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Un particolare toponomastico caratteristico del territorio sanbartolomeano, ma anche dei paesi viciniori. è quello che, in dialetto, chiamiamo ruella. Essa è parte integrante del reticolo viario che – a vari livelli – si snoda sul territorio e ne connota fortemente il paesaggio agrario.Sinora – il nostro termine – non sono riuscito a trovarlo come tale nello speciale ed articolatissimo elenco dei dati toponomastici adottati sulla cartografia dell’Istituto Geografico Militare (IGM).

Sulle cosiddette tavolette IGM in scala 1/25.000 (cioè un cm misurato sulla mappa equivale a 250 m reali) le tipologie riportate nella legenda terminano con le seguenti: carrareccia, mulattiera, sentiero, tratturo, pista o traccia. E nessuno di questi equivale esattamente alla ruella, che dir si voglia. Però, a seconda della conformazione del terreno e della sua pendenza, è assimilabile – per tratte, ossia per spezzoni – ai nomi suddetti.

 

Allora quali sono i requisiti per riconoscerla come tale?  
Intanto la loro ubicazione. Le ruelle caratterizzano il territorio interessato da vigneti, oliveti e seminativi arborati in genere.Non troveremo mai una ruella che attraversa l’aperta campagna, ossia il seminativo nudo.L’altro aspetto importantissimo da osservare è la presenza sui lati di siepi arbustive e arboree, talora relitte su un solo lato.Da noi le siepi sono più note con il nome di fratte e, come tali, delimitano una ruella.Le siepi, com’è noto, sono un vero e proprio ecosistema, molto vitale, in cui gli essere viventi presenti – vegetali ed animali – interagiscono tra di loro, salvando in tal modo la biodiversità minacciata laddove è forte la presenza dell’uomo. 
Le siepi, insomma, sono l’ultimo rifugio, l’ultimo baluardo degli uccelli (che vi nidificano), degli insetti utili ai campi circostanti, dei vegetali medesimi. 

Ma torniamo alla descrizione della ruella. La larghezza è variabile, diventando un semplice viottolo (a viaréll) nei punti impervi ed allargandosi a tratturello per il passaggio dei carri di una volta, nelle tratte in piano.Il piano di calpestio era solitamente rappresentato da un cotico erboso martoriato dai ferri degli zoccoli, interrotto qua e là da sassi affioranti, che sui lati sfumava verso piante erbacee spontanee, spesso bellissime e con fiori profumati.Un elenco, appena accennato, di queste comprende, ad esempio: l’olmo, la quercia, il fico, il cerro, il canneto, la robinia ( u jiacaggie) il biancospino (i cerasèll), il prugnolo (u trign), le rose selvatiche, i rovi (purtroppo), il caprifoglio (bellissimo, prima era molto diffuso), il ligustro, la fillirea, il sambuco (i tènn vetacchie), la ginestra, il perazzo, i melàjiene (meli selvatici), la ginestra dei carbonai,i léc ‘ne (susini e prugne selvatiche), i gigli di San Giuseppe (come li chiamiamo noi), gli splendidi ciclamini, ecc. ecc  
Tra i tanti uccelli presenti mi piace citare solo il timido pettirosso, che faceva capolino anche con la neve.Per me è semplicemente un microcosmo incantato, purtroppo ignoto ai distratti.La vegetazione nel suo insieme, per il vigore vegetativo, tendeva ad occludere lo spazio per il transito, ma era ripristinato periodicamente con moderate potature dai proprietari dei terreni confinanti.

In ogni caso la spazio disponibile consentiva il passaggio dei muli in fila,con il basto carico di masserizie. Una di queste, molto speciale per noi, eranoi tini pieni d’uva che in ottobre lasciavano la scia profumata di mosto….

I crocicchi tra le ruelle erano sempre caratterizzati da un segno della Fede, una croce su pietra, una statuina di Madonna, ecc. dove il viandante segnava il passo per fare una preghiera e riposarsi un po’.
Sovente si verificava l’incontro tra carovane di muli che avanzavano in direzione opposta e allora tutti si fermavano per scambiare una chiacchiera, per un saluto. La ruella era socialità spicciola, ma sentita.Tutto però è gradualmente finito quando si decise di far passare i trattori che aumentavano sempre di più e, negli ultimi trent’anni, anche le auto.Con l’arrivo di queste, le ruspe hanno scompaginato tutto e si è steso l’asfalto, con buona pace di tutti i delicati equilibri biologici e geologici che si erano consolidati nei secoli.Ma per fortuna non tutto è perduto.

Dinanzi allo spettacolo amaro delle attuali strade sconnesse e senza alcuna manutenzione, restano brandelli di ruelle dove l’uomo non è più andato e la Natura da sola ha ripreso il sopravvento.Al riguardo è in corso, da parte mia, un accurato censimento di quanto si è salvato, mirante a stabilire con esattezza anche la Flora che allietava queste vie un po’ faticose, ma piene di socialità.Al momento posso solo dire con certezza che spezzoni di ruelle ‘come una volta’ si trovano tra le vigne e gli oliveti della Guarana, verso Cerro Felice e sulle pendici orientale ed occidentale del paese, laddove si è fermato il passaggio frequente delle persone che andavano a lavorare i terreni sui lati.

 

Antonio Pacifico(nato nel 1948)