Gesù si è fatto un selfie di Antonio Passaro non è un trattato di teologia, non è un trattato di Storia Sacra, né un trattato di Cristologia, ma appunto un piccolo libro che sarà l’occasione di una chiacchierata tra amici sulla Fede ai tempi dei social.
Se l’incontro si avvicinerà alle riflessioni di Padre Antonio Latella che dialogherà con l’autore, sarà una serata interessante.
“Non fotografiamo ciò che siamo. Fotografiamo ciò che speriamo che gli altri credano di noi.”
Se Gesù avesse avuto uno smartphone,
si sarebbe fatto un selfie?
La domanda fa sorridere.
Eppure, forse, già il fatto stesso
che la formuliamo,
dice più della nostra epoca
di quanto immaginiamo.
Viviamo nel tempo in cui,
se qualcosa non viene fotografato,
abbiamo il sospetto
che non sia mai accaduto.
Un compleanno senza stories
sembra meno festeggiato.
Una vacanza senza post
sembra meno rilassante.
Una cena senza fotografia
rischia persino di risultare meno saporita.
Siamo diventati una generazione
che non dice più: “Guarda che bello!”,
ma: “Aspetta… non toccare niente,
prima faccio una foto.”
E così il caffè si raffredda,
il gelato si scioglie,
i bambini crescono
e il tramonto finisce.
Ma la foto… quella è perfetta.
Forse è questo il più grande miracolo
della tecnologia moderna:
riuscire a farci perdere il presente convincendoci di averlo conservato.
Il selfie è diventato
il simbolo del nostro tempo.
Non perché fotografi un volto.
Ma perché fotografa un bisogno.
Il bisogno di essere visti.
Di essere approvati.
Di essere riconosciuti.
Di sentire qualcuno dire: “Tu esisti.”
Per questo il selfie, in fondo,
è una preghiera pronunciata senza parole.
Ogni “mi piace” è una carezza digitale.
Ogni cuore rosso
è un piccolo certificato di esistenza.
Ogni commento è una conferma che,
almeno per qualche secondo,
siamo passati nello schermo di qualcuno.
E allora ecco la grande illusione.
Non fotografiamo ciò che siamo. Fotografiamo ciò che speriamo
che gli altri credano di noi.
La differenza è enorme.
Non pubblichiamo la nostra vita.
Ne pubblichiamo il trailer.
Le scene tagliate restano fuori.
Le lacrime.
Le paure.
Le crisi.
Le notti insonni.
I litigi.
Le fragilità.
Quelle non fanno algoritmo.
Viviamo nell’epoca in cui si ritocca tutto.
La pelle.
Il cielo.
Il mare.
Il caffè.
Persino il cane sembra avere
una vita più interessante della nostra.
Esistono filtri per sembrare più giovani.
Più belli.
Più abbronzati.
Più felici.
Ma c’è un dettaglio curioso.
Un tempo le fotografie “del” profilo
erano riservate quasi esclusivamente
alle schede segnaletiche:
fronte e profilo,
per identificare un arrestato.
Oggi, invece,
la prima preoccupazione
di milioni di persone
è scegliere la foto profilo perfetta.
Siamo passati dalla foto del sospettato
alla foto studiata nei minimi dettagli. Cambiano i tempi,
ma resta una domanda:
siamo davvero più liberi
o semplicemente detenuti
in una prigione più elegante,
costruita con filtri, like e approvazioni?
Forse non ci chiudono più
dietro le sbarre,
ma rischiamo di rinchiuderci da soli
dentro l’immagine
che vogliamo dare di noi.
Aspettiamo ancora quello
che ci renda più gentili.
Sarebbe il più rivoluzionario.
Passiamo più tempo
a modificare la nostra faccia
che il nostro carattere.
Abbiamo imparato a cancellare
una ruga con un dito.
Ma non sappiamo cancellare
un rancore dal cuore.
Ci preoccupano le occhiaie.
Molto meno
gli occhi incapaci di guardare davvero.
Mangiamo con gli occhi degli altri.
Viaggiamo per dimostrare di aver viaggiato.
Entriamo in una cattedrale
e la prima cosa che facciamo
è cercare il punto in cui prende meglio il Wi-Fi.
Andiamo ai concerti per filmare canzoni
che non riascolteremo mai.
Ci troviamo davanti al mare…
e gli voltiamo le spalle.
Perché il protagonista
non è più il tramonto.
Siamo noi.
È curioso.
Per secoli gli uomini
si sono messi davanti ai paesaggi
per contemplarli.
Oggi ci mettiamo davanti ai paesaggi
perché siano loro a fare da sfondo a noi.
Persino il sole
deve aspettare che troviamo
l’inquadratura giusta.
Abbiamo trasformato il mondo
nel fondale della nostra immagine.
Eppure,
in mezzo a questa gigantesca galleria fotografica,
cresce un silenzio inquietante.
Mai così esposti.
Mai così invisibili.
Mai così connessi.
Mai così soli.
Abbiamo migliaia di follower
e pochissimi testimoni della nostra vita.
Persone che conoscono la nostra foto profilo ma ignorano le nostre ferite.
Sanno dove siamo stati in vacanza.
Non sanno dove ci fa male l’anima.
Siamo continuamente online.
E tragicamente assenti.
Assenti da una conversazione
senza controllare il telefono.
Assenti da una cena senza fotografarla.
Assenti perfino da noi stessi.
Perché è difficile abitare il proprio cuore quando si vive continuamente
nello sguardo degli altri.
Ed è qui che arriva il Vangelo.
Gesù non si mette mai
al centro dell’inquadratura.
Non rincorre l’obiettivo.
Rincorre le persone.
I suoi occhi cercano Zaccheo
nascosto sopra un albero.
La donna curva che tutti evitano.
Il cieco Bartimeo
seduto sul ciglio della strada.
La Samaritana
che va al pozzo nell’ora in cui
nessuno la vede.
L’adultera circondata da pietre.
Pietro dopo il tradimento.
Il buon ladrone
quando tutti ormai guardano altrove.
Gesù non fotografa mai se stesso.
Restituisce un volto
a chi lo aveva perduto.
È impressionante.
Noi puntiamo la fotocamera
verso noi stessi.
Cristo punta il suo sguardo
verso chi nessuno guarda.
Noi diciamo: “Guardatemi.”
Lui domanda:
“Chi non sta guardando nessuno?”
Noi contiamo i “mi piace”.
Lui conta le pecore smarrite.
Noi costruiamo un profilo.
Lui ricostruisce persone.
Forse il problema non è il selfie.
Il problema è quando l’unico volto
che riusciamo a vedere è il nostro.
Quando l’io occupa tutta l’inquadratura,
il mondo scompare.
E insieme al mondo spariscono Dio,
gli altri e persino noi stessi.
Perché nessuno scopre la propria identità guardandosi all’infinito.
La scopre quando ama.
Alla fine mi torna in mente
la domanda iniziale.
Gesù si sarebbe fatto un selfie?
Forse sì.
Ma sarebbe stato l’unico selfie della storia
in cui Lui sarebbe rimasto ai margini dell’immagine per fare spazio
a chi nessuno voleva fotografare.
Geniale anche in questo.
Perché il vero selfie di Dio
non è una fotografia.
È l’Incarnazione.
Dio non si mette davanti all’obiettivo.
Si mette davanti all’uomo.
Entra nella nostra storia.
Prende il nostro volto.
Abita le nostre rughe,
le nostre lacrime,
le nostre ferite.
Non per apparire.
Ma per amare.
E forse il giorno più bello
della nostra vita non sarà
quello in cui scatteremo la foto perfetta.
Sarà quello in cui qualcuno,
guardandoci negli occhi,
non ricorderà il filtro che usavamo,
né quanti follower avevamo,
né quanto fosse bella la nostra immagine.
Ricorderà soltanto che,
grazie a noi,
si è sentito visto.
Perché le fotografie
fermano un istante.
L’amore, invece,
imprime un volto nell’eternità.
Padre Antonio Latella OFM




