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Prima parte

Ghetto di Roma

“Siam navi all’onde algenti

Lasciate in abbandono;

Impetuosi venti

I nostri affetti sono;

Ogni diletto è scoglio;

Tutta la vita è mar.”

Da “L’Olimpiade” di Pietro Metastasio

La scena mi è giunte forte nell’immaginazione dopo aver letto in un articolo di un ritrovamento.

Un giorno, il 16 ottobre 2017, non uno qualsiasi nel Ghetto ebraico di Roma, Giovanni Efrati, ottimo pugile dilettante, sfogliando il Messaggero, legge del ritrovamento della valigetta di Leone Efrati, suo nonno: nella palestra Audace di Roma, durante i lavori di ristrutturazione è stata trovata la valigetta con i guantoni, gli scarpini e il casco protettivo del grande Lelletto, Leone Efrati.

La famiglia Efrati ha dedicato molto tempo per la ricerca di oggetti, articole e foto appartenuti al grande nonno.

Leone Efrati, per tutti “Lelletto”, classe 1916, fu un pugile italiano di origine ebraica, giudicato tra i migliori 10 pesi piuma mondiali.

Ma la carriera subì una brusca frenata.

Fu arrestato subito dopo gli allenamenti che stava svolgendo con un altro pugile ebreo romano Lazzaro Anticoli, suo parente.

Mi sembra di sentirlo: “Aò, Lelletto, viè qua. Ce sta da fa n’incontro. Sali sul ring e

vinci”.

Era buono Lelletto, al secolo Leone Efrati. Grande e gentile. Però uno che poteva stenderti con un destro. Era un buon pugile. Era un buon ebreo.

Scusate, non sono di Roma, spero di non aver scimmiottato troppo l’idioma romanesco; mi dispiace e mi scuso. Il mio intento era soltanto quello di far volare la fantasia dei lettori, di portarli di fronte a coloro che hanno vissuto questa storia, verso i luoghi che questi animavano.

Immaginate: la Roma degli anni ’30 del secolo scorso. La Roma da cartolina, avvolta ancora nelle atmosfere del Bellie di Pasquino; quella che sembra sempre ferma a Rugantino; congelata ai tempi della repubblica romana del triumvirato Mazzini, Saffi, Armellini; quella descritta e canzonata da Trilussa; quella che oggi viene revocata da tanti film in costume.

Questa storia si svolge nell’antico Ghetto ebraico di Roma, dove vive la maggior parte degli ebrei di Roma, cioè quel groviglio di case che vanno da Portico d’Ottavia ai palazzi di via della Reginella alle sponde del Tevere. Una area del Rione Sant’Angelo.

Ho accennato a Leone Efrati, Lelletto. Ma non parlerò solo di lui. Non lontano da casa sua abitava Pacifico di Consiglio, detto Moretto, perchè scuro anche di carattere.

Anche di Lazzaro Anticoli, detto Bucefalo, come il poderoso purosangue di Alessandro Magno. Quei palazzi videro nascere e crescere Settimio Terracina:

1 metro e 85 di pugile dal fisico marmoreo, a cui la stampa fascista prediceva un “sicuro avvenire”. Macabro vaticinio per un futuro purtroppo molto amaro.

Il ghetto ebraico di Roma è un quartiere molto antico. Uno dei più antichi del mondo, nato da una “bolla papale” di papa Paolo IV del 1555 in cui si vollero confinare gli ebrei in una sola zona della città e possibilmente privarli di tutto.

Per longevità è secondo solo a quello di Venezia. È uno dei più tipici, il cuore della “romanità”.

Oggi il quartiere non è dissimile da come lo era 100 anni fa. Negli anni ’20 del secolo scorso la vita vi trascorreva all’incirca allo stesso modo, ovviamente con le debite differenze.

Capitale del Regno d’Italia dal 1871, è una città in espansione che accoglie al suo interno tantissime persone che decidono di lasciare il proprio paese, i propri cari e cercare fortuna in questo mare di speranze e di storia che è Roma. E un mare di cemento. Speculazione (a fine secolo ci fu lo scandalo della Banca Romana, che fece tremare molte teste). Poi ci fu la guerra, la Grande Guerra, che non si vide sul suolo romano, ma a cui arrivò la eco di una battaglia che portò grandi stravolgimenti, disordini e incertezze politiche. Nacque il fascismo.

Gli abitanti del Ghetto intanto si arrangiavano con i più disparati mestieri; quelli più diffusi erano “lo stracciarolo”, il rigattiere, “l’urtista” o il “ricordaro” (cioè venditori ambulanti di souvenirs). Tanti sono stimati professionisti, impiegati pubblici, professori. Frequentano il bar di Monte Savello e il ristorante Il Fantino in via della Tribuna Campitelli, quello con la cameriera molto carina. Rispettabili cittadini di Roma. Italiani.

Di cognome fanno Pavoncello, Di Segni, Di Porto, Spizzichino, Consiglio, Efrati.

Tanti hanno partecipato alla prima guerra mondiale; né sono tornati con decorazioni e ferite. Tanti assistito alla “Marcia su Roma” e hanno visto e acclamato il nascente Partito Fascista e ci hanno visto un ideale di rivincita per sé e per la propria nazione. Attori nella propria storia di gente comune. Alti e bassi come capitava a tanti di ieri, oggi e sempre. Forse agli ebrei si attribuiva qualche cosa in più.

Con il passare del tempo l’aria “cambia”, l’euforia e la speranza svanisce e lascia il posto ai nervi tesi e alla paura. E per gli ebrei questa ipotesi di colpa diventa legge.

Il 18 settembre 1938, Benito Mussolini da un palco in  Piazza Unità d’Italia annunciò che erano state emanate le “leggi razziali fasciste”. Erano stati presi una serie di provvedimenti legislativi e amministrativi rivolti prevalentemente alle persone direligione ebraica

Per la nuova legislazione fascita era ebreo chi era nato da entrambi i genitori ebrei; da un ebreo e una straniera; da chiunque professasse la religione ebraica. Gli ebrei vennero spogliati di ogni diritto, su beni mobili e immobili. Persino del lavoro.

Vi era il divieto di matrimonio tra ebrei e italiani; vi era il divieto per gli ebrei di avere domestici di razza ariana; il divieto per pubbliche amministrazioni, banche e assicurazioni di avere dipendenti ebrei; il divieto agli ebrei di trasferirsi in Italia; la revoca della cittadinanza italiana a quelli che l’savevano richiesta dopo il 1919; il divieto di fare il notaio; il giornalista; il divieto per i ragazzi nati in famiglie di religione ebraica, di iscriversi nelle scuole pubbliche. Persino dai libri dovevano essere epurati i nomi ebraici. Non potevano più prestare servizio militare. Essere titolari di aziende dichiarate di interesse nazionale; essere proprietari di beni o immobili sopra un certo valore.

Gli ebrei “non appartengono alla razza italiana”; erano dichiarati “l’unica popolazione che non si è assimilata in Italia, perchè costituita da elementi razziali non europei”.

Tutta l’Italia fu epurata dagli ebrei. Già partire dall’autunno del 1938. Non si era mai stati tanto solerti. Il fascismo non era né pressapochista, né attendista.

Come reagirono gli ebrei? Molti subiscono il colpo. Era uno stravolgimento completo di tutto l’assetto della normale quotidianità. In Italia le persone che professano la religione ebraica sono tantissime e tutte, come abbiamo detto, vivono e lavorano all’interno della società italiana. Non erano diversi dagli altri, non si era mai posto il dubbio. Le divisioni, se c’erano state, erano sparite da decenni. A Roma dagli anni ’70 dell’ottocento, dal suo divenire capitale di uno stato libero e laico.

Molti ebrei romani lavoravano nell’amministrazione e nella scuola pubblica e da un giorno all’altro si videro “relegati” a insegnanti di scuole per soli ebrei (nella migliore delle ipotesi).

Molti bambini, magari vestiti da “Moschettieri del Fascio”, (che era qualcosa di più del semplice “Balilla”) come il piccolo Giovanni Astrologo, si videro rifiutare dalla scuola e pregati di non sedersi al banco. Molti militari vennero degradati. Senatori spodestati dai propri scranni.

Gli ebrei dopo quella data vennero indicati come il male da estirpare. Il nemico pubblico e assoluto, senza santi in paradiso e pochi eroi sulla terra.

Per strada non si ci vergognava di additare un ebreo (vero o presunto, era una macchia solo “assomigliare”), di sbeffeggiarlo, di maltrattarlo. Erano impuniti e incoraggiati gli atti lesivi e offensivi nei confronti sia di persone che di negozi ebrei.

Nonostante tutto, molti decidono di non andarsene o di cercare delle scappatoie.

All’applicazione della legislazione antisemita quelli che non hanno rapporti con ministri o alti funzionari del partito, che non hanno “amici” che permettono loro di aggirare i provvedimenti razziali, vogliono comunque dimostrare che Roma appartiene anche a loro e alle proprie tradizioni. Quindi restano in città. Sono fieri di essere italiani. Ed ebrei.

Inoltre in molti pensano “le ha fatte solo per assecondare Hitler”, “il nuovo ordine mondiale lo esige” “poi passerà, si dimenticheranno di noi e ci lasceranno stare”; oppure “se non ci ribelliamo, accettiamo, riusciremo a vivere bene lo stesso”. Il fascismo era riuscito nel suo intento. Una bugia reiterata diventa verità. In fondo gli ebrei si accusavano di “qualcosa”: se mi danno una colpa, probabilmente tutti i torti non li hanno.

Anche allo sport furono applicate le leggi razziali e gli ebrei ebbero molte limitazioni nel gareggiare perchè non erano considerati uguali agli altri.

Efrati era un pugile di categoria piuma. Era molto apprezzato in Italia e comabattè contro una leggenda del pugilato come Francesco “Gino” Bondavalli, vinse contro campioni italiani come Oberdan Romeo ed europei come Gino Cattaneo.

Decise di trasferirsi prima in Francia, poi negli Stati Uniti, il ring agognato da ogni pugile. La gavetta è lunga, ma Leone Efrati è tenace e arriva a sfidare a Chicago, il campione NBA dei pesi piuma Leo Rodak: il match fu disputato davanti a 7000 persone e trasmesso alla radio negli Usa, ma non in Italia, perchè le imprese di un pugile ebreo non dovevano essere celebrate.

L’incontro entrò nella leggenda del pugilato per il suo svolgimento: il match fu molto equilibrato e l’incertezza a chi attribuire la vittoria attraverò tutti i giudici. Alla fine vinse Rodak, ma a parere unanime, un pari sarebbe stato più giusto.

Ma qualcosa gli mancava. Nonostante agi e ricchezza, buoni contratti e fama, aveva nostalgia della propria famiglia.  Fece qualche altro incontro, ad esempio contro il campione Balmer, poi decise di mollare tutto e tornare in Italia.

A Roma riuscì a riaffiliarsi nella FPI (Federazione Pugilistica Italiana), ma molto era cambiato, il suo paese non era più lo stesso e gli fu impedito di combattere. Siamo alla fine del 1939, la seconda guerra mondiale è alle porte e nelle strade di Roma non

soffia solo il ponentino.

Nel marzo del ’44, durante un rastrellamento fu catturato dopo l’allenamento, all’uscita della palestra, insieme al fratello e a Lazzaro Anticoli, loro nipote  e deportato ad Auschwitz.

La fama di puglile lo aveva accompagnato e i kapò, terribili e sadici aguzzini, prigionieri investiti dalle autorità dei campi di funzioni di sorveglianza, si divertivano a vederlo scontrare con avversari molto più grossi di lui, a scommettere su di lui. Ne usciva vittorioso, ma non bastò.

Un giorno, volle farsi giustizia da solo, dopo che il fratello era stato picchiato selvaggiamente dai kapò. Altrettanto selvaggio fu l’accanimento contro di lui: era il 16 aprile 1944 e Leone Efrati moriva con i guantoni allacciati in un campo di concentramento.

Come lui finirino anche Johann Trollmann (di origine sinti, che per deridere il mito del perfetto ariano, combattè per la cintura dei pesi leggeri cosparso di farina e con i capelli tinti di biondo); Raffaele Jaffe, fondatore e primo presidente del Casale Monferrato; Eddie Hamel, ala dell’Ajax; Julius Hirsch, giocatore ed eroe di guerra.

Bibliografia:

“Portico d’Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno del ’43”

 di Anna Foa; editore Laterza 2016

“Arsenale di Roma distrutta” di Aurelio Picca; ed. Einaudi 2018

“La Storia” di Elsa Morante; ed. Einaudi 1974

“Il pugile” di Reinhard Kleist; Bao publishing

“Alla fine di ogni cosa” di Mauro Garofalo; ed. Frassinelli