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Sono conosciute le Janare di Baselice, ma in realtà il borgo che primeggiava nelle pratiche magiche nella Valfortore era San Bartolomeo in Galdo. Ad affermarlo fu il compianto Prof. Rev. Michele Marcantonio di Roseto, Preside per moltissimi anni in varie scuole della Valle e studioso di etnologia, nonché allievo del più grande di tutti il prof. Ernesto De Martino autore di uno dei saggi più venduti di sempre, quel Sud e Magia pietra miliare di ogni studio antropologico sulle pratiche magiche nel Meridione.

In una conferenza dal titolo “La superstizione nell’ambito delle tradizioni popolari dell’Alta Valle del Fortore” tenuta proprio a Baselice il 5 giugno 2003, alla presenza del prof. Fiorangelo Morrone, una delle menti più gloriose della Valfortore, al quale ogni centro di questa Valle dovrebbe dedicare una strada o una piazza, per rendere grazie ai suoi studi, affermò che “Nella nostra zona San Bartolomeo in Galdo primeggiava in tutto il beneventano per la presenza di questi sedicenti maghi o curatori empirici, a cui si ricorreva nelle più svariate contingenze avverse della vita: un cuore da conquistare o da alienare, un malessere da guarire, un ladro da scoprire, uno scopo da raggiungere”.

Se oggi la maggior parte di noi può sorridere su tali rimedi magici, cinquant’anni fa la maggior parte della popolazione credeva ancora che la poliomielite era effetto di interventi stregoneschi notturni ad opere di janare, che, penetrate nottetempo in casa per il buco della chiave o per la gattaiola, storcevano il bambino ancora in fasce.

Uomo di chiesa, il prof. Marcantonio, riporta ed esamina una pratica magica a cui si sottopose dal più grande guaritore che San Bartolomeo ricordi: Ze Francische d’ Jalle (Francesco Gallo), le cui gesta vengono ancora raccontate con moto di meraviglia dalle persone più anziane, alcune credendo senza dubbio alle qualità del guaritore, altri trincerandosi nel più canonico “Non è vero, ma ci credo” ed altri, alla luce delle più importanti scoperte mediche, con un sorriso di scetticismo affermano che erano pratiche frutto di ignoranza.

Don Michele, per preparare la sua tesi di laurea sulla superstizione e la magia nella valle del Fortore, si fece accompagnare nel 1964 dal prof. Alessio Pannone, direttore didattico, dal suo compare Francesco Gallo.

Questo signore operava prima in campagna, ma ora, fatto vecchio s’era ritirato nella sua modesta casetta in un vicolo oscuro di quella cittadina.

Ci accolse gentilmente e cominciò a lodare le sue capacità terapeutiche attestate da lettere che gli sarebbero pervenute da tutte le parti del mondo. Pensando che fossi io il malato da curare, mi chiese di essere aggiornato sul mio malessere. Quando seppe che io, per grazia di Dio, ero in buona salute, si chiuse in sé stesso e non volle più parlare, ma sforzato dal prof. Alessio Pannone rispose ad alcune mie domande. Dovetti giocare d’astuzia: Ze Francì, te vògghje dice propeje a veretà. Ho la milza che mi dà fastidio. I medece nce riescene a curarle. So menute da tè, a vedé se ce recavame caccose…

Oh! Mò arragiuname. Allore ze Prè a fa accussì: Devi cercare un albero di giovane noce in una valle da dove non si vede alcun campanile o una chiesa, né devi tenere addosso oggetti religiosi. Piazza la pianta del piede sinistro sul tronco e taglia la corteccia di questo noce sulla forma del piede. Porta questo pezzo di corteccia a casa tua. Lo appenderai nel caminetto, ma non accendere il fuoco, se no, il tuo male si aggrava. Come questa corteccia si secca, così scomparirà lentamente il tuo male di fegato”.

Il Prof. Marcantonio analizza la ricetta magica di Zi Francisché: “In questa ricetta ci sono tutti gli elementi per classificarla come magica, sia per i mezzi del tutto inadeguati, ricorso agli aspetti religiosi, modificazioni del campo fisico. Se la corteccia di noce possa curare un fegato malato non è un fatto superstizioso, può essere…

Ma che debba stare in una valle e soprattutto che non si veda da quel punto una chiesa o un campanile (circostanza del tutto extra) e che non si debba avere addosso oggetto religioso… questo è l’elemento superstizioso oltre al fatto che il male regredisce come si secca la corteccia nel caminetto. Non c’è alcun rapporto tra corteccia e fegato”.

Il Prof. Marcantonio da buon sacerdote non attribuisce nessun valore alle pratiche magiche del guaritore, ma è un sacerdote e chiude la sua relazione con un: “Se siamo cattolici, sappiamo bene che solo Dio può operare miracoli o direttamente o indirettamente mediante i santi”.

Siamo cattolici anche noi, ed in fondo provare a curare gli ingorghi di milza con la corteccia di noce, non costa nulla.

Buona guarigione e se non dovesse funzionare, il curandero moderno dal nome Google vi consiglia foglie di tarassaco e crusca d’avena e gemmoterapia con acero campestre.

Ad Maiora Ariadeno