latini. Dovettero partire per un voto fatto al dio Mamerte dai loro padri. Una decisione crudele, ma necessaria. L’usanza era iniziata all’alba dei tempi, lì dove la memoria dell’uomo non riesce ad arrivare. Quell’anno partirono i giovani più valenti che quel popolo potesse ricordare. Giovani tori, figli di buone stagioni di raccolta e allevamento. Erano stati anni di abbondanza e pace, quelli della loro fanciullezza e gioventù, lustri benedetti dagli dèi. I settemila, cari a Mamerte, non sapevano ancora di essere nati per creare una grande nazione: un popolo nuovo, forte e guerriero, invincibile e, soprattutto, amante della libertà. A quella generazione era stato riservato dagli dèi un destino esaltante e crudele».  

Questo in sintesi è il racconto, tra storia e leggenda delle origini del popolo sannita, Gentes fortissimae Italiae, citati da Plinio il Vecchio per il loro valore militare e la loro tenacia come popolo bellicoso, impavido, violento, potente per mezzi e armi, avvezzo all’uso delle armi e alle attività predatorie (una condizione normale all’esistenza e dei rapporti) che per lunghi anni contese aspramente ai Romani il dominio della Campania. («Gens opibus armisque validaDuratiusoarmorumVinciquamnon temptatae victoriae malebant»).

Con il passare degli anni, altri Sabini“sacrati” li raggiunsero per proseguire poi in direzione Sud. È molto probabile che durante questi spostamenti non si facesse più ricorso a un vero animale, ma che marciassero sotto un vessillo (totem), su cui l’animale sacro era solo raffigurato: a seconda dei casi, poteva essere un toro, un cervo, un picchio o un lupo. Strabone, storico e geografo greco vissuto tra il 64 a.C. e il 24 d.C., principale fonte di informazione, nel Libro V della sua Geografia asserisce: «Viene poi il popolo degli Irpini, anch’essi di ceppo sannita. Ricevettero questo nome dal lupo che fece da guida alla loro migrazione: i Sanniti chiamano hirpos il lupo. Confinano con i Lucani dell’entroterra». La notizia è confermata anche dal già menzionato Sesto Pompeo Festo, per il qualegli Irpini sono così denominati dal nome del lupo, che i Sanniti chiamano (h)irpus; avendo infatti seguito quell’animale come guida («Irpini appellati nomine lupi quem irpum dicut Samnites; eum enim ducem secuti agros occupa vere»).  Dalla fusione con gli Osci (detti anche Oschi) sorse, nel lento volgere degli anni, la formidabile regione del Sannio. I confini si identificarono con le valli dei fiumi Sangro, Volturno, Calore, Ofanto e Fortore. Alla fine del IV secolo a.C. le terre sannitiche arrivarono a costituire una vasta area sull’altopiano dell’Italia meridionale, all’interno delle attuali regioni Molise e Campania. In questo grande territorio i Sanniti non formarono mai uno Stato centrale, ma crearono una grande confederazione con varie entità politico-amministrative, che avevano carattere corporativo chiamate Touto (tribù, comunità).

Tenendo conto di questo contesto, si possono distinguere diverse popolazioni locali:

1) I Carricini (o Caraceni, Carecini, e Caretini) con Cluviae (l’odierna Casoli, citata da Plinio in merito alla seconda guerra sannitica, con lo sterminio di una guarnizione romana) e Iuvanum (l’odierna Montenerodomo, loc. SantaMariadiPalazzo): era la tribù numericamente meno consistente situata più a nord, nelle vicinanze del fiume Sangro, stanziata nei territori meridionali dei monti della Maiella, ai confini con i Peligni,  i Marrucini,  i Frentani e Pentri;

2) Gli Hirpini, con la città di Malies o Maloenton (chiamata Malventum dai Romani, che in seguito, la ribattezzarono Beneventum oggi Benevento): occuparono le terre tra i fiumi Calore e Ofanto, nella parte Sud, ai confini con i Lucani. Da ricordare: Abellinun (Atripalda), Aequum Tuticum (Ariano Irpino) e Aquilonia (Lacedonia);

3) I Caudini, con la città di Caudium (l’attuale Montesarchio): si insidiarono nella pianura campana, lungo il fiume Volturno, nella parte Ovest. La contiguità con Neapolis (l’odierna Napoli), colonia greca della costa, determinò una notevole influenza culturale, tanto che i Caudini vengono ricordati come la tribù sannita ellenizzata. Da ricordare: Telesia (l’odierna San Salvatore Telesino), Calatia (l’attuale Caiazzo), Trebula Balliensis (Pontelatone, loc. Treglia) e Saticula. In merito a quest’ultima località, recenti scavi tra le località di Faggiano e Cotugni hanno messo in luce una necropoli che ha restituito oltre 150 tombe databili tra il VI e IV sec. a.C. Proprio in località Cotugni, sono stati individuati notevoli resti di una monumentale cinta muraria di fortificazione, circostanza che ha rafforzato l’ipotesi di una ubicazione dell’antica Saticula nel territorio dell’attuale Sant’Agata dei Goti, in provincia di Benevento).  

4) I Pentri, «gente delle alture», con Bovaianom o Bovianum (oggi Boiano) e Bovianum Vaetus (oggi Pietrabbondante), il cuore del Sannio: con la popolazione più numerosa, si accamparono nella parte centrale, da Ovest lungo il massiccio del Matese e sue vicinanze a Est fino ai confini con i Frentani e i Dauni. La razza più forte, più temibile e odiata dai Romani. Da ricordare Aesernia (Isernia), Allifae (Alife), Fagifvlae (Montagano località Faifoli), Seapinum (Sepino località Altilia), Venafrum (Venafro) e Murgantiam (Baselice).   

Il grande territorio della confederazione sannita iniziò a far gola ai Romani, in continua espansione, e lo scontro fu inevitabile. Entrambi i popoli – cresciuti combattendosi e alleandosi nel corso degli anni – ambivano all’area del medio fiume Liri (oggi Garigliano), dal Volturno fin oltre il Sarno. A leggere Tito Livio, il casus belli fu l’occupazione da parte dei Sanniti della città etrusca di Capua. La città chiese aiuto ai Romani che non tardarono ad accogliere la supplica. Era l’anno 343 a.C., ed ebbe inizio un conflitto per la supremazia dell’Italia centro-meridionale che durò fino al 290 a.C. Vennero combattute tre guerre molto sanguinose alla fine delle quali i Romani riuscirono ad avere la meglio, con un drastico ridimensionamento del territorio sannitico e la conquista (e distruzione) di   diverse località dei Pentri tra cui Boiano, Sepino, Isernia, Aquilonia, Duronia, Maronea e Murgantia. I Sanniti vissero in un territorio trasformato in un autentico campo di battaglia, occupato da un nemico che infierì sulla popolazione superstite ancora a lungo.

Tutto finì nell’82 a.C., quando Lucio Cornelio Silla, dapprima presso Sacriportus nei dintorni di Praeneste (l’attuale Palestrina), poi nella decisiva battaglia di Porta Collina in Roma (1° novembre), mise definitivamente fine al conflitto della “Guerra Sociale” che oppose dodici popoli italici – con centomila uomini sul campo per costruire il loro segno di libertà – contro Roma. Gli sconfitti furono allora esposti alla durissima punizione del vincitore. Silla ebbe modo di sfogare liberamente tutto l’implacabile odio che nutriva nei loro confronti. Tra le vittime sono da ricordare, tra l’altro, i fratelli Dux Samnitiums Caudini, Ponzio Tullio (Pontius Tullus) e Ponzio Telesino (Pontius Telesinus) nativi di Telesia –. Giova precisare che il primo fu ucciso a Roma, presso porta Collina, mentre il secondo, alla guida di circa 40 mila giovani pronti a tutto purché avessero un’arma in mano, fu raccolto in fin di vita nei pressi di Palestrina. Ecco come lo storico romano CaioVelleioPatercolo,ci tramanda la sua fine: «Silla ordinò che gli tagliassero la testa e che, infilzata sopra una lancia, le facessero fare un giro intorno a Praeneste. (Fonte: Historiae Romanae, lib. II, posteriore, paragrafo 27, scritto intorno al 30 d. C.).    

Dopo l’insperata vittoria, Silla in persona comandò l’esecuzione di tutti i prigionieri sanniti della touto dei Pentri (l’indomita razza, la più temuta e odiata dai Romani), il popolo che Silla aveva condannato alla damnatio memoriae, i quali a – differenza dei guerrieridelle altre etnie (Marsi, Piceni, Peligni, Lucani) lasciati liberi – furono trucidati a migliaia nel Campo Marzio.  Nell’arco di due anni, e quindi fino all’80 a.C., continuò a perseguire una sistematica eliminazione, devastando e compiendo efferatezze d’ogni genere. A chi gli rimproverava di essersi spinto troppo oltre, Silla rispondeva «che dall’esperienza aveva imparato che mai uno solo dei Romani avrebbe potuto vivere in pace, finché i Sanniti avessero formato una comunità a sé» (Strabone, Libro V, par. 4, 11). Scamparono al genocidio, ma da allora la loro storia confluì in quella di Roma e si identificò con essa.

Con l’andar del tempo entrarono di diritto nei municipium (municipi) e, successivamente, durante l’Impero di Augusto (dal 27 a C. al 14 d C.), ricevettero la cittadinanza di pieno diritto, per cui iPentri furono iscritti alla tribù Voltinia (altri Voltina, altri ancora Velina), i Carricini e Frentani alla Arnensis (altri Arnesis)e gli Irpini alla Galeria. Diversi sanniti divennero valorosi generali e uomini politici: Ponzio Pilato, prefetto della Giudea ai tempi di Cristo, fu il più famoso. Secondo una delle tante leggende, sembra sia di origine abruzzese, nativo di Bisenti, l’antica Bisemptium, posta nel territorio dei Sanniti della tribù Carricini.

Per dare una risposta definitiva alla collocazione storica del territorio di San Bartolomeo in Galdo, bisogna fare un passo indietro e arrivare all’anno 296 a.C., ai tempi della Terza guerra sannitica contro i Romani. Tito Livio (Libro X – Par.11-20 Cap. XVII) cita che in prossimità della contrada Porcara sorgeva l’antica Murgantiam Validam Urben, secondo alcuni storici l’attuale Baselice: lo storico romano racconta che era una piazza molto importante per i Sanniti-Pentri, e che «fu tanto l’ardor de’Romani, tanto lo zelo del duce e tanto il desio della preda ch’essa fu espugnata e presa a viva forza in un giorno solo» dal proconsole romano Publio Decio Mure. «Vi si fece prigione un presidio di 2.100 difensori e vi si raccolse un bottino così immenso che i vincitori dovettero vendere per non aver ritardo ed impedimento alla marcia, indi si passò a Romulea e Ferentinum». A tal proposito, esiste però anche questa dichiarazione tratta dal Bollettino di corrispondenza archeologica di Roma del 1848: «VL Murgantia anticamente non si conosceva se non da Livio dove si parla di due versioni: la prima narra che da Benevento i Romani marciavano a Murgantia, indi a Romulea e Ferentinum la seconda, sempre da Livio, una divisione de Romani a Murgantia, l’altra a Romulea e Ferentinum. Da questo racconto nessun uomo assennato poteva altro pensare fuorché il fissare non molto distante da Benevento questa città».

Murgantiam viene citata anche dall’abate Domenico Romanelli (Antica topografia istorica del regno di Napoli, 1818, p. 481) in merito alla scoperta fatta da un certo G. A. Cassitti, riportata testualmente: «L’iscrizione si è rinvenuta nella campagna prossima a Baselice, (tra San Bartolomeo in Galdo e Fojano) dov’è la chiesa di S. Maria a MVRGANA, già casale abitato nel XV secolo, come si ha da’ documenti ch’esistono nell’archivio del clero di Baselice. Baselice dunque è così detta da Basilica, come la nostra Portici a Porticu Herculis, ch’eravi restano impiedi dopo le ruine di Ercolano. Ho indagato l’epoca di questo marmo, che si riporta dal gennaio al marzo del 202 di Cristo. Abbiamo infatti de monumenti, da’ quali Settimio Severo apparisce nel 200 alle calende di Aprile imperatore per la XI volta, e per l’ottava fornito della Tribunizia podestà. Dunque in aprile 201 entrò nel titolo XII imperiale, e in IX Tribunizio, compiendo l’anno a marzo 202. Or perché il terzo consolato di Settimio Severo cominciò a gennajo 200, e si esprime nel marmo di Murganzia, forza è a dire, che lo stesso marmo fu scolpito, e dedicato da gennajo a marzo del 202».

A tal proposito, però, non si possono non ricordare le osservazioni di Theodor Mommsen, premio Nobel per la letteratura nel 1902 per la sua Storia di Roma: lo storico tedesco ha sostenuto che le opere del suddetto Romanelli sono spesso inaffidabili. In merito all’iscrizione rinvenuta dal citato Cassitti, poi, Mommsen la riteneva inventata dallo stesso abate per accreditarne maggiormente la veridicità. Infine, bisogna precisare come, secondo molti studiosi, Murgantiam si trovasse al posto dell’antica Mucrae, cioè l’attuale Morcone (Benevento).

In merito alla collocazione del nostro territorio la parola definitiva credo che sia stata fornita indirettamente Gianluca Tagliamonte nel libro I Sanniti (Longanesi 2005, pag. 104). Nelle pagine dedicate alla Frentania asserisce: «Del territorio frentano a sud del fiume Trigno, relativamente alla fase di VI-V  secolo a.C., ben poco si conosceva fino a non molti anni fa. Nel 1974 l’Università di Sheffield, d’intesa con la Soprintendenza archeologica del Molise, avviò un progetto (The Biferno Valley Survey) sotto la direzione di G. Barker, uno dei pionieri dell’applicazione della site catchment analysis in indagini svolte sul suolo italiano. L’area prescelta fu la valle del Biferno (l’antico Tifernus). Le indagini hanno interessato un’ampia fascia di territorio (frentano e pentro) che dal mare giunge all’interno (massiccio del Matese) seguendo il corso del fiume. I risultati delle ricerche inglesi e italiane sono stati in buona misura resi noti, seppure talora in via preliminare e incompleta; essi consentono dunque di delineare alcuni tratti delle forme materiali e ideologiche della cultura e dell’organizzazione sociale delle popolazioni stanziate nella zona tra i fiumi Trigno (Trinius) e Fortore (Fertor/Frento) nel VI e nel V secolo a.C. Al  momento, i dati archeologici derivanti dalle indagini sistematiche intraprese dalla Soprintendenza, ma anche da rinvenimenti isolati o da recuperi fortuiti effettuati in anni  più o meno recenti, attestano l’esistenza di stabili insediamenti o, quanto meno, l’occupazione del sito in località poste lungo la linea di costa (da nord a sud, Petacciato, Termoli, Campomarino) e nella retrostante fascia sub collinare e collinare, sino a una trentina di chilometri di distanza dal mare Adriatico (Montecilfone, San Giacomo  degli Schiavoni, Guglionesi, San Martino in Pensilis, Serracapriola e più all’interno, Guardialfiera, Larino, Casacalenda, Montorio nei Frentani, Rotello»).

Pertanto, alla luce di quanto sopra riportato, e considerando il fatto che i limiti territoriali di San Bartolomeo sono adiacenti a quelli di Baselice e poco distanti da quelli di Morcone, si può affermare che, seppure in prossimità con quello della Daunia e dei Frentani, il territorio sanbartolomeano sia appartenuto al popolo sannita della stirpe Pentri, la stessa tribù che aveva giurisdizione sugli altri due paesi menzionati.

2) Sulla rete dei tratturi

I Pentri, popolo fiero e indomito, rappresentavano la tribù più numerosa e costituivano la spina dorsale dell’intera regione. Erano ritenuti combattenti di grande valore, temibili soldati ed esperti cavalieri, come i romani constatarono a loro spese in occasione dell’umiliante disfatta presso le Forche Caudine (Caudinae furculae, una gola tradizionalmente identificata nella vallata tra Santa Maria a Vico e Arpaia, nei pressi di Benevento) inflitta loro dal caudino Gaius Pontius, (imperator Samnitium e figlio del vecchio e saggio Herennius) nel 321 a. C. durante la Seconda guerra sannitica. Una volta sconfitti, i romani, sotto la guida dei consoli Tiberio Veturius Calvinus e Spurio Postumius Albinus, furono costretti a passare chini e senza indumenti sotto il giogo (unione di tre lance, due delle quali piantate nel terreno sormontate da una terza per traverso, in modo da formare una specie di bassa porta). Racconta lo storico Tito Livio: «E venne l’ora fatale dell’ignominia. Furono fatti uscire dal terrapieno inermi, vestiti della sola tunica: consegnati in primo luogo e condotti via sotto custodia gli ostaggi. Si comandò poi ai littori di allontanarsi dai consoli; i consoli stessi furono spogliati del mantello del comando […] Furono fatti passare sotto il giogo innanzi a tutti i consoli, seminudi; poi subirono la stessa sorte ignominiosa tutti quelli che rivestivano un grado; infine le singole legioni. I nemici li circondavano, armati; li ricoprirono di insulti e di scherni e anche drizzavano contro molti le spade; alquanti vennero feriti ed uccisi, sol che il loro atteggiamento troppo inasprito da quegli oltraggi sembrasse offensivo al vincitore» (Libro IX, Cap. 5-6).

Nota Bene Tito Livio ci tramanda che si trattò di una resa; non di un vero scontro: i due eserciti non scesero alle armi perché i Romani si accorsero subito di non aver speranza di vittoria.

L’asprezza del territorio costringeva i Pentri, quando non imbracciavano le armi, a sviluppare attività abbastanza ridotte ed essenziali, tutte finalizzate alla sopravvivenza. Quelle principali erano costituite dalla pastorizia, dall’agricoltura e in misura minore dalla caccia. La prima, in particolare, li spinse a un’attività di transumanza (spostare il gregge verso le montagne in prossimità dell’estate e verso valle in prossimità dell’inverno) lungo i tratturi, ampie ed erbose piste prestabilite che per secoli hanno disegnato il percorso degli armenti in cammino, dalle zone appenniniche alle pianure pugliesi. Tornano alla memoria le parole del grande poeta: «Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori… vanno pel tratturo… al piano» (da I pastori di Gabriele d’Annunzio, 1903).

La transumanza divenne nel IV a.C. un fenomeno gestito e controllato dai Sanniti: furono loro a sfruttare in modo sistematico la rete dei tratturi, vie di transito, nelle cui vicinanze si svilupparono centri abitati e fortificazioni. Una restituzione delle tracce fisiche precise della transumanza e dei valori ad essa attribuiti nei periodi preromani è molto difficile e appartiene alla ricerca archeologica. Rappresentava un’attività fondamentale e veniva favorita dall’esenzione di imposte sia sul bestiame che sui pascoli e sulle strade di collegamento. Nel periodo romano la pastorizia veniva inserita tra le attività più nobili e redditizie e costituiva un settore fondamentale per l’economia, alimentata dalla lavorazione dei molti prodotti direttamente derivati (lana trattata e lavorata, prodotti caseari, carne) e dalla vendita degli stessi animali (principalmente pecore) che costituivano la merce di scambio per tutte quelle mercanzie non prodotte in loco e da importare. In effetti era la lana il prodotto più importante ricavato e sulla lana si reggeva il sistema economico della pastorizia transumante. La donna aveva sempre in casa la “canocchia” per filarla e un telaio per tesserla per farne capi di abbigliamento e coperte.

Disposte come meridiani e paralleli, le vie della transumanza tracciarono sul territorio sannita un sistema viario secondo il modello di una scala a pioli, con le direttrici maggiori collegate tra loro da arterie orizzontali di minore importanza dette “tratturelli”. Tre in particolare erano le direttrici maggiori che attraversavano l’antico Sannio provenienti dall’Abruzzo e diretti verso la Puglia: il Pescasseroli-Candela, il Celano- Foggia e il Castel di Sangro-Foggia. Queste “autostrade” del passato, ribattezzate successivamente come Regi Tratturi, vengono ancora oggi indicati dai vecchi massari come u trattùrë d’i pècurë (la via delle pecore). Direttrici ancora esistenti, sono da almeno due millenni fondamentali per la viabilità della zona. L’esempio più lampante della longevità di queste vie è data forse dalla Castel di Sangro-Foggia che oggi coincide per un lungo tratto con la SS 17 (Strada Statale 17) lungo il percorso Aquila, Popoli, Sulmona, Castel di Sangro, Isernia, Boiano, Campobasso, Lucera, Foggia.

Il territorio della contrada Castelmagno di San Bartolomeo in Galdo si trovava in una posizione strategica di grande importante, quasi al centro di due dei tre succitati tratturi principali: il Pescasseroli-Candela (211 chilometri) e il Castel di Sangro-Lucera (127 chilometri) successivamente prolungato sino a Foggia. Come si legge sul sito Internet del Comune di Volturara Appula (Foggia), il «Castel di Sangro-Foggia entra dalla località Crocella di Motta, attraversa la valle del torrente La Catola, sale da Campolattaro fino al Casone Ciarelli, sulla cima della Serra Marano, per poi costeggiare il bosco e il confine con San Bartolomeo in Galdo (posto a circa tre chilometri, ndr) e scendere poi presso il confine con San Marco la Catola località Macchia rossa». L’altro, invece, il Pescasseroli-Candela, transitava a circa 20 chilometri di distanza, nei pressi del Comune di Circello. 

In passato questi due tratturi principali erano collegati tra loro da un “tratturello” che partiva dal menzionato Comune di Circello (ove transitava il Pescasseroli-Candela) e, oltrepassato quello di Colle Sannita, si diramava verso Nord in due direzioni: una verso i territori comunali di Castelvetere Valfortore, l’altra verso i territori comunali di Baselice, per poi ricongiungersi in quelli di San Bartolomeo in Galdo. Il “tratturello”, proveniente da Castelvetere, transitava sul terreno dell’attuale masseria Del Re e nei pressi del ponte Perazzone, proseguiva verso destra in direzione dell’altopiano le Taverne, incontrando il Toppo Castelmagno, per poi scendere fino alle sponde del fiume Fortore nel territorio di Baselice. Qui, in contrada Moscia, si ricollegava al precedente tracciato in modo da formare una specie di circuito. Inoltre, dalla menzionata località Perazzone, si diramava, questa volta verso sinistra, un altro “tratturello”, che attraversato il sentiero Vallocchione, proseguiva poi in direzione della contrada Maitini e in prossimità della sorgente della Fontana – Fosso della Calcare (zona Cucchiarone-monte Sant’Angelo), si collegava al menzionato tratturo Castel di Sangro-Foggia, in località Campolattaro, posta (come già riferito) nel territorio del Comune di Volturara Appula.

Per i pastori sanniti, la località Cucchiarone-monte San’Angelo-Campolattaro rappresentava un punto di riferimento molto importante: era un luogo stabilito dove effettuare la sosta dei greggi, ovvero una “stazione di posta” (area di riposo attrezzata per assicurare il ricovero durante il cammino). Le pecore, migliaia di capi, unitamente ad altri animali venivano recintate con funi, reti e paletti in diversi tratti del tratturo (che in certi punti raggiungeva una larghezza di oltre cento metri) sotto la stretta sorveglianza di numerosi cani e poco personale. Prima di proseguire il lungo cammino in direzione di Foggia, ove successivamente prese forma la  dogana aragonese (la «Reggia Dohana della mena delle pecore in Puglia»,  istituita nel 1447 da Alfonso I d’Aragona) per una più razionale organizzazione e gestione della terra (una vastissima regione di quasi mezzo milione di ettari, dal Salento all’ Irpinia, al Sannio, all’Abruzzo, in grado di accogliere più di due milioni di capi di bestiame), veniva organizzato una specie di mercato per il baratto e la compravendita di animali, formaggi, lane di pecore e altri prodotti con i contadini provenienti dai paesi limitrofi come Baselice, Foiano e Castelvetere. 

Potrebbe trattarsi di una leggenda popolare, ma ancora si racconta la storia di uno di questi contadini che negli anni Trenta, viveva in un vecchio casolare della zona e a cui, dopo alcuni “misteriosi” episodi, venne affibbiato il soprannome di magnä pècurë (mangia pecore). Il contadino aveva ricoperto con rami secchi e larghe foglie un enorme fosso adibito precedentemente alla trasformazione della calce “viva”, proveniente da una specie di fornace (in dialetto calëcàrë), in calce “morta o spenta” da usare per lavori edilizi.  Quando i pastori riprendevano il loro cammino lungo il tragitto, qualche pecora vi sprofondava senza che i guardiani dei greggi se ne accorgessero. Sembra anche che, a volte, fosse lo stesso contadino a calarsi nella grande buca, per agganciare le zampe di qualche animale in transito con una lunga canna alla cui estremità aveva innestato un uncino. Da qui, appunto, il soprannome di magnä pècurë.

Oggi la fitta rete tratturale è difficilmente rintracciabile sul terreno, sia per le frequenti occupazioni dei confinanti (con il tacito consenso dei Comuni interessati) sia per la sovrapposizione delle strade moderne. Quello che rimane sono segmenti di tratturi ridotti, in alcuni tratti, a semplici viottoli di campagna. A testimonianza dell’importanza storica del sistema tratturale va ricordato il decreto ministeriale del 1976 nel quale i tratturi venivano definiti «beni di notevole interesse per l’archeologia, per la storia politica, militare, economica, sociale e culturale». Grazie al fondo sociale dell’Unione Europea, elargito alla provincia di Benevento, l’ultima amministrazione comunale guidata dal sindaco Donato Agostinelli ha fatto ripristinare alcuni tratti dei vari “tratturelli” che circondavano il territorio di San Bartolomeo in Galdo. Tra questi i sentieri: Perazzone-fiume Fortore (tre chilometri), passo di Castelvetere-fiume Fortore (due chilometri) e Perazzone-Sant’ Angelo (cinque chilometri). Secondo il progetto Marketing rurale P.I.T. Regio Tratturo di Antonio Saturnino datato giugno 2008, ora sono da considerarsi sentieri naturalistici percorribili a piedi, in bicicletta o a cavallo. Lasciamo, comunque, l’attualità e torniamo al nostro argomento.

3) Insediamenti e deportazioni (Piceni, Romani, Liguri Apuani)

Tito Livio racconta che nel 298 a.C. il console Lucio Cornelio Scipione Barbato espugnò e rase al suolo i centri di Taurasia, Cisauna e Samnio. Dopo diverse interpretazioni elaborate dagli storici, sull’esistenza di questi centri la parola “fine” è stata posta da una trascrizione della Università di Oxford: le tre località vanno identificate non come centri urbani, ma come tre agri coloniali dell’antico Samnium nel territorio compreso tra il Nord dell’Irpinia e il Sud dei Pentri, tra i fiumi Sabato-Calore e Fortore, lungo tutto la parte interna del Sub-Appennino Dauno. Questa ampia zona, detta ager Taurasinorum (secondo altri ager Taurasinus), venne successivamente sottomessa ai romani e nel 290 a. C. ridotta alle condizioni di ager publicus populi Romani, cioè territorio tolto al nemico e distribuito ai coloni.

Con l’andar del tempo le terre sannitiche furono interessate dal fenomeno delle deportazioni in massa di genti provenienti da altre terre italiche conquistate dai Romani, così da poter riempire i vuoti di territorio lasciati dagli stremati abitatori del posto. Nel 268 a.C., per esempio, i Romani trasferirono in massa nel suddetto ager i Piceni dopo aver occupato i loro territori. Nel 200 a.C. anche Publio Cornelio inviò i suoi veterani nella fascia sannitica ai confini con l’Apulia, «una zona non coltivata» (Livio 31,46,6): in questo caso non si trattò di una deportazione, ma di una pacifica invasione del territorio che accontentò ben 20 mila uomini.

Dopo circa vent’anni, nel 180 a. C., i due proconsoli romani Marcus Baebius Tamphilus e Publio Cornelius Cethegus procedettero a una nuova assegnazione nello stesso territorio. Anche se in gran parte era considerato ager Publicus, è molto probabile che nell’area vi fosse sparsa ancora una parte di popolazione di origine sannita che forse occupava abusivamente quelle terre. Livio narra infatti che dal 180 a. C. Roma compì, in tre scaglioni e in anni successivi, una grossa operazione d’insediamento e di colonianizzazione tra Sannio e Puglia. Guidati dai proconsoli sopra citati, vi trasferì con le rispettive famiglie quasi 50 mila Liguri Apuani (la loro capitale era Apua, oggi Pontremoli) sconfitti in guerra e fatti prigionieri. Invece di venderli come schiavi, furono tradotti via mare da Pisa a Napoli e deportati via terra nel menzionato ager per essere ammassati a Nord della città irpina di Beneventum, tra i comuni di Circello, Reino e Fragneto. Vennero disseminati in seguito lungo tutta la cresta dell’Appennino: da Est verso Equo Tutico in direzione di Cluvia e S. Eleuterio di Casalbore, a Nord-Est, fino a raggiungere l’antica Cenna (ora San Marco dei Cavoti).

A questi liguri si sarebbero aggiunti altri veterani per l’assegnazione dei terreni ancora liberi, in speciale modo quelli del console Scipione (l’Africano), già in precedenza assegnatari. È probabile che il territorio non bastò per accontentare tutti: pare che il displuvio appenninico fosse stato raggiunto e che si sconfinasse anche in una parte del territorio pugliese, in particolare quello inerente nei dintorni dell’antica Celenna (ora Celenza Valfortore). Tito Livio narra che lo stanziamento dei Liguri Apuani diede origine a due distinte comunità che presero il nome dei menzionati proconsoli (che per tradizione diventavano i protettori della comunità): di qui l’appellativo di Ligures Baebiani e Ligures Corneliani.

Vissero in questi luoghi per quasi mezzo secolo, poi, dal 369 al 396 d.C., furono vittime di una serie di terremoti che colpirono il Sannio distruggendo diversi centri abitati come Murgantiam (Baselice), Celenna (Celenza Valfortore), Cluvia (Buonalbergo) e tanti altri tra cui, senza dubbio, il territorio della contrada Castelmagno. «Siate guerrieri del bene, esseri luminosi nelle tenebre, angeli armati contro ogni sopruso, combattete senza indugio chi ruba la vita e la speranza alle donne e ai deboli. La vostra spada al servizio della libertà e della dignità di ognuno. Siate, insomma, degni portatori del vostro nome di: UOMINI».

4) Notizie e fonti

Questa in sintesi, la cronistoria dell’origine del popolo di San Bartolomeo. Prima di appurare a quali Liguri Apuani sia appartenuto bisogna domandarsi: quante comunità di Liguri sono esistite einqualeterritoriosistabilirono?Trascrivo tutte le notizie e le informazioni in mio possesso per provare a rispondere in modo adeguato:

1) Nel 1804, ritrovamento nella città sannitica Allife (oggi Alife, provincia di Caserta) di una epigrafe del II secolo d. C. in cui è menzionata un Curator dei Corneliani in un sito abitato da Liguri Corneliani. Lo storico tedesco Theodor Mommsen (cil IX p.84) ne fissa la sede vicino a San Bartolomeo in Galdo.

2) Nel 1831 ritrovamento in contrada Macchia di Circello (Benevento) di una lastra di bronzo alta quasi due metri detta “Tabula Bebiana”: da una delle incisioni si evince che verso Reino esisteva la città di Bebio, citata come capitale dei Ligures Bebiani; vi erano inoltre incisi i nomi dei fondi ed il luogo di appartenenza di diverse stirpe di gentilizi. Trascrivo i più interessanti come riportati dal testo Benevento Romana di Marina R. Torelli (L’erma di Bretschneinder, Roma, 2002):

a) ANNIUS – San Bartolomeo in Galdo – Ligures Corneliani – AE 1997 n 406;

b) CRISPIUS – Pagus Veianus – Ligures Baebiani – CIL IX 1515;

c) LOLLIUS – San Bartolomeo in Galdo – Ligures Corneliani – AE 1997 n 407;

d) LOLLIUS –  Nel 1966 a Fontana Taverna – Sovraintendenza di Salerno;

e) MARCIUS – San Bartolomeo in Galdo – Ligures Corneliani – AE 1997 n 405;

f) PETILIUS – San Bartolomeo loc. Castelmagno Ligures Corneliani – AE 1997 n 403;

g) SUELLIUS – San Marco dei Cavoti – Ligures Baebani – CIL IX 1487;

h) STATORIUS – San Marco dei Cavoti – Ligures Baebani – CIL IX 1486;

i) TERSELIUS – Aequum Tuticum – Ligures Baebiani – CIL IX 1439;

l) VILLIUS – San Bartolomeo in Galdo – Ligures Corneliani – CIL IX 937.

3) Dissertazioni archeologiche di vario argomento di Raffaele Garrucci (Tipografia Belle Arti, Roma 1884), estratto dalla Civiltà Cattolica (serie XI vol. IX q.762). Trascrizione integrale: «Ho di sopra ricordato come questi popoli (Ligures) furono traslocati dai Romani, e che loro venne assegnato V Agro Taurisiani. Confinarono essi a mezzogiorno col beneventano ad occidente col sepinate ad oriente con Equo Tutico, rimanendo a settentrione un territorio montuoso coperto di densa boscaglia, del quale non possiamo conoscere i confini. Nei monumenti finora scoperti in Macchia altri Lirjures non si nominano se non i Baebiani, i quali diconsi talvolta Lifjures tal altra Baebiani. Fuori di questi luoghi in una epigrafe di Alife trovansi unica volta memorati i Corneliani. Forse col tempo si potrà sapere dicerto cio che io afiermo i Liguri corneliani aver abitato alle rive del Fortore ove è Castelmanno presso Baselice e S. Bartolomeo in Caldo distante circa 18 miglia da Macchia. Questa contrada ridonda di epigrafi, due delle quali sebbene niente facciano decidere del nome, nulladimeno hanno grande importanza, perché pubbliche e messe l’una da un quinquennale, l’altia dal collegio dei dondrofori: onde si pare che non fu in Castelmanno una borgata, ma un municipio. È poi notevolissima la tribù velina che è la medesima a cui furono ascritti i Lieuri Bebiani. Aspettando dunque che il tempo confermi ciocche io presumo dei Corneliani…».

4) Dal libro I paesi della Provincia di Benevento di Alfonso  Meomartini (Ricoli, Benevento, 1907): «I romani usavano costruire torri dappertutto a difesa delle loro stazioni di presidio e di mantenimento di conquiste, or, se al disopra di S. Bartolomeo in Galdo eravi il “Castelmanno”, non molto lungi il “Castelluccio”… Opiniamo che la più parte di queste denominazioni non siano state accidentali, ma corrispondenti ad un sistema di difesa in epoca molto remota che per lo meno rimonta alla conquista del Sannio».

5) Il 9 agosto1980, da una conferenza tenuta a Lucera, nella sala Dante del Convitto Naz. Bonghi, il Prof.  Sirago sul tema Luceria al tempo di Augusto: «Un cippo dell’epoca dei Gracchi venuto alla luce nel 1961, in località “Macchia delle Forche a circa 500 metri dal bivio Celenza-Carlantino che Mario Pani assegna all’antico ager Lucerinus, contro la tesi di Angelo Russi che assegna la zona all’ager Taurasinus e quindi dei Liguri Corneliani…». Infatti, gli scrittori Angelo Russi e Alfredo Valvo nel   libro Note storiche sul nuovo termine graccano di Celenza Valfortore, (1977) affermano tra l’altro che i Liguri Apuani si erano divisi alcuni territori del suddetto ager Taurasinus, rimasti ancora liberi, assegnando quello di Celenza Valfortore e dintorni ai Liguri Corneliani che ne acquisirono pertanto di diritto la pertinenza.

6) Dal libro Il Sannio e i sanniti di Edward Togo Salmon (edito da Einaudi nel 1985): «In Castelmagno nel 150 a.C. esisteva un insediamento dei Liguri Corneliani, dediti al culto della Regina Giunone, divinità romana di cui  nei pressi della fontana “Taverne”, vi sono i resti del vecchio tempio e della città di Castelmagno». Un’antica carta geografica murale presso la De Agostini di Novara, illustrante la Regione II Augustea situava i Liguri Corneliani nella Valfortore in prossimità di San Bartolomeo in Galdo. Invece, le rovine del centro urbano dei Liguri Baebiani, si trovano a circa tre chilometri dall’odierna Circello (Benevento). Dati questi confermati anche dai più recenti ritrovamenti archeologici documentati da Gianluca Tagliamonti nel libro I Sanniti (Longanesi, 1996).

7) Dal libro Benevento Romana di Marina R. Torelli (op. cit.), il consulente storico dottor Iasiello afferma: «Sembra che lo stanziamento dei Ligures, abbia dato origine a due comunità ben distinte: i Baebani nel Comune di Circello, i Corneliani in quello di San Bartolomeo in Galdo».   

8)  Il prof.  Sirago, nel commentare la “Tabula Bebiana” sulla Rivista storica del Sannio (n. 21, anno XI, 2004) cita così: «I vinti deportati furono disseminati in ampio spazio: a Nord Est di Benevento dovettero superare San Bartolomeo; verso Est occupare una buona parte dell’Irpinia… Si insidiarono nel Sannio e si romanizzarono: non occuparono un solo centro denominato poi pagi, disseminati su un’area molto estesa. I liguri costituirono certamente, come ricorda Plinio il Vecchio “due Municipia” autonomi a statuto municipale, ma potevano avere i propri pagi, “torno torno”, che facevano capo al principale centro urbano».

9) Dora Gina Barbarulo, in un articolo poi raccolto in Nelle parole la storia (2005), scrive: «I liguri Apuani furono distinti in Baebiani e Corneliani, dal nome dei due proconsoli incaricati del loro trasferimento nell’ager Taurasinorum, in località Macchia di Circello (BN) e in località Castelmagno presso San Bartolomeo in Galdo (BN)». In un altro articolo, aggiunge: «Da ritrovamenti che ci sono stati nella zona di Macchia di Circello (Benevento) si è identificato lì la città dei Liguri Bebiani, ma non si sa dove si siano stanziati i Liguri Corneliani; alcuni sostengono che essi si siano stabiliti in una località vicina a Castelvetere di Valfortore».

10) Si legge in Samnium. Assetti e trasformazioni di una provincia dell’Italia tardo antica (Edipuglia 2008) i Italo M. Iasiello: «Una indagine campione può essere compiuta nella valle del Tammaro e nell’alta val Fortore, mostrando come nell’area prima occupata  dalle due comunità di Ligures Baebiani et Corneliani prenda il sopravvento il bosco tanto a Macchia di Circello che a San Bartolomeo in Galdo… Al pari anche l’area occupata dai Ligures Corneliani testimonia la diffusione del bosco nel toponimo di San Bartolomeo in Galdo».

Infine mi piace concludere con quanto scrisse un sanbartolomeano doc, Vincenzo Del Re, nel suo libro San Bartolomeo in Galdo nei suoi aspetti storici, geografici e folkloristici, (Laurenziana, Napoli, 1962). Dal capitolo Origine del Comune di San Bartolomeo: «Le fonti storiche a cui si potrebbero attingere notizie sull’origine di S. Bartolomeo in Galdo, sono scarse e piuttosto vaghe. Il monaco fra’ Arcangelo da Montesarchio, nella sua cronistoria della Riformata Provincia di S. Angelo in Puglia, pubblicata nel 1732, fa risalire ad un’epoca molto remota l’origine di questa cittadina; questa terra – scrive fra’ Arcangelo – che da tutti chiamasi S. Bartolomeo in Galdo, fu anticamente una rocca, dove i Sanniti si ritiravano per guardare la valle del Fortore ed essendo le vicine città dalle guerre atterrate, vi furono edificate molte case e vi concorse ad abitare tanta gente. L’ipotesi che il territorio di San Bartolomeo in Galdo fosse un tempo appartenuto ai Sanniti, è condivisa dal Meomartini. L’illustre studioso delle terre sannite fa derivare l’origine dell’attuale Comune di S. Bartolomeo in Galdo da quattro ex feudi: Castelmagno, Ripa, S. Angelo e Fortore. Esclude, però, in maniera categorica che vi siano stati i Frentani, come comunemente ed erroneamente si ritiene, non essendo possibile che questi si siano spinti al di qua del Titerno, presso Larino e, basandosi su documenti storici di indubbio valore, sostiene che solo i Liguri Bebiani poterono un giorno abitare il territorio di S. Bartolomeo in Galdo. Le anticaglie e le monete rinvenute a Castelmagno, infatti, lasciano facilmente comprendere che quella contrada dovette essere abitata all’epoca dei Romani. Il nome stesso, d’altronde, indica chiaramente che ivi doveva sorgere un grande fortilizio per dominare la contrada limitrofa, proprio sul confine del Sannio con la Puglia. Le iscrizioni trovate nella zona dimostrano in modo inconfutabile che i popoli ivi abitanti appartenevano alla tribù Velina e, quindi, alla tribù cui erano assegnati i Liguri Bebiani».

5) «Lì dove l’aria è dolce»

Mi permetto, infine, di raccontarvi questo fantaromanzo suggeritomi dal mio Angelo custode…:

«Tanto tempo fa, sotto la guida dei proconsoli romani Marcus Beabius e Pubio Cornelius, quarantamila Liguri Apuani furono trasferiti in qualità di coloni nell’agro qui Taurasinorum,sito a Nord della città di Benevento, nei territori dei Sanniti Hirpini, precisamente nei pressi del Comune di Circello, in località “Macchia”, sulla sinistra del fiume Tammaro. Con il trascorrere degli anni, nei pressi del comune di Reino fondarono una città, Bebio, che divenne la loro capitale, continuando, nel frattempo, sotto il nome di Ligures Baebiani (dal console Beabius), la loro espansione verso altri territori in direzione Sud-Est sino a raggiungere le pendici dell’Appennino Dauno. Successivamente altri settemila liguri furono mandati in questi luoghi e – a dire di Livio, in un passo del resto monco – ottennero luogo “inter populores.

Per motivi sconosciuti, magari per gelosia o forse anche per la ristrettezza del territorio, una parte molto esigua di questi settemila liguri, abbandonò tale area e, sfidando le montagne, si spinse su verso Nord, in direzione dei territori occupati dai sanniti Pentri; e, tratturo dopo tratturo, dopo aver attraversato il territorio dell’attuale Comune di San Marco dei Cavoti e superato dopo un’immensa fatica il monte San Marco, in prossimità del casone Cocca si trovarono come per incanto nel territorio dei Sanniti Pentri, nella stupenda zona boscosa dell’alta val Fortore, rimanendo stupiti attratti e meravigliati alla vista di una divina foresta – direbbe il poeta – «spessa e viva dove l’aria è dolce senza mutamento avere in sé». Proseguirono poi, attraverso il bosco Mazzocca, in direzione della località Porcara ove trovarono le rovine dell’antica Baselice. Attraversato il fiume Fortore, si accamparono definitivamente nella località Taverne di Castelmagno, tra i territori di Castelvetere e San Bartolomeo.

Grande però fu la sorpresa nel constatare che in quella zona esisteva un’altra comunità sconosciuta a tutti, forse guerrieri sanniti Pentri sfuggiti alla cattura dei Romani o forse un’altra civitas sannita risparmiata, sempre per la ristrettezza del territorio, dai veterani scipionici che lì si erano precedentemente stabiliti. Fatto sta che questi Liguri presero una decisione molto coraggiosa: assorbirono questi sconosciuti, e cambiando nome assunsero quello di Ligures Corneliani in onore dell’altro console (Cornelius), in tal modo passando – come voleva la tradizione – sotto la sua protezione, così da poter essere immuni da qualsiasi ritorsione futura da parte degli stessi romani. Rimasero quasi nascosti, vivendo felici e in tranquillità per tanti anni, isolati del resto del mondo, lasciando ai posteri poche tracce della loro presenza».

È il motivo per cui – a mio parere – Plinio asseriva la presenza in quei territori oltre che dei Liguri Beabani anche dei Liguri Corneliani, benché di quest’ultimi non si conoscessero i rispettivi limiti territoriali, nonostante quanto asserito dal già citato T. Mommsen: «Liguri Bebiani e Corneliani finora non è stato letto in alcuna pietra; ma bensì si dicono Liguri senz’altra giunta». (Fonte: Bullettino dell’Istituto di corrispondenza archeologica del 30 novembre 1847, n. XL).

Augurandomi che questa favoletta abbia colpito nel segno, veniamo alla conclusione della magnifica leggenda storica di cui stiamo trattando. Credo di non sbagliare se si afferma che il territorio sanbartolomeano fu abitato dai Liguri Corneliani e non dai Baebiani, pur non sapendo, però, per quanto tempo conservarono la loro identità di popolo. Furono forse travolti dai terremoti che distrussero l’antico Samnium tra il 369 e il 396 d.C.? Da un’epidemia di peste? Oppure il loro destino fu simile a quello di tante altre comunità del tempo, fiaccate dall’incalzare delle disastrose situazioni politiche ed economiche che si verificarono a partire dalla decadenza dell’impero romano fino al Medioevo?

Termino queste riflessioni con un auspicio: che i lavori di recupero del palazzo della famiglia Bibbò a San Bartolomeo in Galdo terminino il più presto possibile, così da poter essere adibito a “Museo di Castelmagno e degli antichi insediamenti Medievali del Fortore”. Dai reperti che verranno esposti, spero giunga la conferma definitiva della presenza dei Liguri Corneliani nel territorio del nostro paese.

Per finire, un’altra citazione di Tito Livio (X, 31, 14 ,4):  «BELLO NON ABSTINEBANT: ADEO NE INFELICITER QUIDEM DEFENSAE LIBERTATIS TAEDEBAT ET VINCI QUAM NON TEMPTATAE VICTORIAE MALEBANT». («Non sfuggivano la guerra: erano così lontani dallo stancarsi di una difesa anche senza della loro libertà, che preferivano essere conquistati piuttosto che rinunciare a sforzarsi di vincere»).                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

Ad meliora et maiora semper! – Watanga –

                                                                        Paolo Angelo Furbesco

                                                             Milano, Luglio 2006/Febbraio 2019                                                         

APPENDICE

                                                                                                   Marzo 2019

Nel 2006, ci eravamo lasciati con l’appello affinché i lavori del   palazzo Bibbò a San Bartolomeo in Galdo terminassero il prima possibile, così da poter vedere la nascita del “Museo di Castelmagno e degli antichi insediamenti Medievali del Fortore” Come è andata a finire la vicenda? Riavvolgiamo il nastro…

                                                I primi passi

La cronaca ci racconta che, nel 2000, gli architetti Bove e De Lucia ricevettero l’incarico da parte della Giunta comunale di San Bartolomeo in Galdo, guidata allora dal sindaco Gianfranco Marcasciano (1999-2003), d’individuare – ai sensi della Legge Regionale 58/74 – un edificio del centro storico da adibire a sede del museo in questione. I due indicarono come sede adatta l’ex Palazzo vescovile (di proprietà della famiglia Pinto) prospiciente la Chiesa Madre. Le stime economiche preliminari tracciavano il seguente quadro: una spesa totale di 623mila euro, di cui 123mila per l’acquisizione del palazzo e il rimanente (circa mezzo milione di euro) per i lavori di rifacimento e di allestimento.

                             Altro incarico ad altri professionisti

Dopo circa tre anni, nel marzo del 2003, la stessa Giunta comunale sempre guidata dal sindaco Gianfranco Marcasciano, conferiva un nuovo incarico di progettazione preliminare (questa volta definitiva ed esecutiva) per lo stesso edificio a tre nuovi professionisti: l’ingegnere Camilleri, l’architetto Patrizia De Blasio, il geometra Caroscio.

Dopo circa un mese, però, l’esperienza della compagine amministrativa guidata da Marcasciano arrivò al capolinea: quattro consiglieri della maggioranza (Giovanni Buccione, Salvatore Del Re, Pietro Palumbo e Giovannino Pepe) e cinque consiglieri della minoranza (Donato Agostinelli, Domenico Martini, Salvatore Circelli, Giovanni Ricciardi e Fedele Del Vecchio) rassegnarono le dimissioni decretando in modo tale la crisi del governo locale. In vista di nuove elezioni venne nominato Commissario straordinario il dott. Fiorentino Bonelli. 

                            La nomina del Commissario prefettizio

18 luglio – Questo l’atto ufficiale, firmato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: «Il Presidente della Repubblica decreta:

1 – Il Consiglio comunale di San Bartolomeo in Galdo è sciolto;

2 – Il dott. Fiorentino Bonelli è nominato Commissario straordinario per la provvisoria gestione del Comune suddetto fino all’insediamento degli organi ordinari, a norma di legge.

Al predetto commissario sono conferiti i poteri spettanti il Consiglio comunale, alla Giunta ed al Sindaco».

19 settembre – Il Commissario straordinario approva il primo stralcio del progetto del museo per un importo stimato in 669.500 euro; un paio di giorni dopo, senza attendere le osservazioni dei privati, approva un secondo stralcio del progetto pari a 503.932 euro, redatto dai medesimi professionisti.

2 dicembre – Come conseguenza, la famiglia Pinto proprietaria dell’immobile ricorre al TAR di Benevento, adducendo che le procedure utilizzate dal Comune “erano imperfette”; il ricorso venne accolto con dibattito conclusivo fissato al 2 marzo dell’anno successivo; per richiesta esplicita delle parti interessate venne rinviato a data da destinarsi.

                           Anno 2004, le elezioni per il nuovo sindaco

14 giugno – Con il 61,84% vince la lista “Impegno per San Bartolomeo”, che ottiene 12 consiglieri; la minoranza, sotto la lista “Cristiani Popolari” ne ottiene 5. Sindaco è Donato Agostinelli. Rimarrà in carica fino al 2009.

16 dicembre – Il Consiglio comunale di San Bartolomeo in Galdo, presieduto dal nuovo sindaco, riunito in seduta straordinaria, annulla in un primo momento la procedura riguardante l’acquisizione del Palazzo Vescovile, in considerazione del fatto che la sovrapposizione degli incarichi professionali aveva prodotto un fondato dubbio di legittimità circa le procedure seguite e che le risorse finanziarie del PIP erano insufficienti; in un secondo momento, sempre nella stessa udienza, il Consiglio, «Visto lo studio di fattibilità ed il progetto preliminare elaborato dall’arch. Franco Bove (a volte ritornano…, ndr) per conto della U.T.C., vista la bozza di avviso per il conferimento di incarico professionale e alla luce di quanto su esposto, per motivi di autotutela, delibera con 12 voti favorevoli e 3 contrari l’acquisizione del Palazzo Bibbò, in via Leonardo Bianchi, in quanto dotato di strutture già consolidate, di superfici più ampie e di rispondenza ai requisiti di accessibilità e di sicurezza. Esso ha un giardino e ha una superficie di 640 metri quadrati».

        Anno 2005, l’approvazione definitiva restauro palazzo Bibbò

25 maggio – La Giunta comunale approva definitivamente la progettazione degli interventi di restauro ineranti il palazzo Bibbò, redatta dall’architetto Giuseppe Ricciardi e dall’ingegnere Emilio Colloca, per un importo complessivo di 839.496,55 euro (di cui 350mila euro come acquisizione dell’edificio). 

4 agosto – La Delibera n. 1109 della Giunta Regionale della Campania:

«CONSIDERATO la modifica della scheda RTISBGSBG01, inerente il recupero del palazzo vescovile per costruzione “Museo di Castelmagno”,  in considerazione del fatto che, a causa  di problematiche relative all’esproprio  del bene oggetto all’intervento, il Comune di San Bartolomeo in Galdo, Beneficiario finale, ha individuato un altro immobile (palazzo Bibbò) con caratteristiche similari su cui intervenire, fermo restando il costo già approvato; VISTO il parere favorevole in merito a dette richieste, espresso dal Nucleo in data 13/7/2005 propone e la Giunta a voto unanime; DELIBERA di approvare l’inserimento nel P.I. “Regio tratturo della provincia di Benevento” dell’acquisto dell’immobile “Palazzo Bibbò”, stanziando la somma di 839.496,55 euro, per la messa in opera del “Museo di Castelmagno” e degli insediamenti medievali del Fortore».

                     Anno 2006, la scheda della descrizione intervento

«Il palazzo Bibbò, situato nel nucleo medievale del centro abitato, costituisce un esempio di casa palazziata (sic) del tradizionale ceto civile di San Bartolomeo in Galdo. Possiede tutte le caratteristiche di distribuzione interna, esposizione e accessibilità per ospitare le attività del museo ed è possibile effettuarne il pieno recupero con le somme rese disponibili dal P.I.T.. Il progetto museale intende proporre un’esposizione di tutti i reperti fino ad oggi recuperati nel territorio comunale includendoli in un allestimento curato con schede monografiche, mappe geografiche, disegni, foto e dotato di un sistema divulgativo di tipo multimediale che ricostruisce le fasi di  antropizzazione del Fortore dall’età Arcaica a quella Classica che componga un quadro di conoscenza molto più esteso comprendente centri come Tiati sul fiume Fortore, Fagifulae la regione definita oscoiapigia».

Gli interventi consistono in:

1. Rifacimento copertura;

2. Interventi di recupero funzionale;

3. Adeguamento dell’impiantistica alla normativa vigente.

             Inizio e fine lavori: il quadro economico dell’infrastruttura

10 giugno 2006 –Inizio lavori con un primo stanziamento di 453mila euro (di cui 350mila euro per l’esproprio); il secondodi 285mila euro arrivò nel 2007, e il terzo di 100mila euro nel 2008, poco prima della fine dei lavori.

10 giugno 2008 – Data finale dei lavori, il cui costo complessivo, comprese le spese tecniche ed altri costi, ammontarono a 839.496,55 euro.

31 luglio 2008 – La consegna definitiva dell’immobile dopo il collaudo, iniziato il 15 giugno, da parte della commissione.

                                          Sulle pagine Internet

Il “Museo Civico Castelmagno” ha sede in via Leonardo Bianchi in un palazzo d’epoca completamente ristrutturato; ospita reperti recuperati nel sito archeologico di Castelmagno, tra cui:  un ceppo funerario dedicato alla dea Giunone, (rinvenuto in località Castelmagno, zona Le Taverne, agli inizi del 1999); un enorme masso di pietra, raffigurante la testa e il corpo di un leone di pietra risalente probabilmente al II secolo d. C. e rinvenuto nel  1977; monete, frammenti di ceramiche, statuette, epigrafi lucerne, sculture, altro materiale. Nelle sue aule, anche una mostra fotografica permanente. L’ingresso è gratuito, con prenotazione, contattando l’ufficio Cultura del Comune. 

In merito al leone di pietra a cui si accennava, ricordo un aneddoto: verso gli anni Ottanta, il masso faceva bella mostra di sé all’ingresso di un Minimarket lungo la circonvallazione di San Bartolomeo.  Dissero che era stato rinvenuto nei pressi della Cuntràdë Sänt’Ägnëlë da un certo Matteo Pacifico: forse l’allora proprietario del menzionato negozio.  

In questi dieci anni di vita, il Museo ha ospitato manifestazioni culturali di vario genere: nel novembre del 2011 (la giunta era allora presieduta dal sindaco Vincenzo Sangregorio) la presentazione del libro Il Brigante Secola,del baselicese Antonio Bianco; nell’agosto 2013 (sempre sindaco Sangregorio) Flash City, mostra  personale del pittore Leonardo Pappone (in arte Leopapp); nel  2014 (giunta presieduta dal sindaco Gianfranco Marcasciano) la mostra personale del pittore Rosario Palumbo (in arte Golia); nell’agosto 2015 (sempre Marcasciano sindaco) presentazione della retrospettiva Da una collezione. Viaggio nell’arte contemporanea sannita, con 20 artisti e oltre 80 opere di proprietà di Antonio Petrilli; nell’agosto 2016, (nel periodo del Commissario prefettizio Vincenzo Lubrano) la mostra Multipli d’autore, serigrafie, incisioni e acqueforti con oltre 180 opere di artisti italiani e stranieri, da Sauro a Topor, da Ceroli a Turcato, da   Schifano a Paladino.

Nota particolare Nel febbraio 2018 l’attuale Giunta Agostinelli, ha deliberato l’esposizione permanente al pubblico, nei locai del nostro museo civico, di un biliardo italiano d’epoca (1937) di proprietà del glorioso Circolo Frentano (da sempre noto come ù circùlë dei sëgnurë, ndr) nato nel lontano 1910 e oggi guidato da Giovanni Ricciardi, il ventitreesimo presidente. Mi preme ricordare tutti i predecessori di Ricciardi, in segno di gratitudine per l’opera da loro svolta: Leonardo Bianchi, Nicolangelo Ricciardi, Matteo Catalano, Manfredo Augelletta, Ignazio Saccone, Domenico Russo, Augusto Marcasciano, Giuseppe Rosa, Donato Palumbo, Alfredo Marotta, Vincenzo Del Re, Alfredo Del Re, Vito Pizzi, Raffaele Sepe, Domenico Martini, Salvatore Marcasciano, Antonio D’Andrea, Italo Palumbo, Luigi Corvo, Edvige Circelli, Alfonso Fiorilli, Michelangelo Pizzi.  

                                     Una breve nota d’obbligo

Commentare questa lunga e burocrati vicenda, non mi è facile; in simili occasioni gli inglesi dicono “Better late than never”, ovvero “meglio tardi che mai”, sfruttando la loro proverbiale ironia per riferirsi a qualcosa che si è aspettato, pazientemente, per tanto, tanto tempo. È sempre necessario ricordare quello che è successo, avere un’adeguata conoscenza del passato, che è base indispensabile per orientare le nostre scelte future, perché – come si usa dire – nessuno sa quello che fa se non sa quello che è stato fatto. Non perdiamo di vista la storia; di conseguenza, da parte nostra, formuliamo un sincero ringraziamento a sindaco Donato Agostinelli che sfruttò adeguatamente per il bene della nostra comunità la somma elargita dalla Commissione Europea per la cultura nella provincia di Benevento, attraverso il citato P.I.T. “Regio tratturo della provincia di Benevento”.

Ad meliora et maiora semper! – Watanga – 

                                                                         Paolo Angelo Furbesco                                                                           Milano, marzo