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Se qualcuno ha avuto la bontà e la pazienza di leggere quello che scrivo, avrà sicuramente notato che nelle mie composizioni cito più volte gli esponenti della famiglia Saccone. In un borgo tre erano i potenti: l’arciprete, il sindaco e il farmacista o medico.

La famiglia Saccone ha avuto il privilegio di enumerarne contemporaneamente ben due su tre, Ernesto era l’Arciprete, Ignazio il sindaco e il terzo fratello Giovanni aveva abbracciato la carriera militare divenendo Ammiraglio. Insomma i Saccone erano davvero i notabili di SBiG a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Per quasi mezzo secolo sono stati i deus ex machina della vita politica e religiosa del borgo Ernesto divenne arciprete in modo non limpidissimo. Nelle infuocate lettere, conservate nell’archivio diocesano di Lucera, don Francesco Catalano denunziava al Vescovo di Lucera l’arciprete Saccone quale usurpatore della carica. In difesa del fratello interveniva l’ammiraglio Giovanni che spiegava perché Ernesto aveva diritto alla carica e anche i motivi che, secondo lui, avrebbero sanato un’eventuale irregolarità. Ignazio divenne sindaco sotto i Savoia, e podestà sotto il fascismo.  Sindaco la prima volta dal settembre 1908 al maggio 1909, la seconda volta dal gennaio 1910 all’ottobre del 1911. Le due amministrazioni Saccone terminarono entrambe anzitempo con la nomina di un Regio Commissario Prefettizio. La prima volta fu nominato il dott. Emilio Severino e la seconda volta il dott. Giovanni Conti di cui abbiamo la relazione di fine mandato per gentile concessione dell’amica Cristina Giuliani. Nel primo commentario alla relazione, riportai gli stipendi degli impiegati comunali, si andava dalle 365 lire annue dell’inserviente alle 2100 del segretario capo. Per riattare via S. Vito (Badricc) l’ingegnere incaricato Del Basso di Benevento, (vi ricorda nulla questo nome? Il sottosegretario alle infrastrutture di Benevento si chiama Del Basso) redasse una perizia per la riattazione di Via San Vito “che è tra le secondarie la più importante ed in condizioni rovinose”. Per rendere via S. Vito strada degna di questo nome, necessitavano lire 5878, purtroppo il Commissario Conti, non avendo a disposizione tale somma, ne stanziò lire 3489 “a licitazione privata tra i muratori del luogo, e rinviare la esecuzione del secondo tratto all’esercizio venturo”. L’“esercizio venturo” sarebbe arrivato solo quarant’anni più tardi, quando nel ’54-’55 del secolo scorso venne lastricata badricc, grazie all’intervento della tanto vituperata Cassa del Mezzogiorno, tra l’altro chi è di Badricc ricorderà che fino agli anni ’90, la parte più a nord est del quartiere versava ancora nel fango d’inverno, nella polvere d’estate. Torneremo nuovamente su badricc, per affinità elettive, ma soprattutto perché oggettivamente è il quartiere più bello del Meridione d’Italia. Ho riportato queste cifre come termine di misura su ciò che vi racconterò. Senza dubbio don Ignazio Saccone era il migliore. Sindaco con i Savoia, Podestà con i fascisti, e se il tempo non fosse stato impietoso, sarebbe diventato un “ottimo” sindaco democristiano durante la Repubblica. Non ho notizie su di lui, è una figura che meriterebbe maggior approfondimento, ma purtroppo a SBiG parenti non né hanno. Al cimitero la tomba dei Saccone fu demolita, gli eredi, se vi sono eredi da qualche parte, o il tempo, hanno deciso così. Il borgo doveva conservare la tomba dell’arciprete Ernesto, come sta facendo con l’obelisco dell’arciprete don Giulio Scrocca predecessore di Monsignor Canfora. Il commissario Conti s’è trovato ad amministrare un comune con le casse dissestate. Il paese veniva fuori da una gravissima lite giudiziaria che costò alle già stremate casse comunali, ben lire 40000, dicesi quarantamila. Avete letto bene, per rifare una strada importante per migliaia di sanbartolomeani, badricc era un formicaio all’inizio del ventesimo secolo, si ebbero difficoltà a stanziare poco più di lire 3000, per una lite giudiziaria il borgo tirò fuori ben lire 40000. Direte che se il comune perde una causa è giusto che paghi. Vi è però una dolorosa anomalia in questa lite, perché il Sindaco don Ignazio Saccone era fratello della parte in causa don Ernesto Saccone. In questa lite ciò che balzò agli occhi del Regio Commissario fu proprio la mancanza di qualsiasi azione tesa a tutelare gli interessi del borgo. Le parole del dott. Conti pronunciate al termine del suo mandato in Consiglio Comunale, rendono vivido il ricordo: “…io non riesco, Signori Consiglieri, a poter dire la penosa impressione che ho provato leggendo la deliberazione del 21 aprile 1910 quando, il Sindaco e fratello dell’arciprete parte in causa, non sente la dilicatezza di doversi astenere da parlare in causa propria, e nell’esposizione dei precedenti della lite dimentica le ragioni del Comune per ricordare solo quelle del fratello, per arrivare poi a fare il profeta assicurando che il ricorso in Cassazione avrebbe avuto esito sfavorevole…”. Per capirci, nelle attuali amministrazioni, quando bisogna assegnare un incarico a cognati, fratelli, sorelle e parenti in genere, si ha la “dilicatezza” di astenersi, sulla questione eolico sia l’amministrazione precedente, che quella attuale hanno chiesto pareri pro veritate per eventuali azioni di opposizione all’installazione di torri eoliche nel nostro territorio. Don Ignazio non lo ritenne necessario, ma d’altra parte egli era avvocato. Tornando al 1910, per un’azione che costò al Comune lire 40000, ma bisognerà conteggiare interessi, spese legali etc. il commissario parla di un impegno per il Comune di circa lire 100000, dicesi lire centomila, non si ritenne di dover chiedere un parere legale per ricorrere in Cassazione, mentre si fu prodighi nel richiedere un parere all’On. Riccio per la faccenda del Dott. Rosa che costò al Comune la cifra esorbitante di ben lire 960. Nel suo intervento in Consiglio comunale, il sindaco Saccone restrinse l’oggetto della lite ad una semplice questione di fatto, di conseguenza veniva a mancare ogni motivo per ricorrere in Cassazione. Il dott. Conti doveva essere una gran brava persona, tanto che sebbene la questione ormai si fosse conclusa con un drenaggio iperbolico dalle casse comunali all’arcipretura, volle chiedere ad alcuni suoi amici giuristi, se ci fossero stati motivi di diritto per impugnare la sentenza della Corte d’Appello, costoro gli risposero: “…il primo, secondo e terzo motivo di appello riflettevano una precisa quistione di diritto che si sarebbe potuto proporre alla Corte di Cassazione”. Crediamo, sebbene a distanza di oltre 100 anni, che un leggero conflitto d’interesse il Sindaco pro tempore Ignazio Saccone dovette averlo, ma era potente Ignazio e la povera gente era impegnata in una serrata lotta per la sopravvivenza a cui poteva dare una sola risposta, l’emigrazione. Chissà se erano consci che mentre loro cercavano di non morire di fame andando in America, il Comune elargiva indebitamente lire 100000 all’Arciprete Saccone, che sicuramente li avrebbe adoperati per il bene delle anime dei fedeli, ma forse anche per i beni meno spirituali che gli necessitavano. Le parole del Commissario ancora una volta rendono esplicativo ciò che è successo: “Ma via, diamo – in dannata ipotesi – per buone le ragioni addotte dal fratello della parte in causa e fermiamo questo: il Comune ha ancora da esperire un grado di giurisdizione, la più alta, tenera e sicura: non credo avvalersi del diritto, e pensa sia opportuno rinunziare ad ogni altro seguito giudiziario. Ha cioè ancora in mano un’arma e la getta lontana…”. Ma forse evitare di fare appello in Cassazione avrebbe permesso al Comune retto dal fratello di poter chiedere una transazione con magari una riduzione all’arciprete. Ancora una volta le parole del Regio Commissario ci sembrano più esplicative di ogni nostra riflessione: “Evidentemente un elementare senso logico farebbe pensare che alla rinunzia debba corrispondere un compenso, una agevolazione, una transazione. Disingannatevi Signori Consiglieri. La logica non è dell’Amministrazione che non viene a transazione, non chiede agevolazioni sulle somme dovute, neanche sulle spese giudiziarie, ma accetta puramente e semplicemente la sentenza della Corte di Appello: in altri, più chiari termini, il Comune si arrende a discrezione”. Fortuna ha voluto che noi nascessimo in tempi diversi, tempi ove i Comuni si occupano del bene dei cittadini tutti, che non si “arrendono a discrezione”, che non elargiscono prebende a parenti, amici, accoliti, che fanno rispettare le leggi e non le derogano per l’amico dell’amico. Il Conti cercò, durante il suo breve mandato, di definire la questione, per evitare ulteriori interessi e raggiunse un accordo con l’arciprete per una cifra residuale di lire 3500. Ricordo che i lavori a Badricc costarono la stessa cifra. Togliere dal fango migliaia di persone era meno importante che pagare interessi al pastore delle anime del borgo. Don Ernesto accettò e il Commissario approvò lo stanziamento. Ma, forse consultatosi con il suo avvocato, il Reverendo decise che aveva diritto a sette – ottomila lire. A questo punto anche il Commissario si arrese e lasciò la definizione della questione a chi venne dopo, allegando alla relazione i conteggi della causa e suggerendo la soluzione: vendere i suoli edificatori (preferibilmente agli emigranti, altrimenti i “signori” non li avrebbero pagati) e chiudere definitivamente questo triste episodio di vita cittadina. Dovremmo visionare un archivio comunale se esistesse, per potervi dire qualcosa in più sul merito della causa e sull’esito finale, considerando il periodo storico e ciò che avvenne in altre parti delle provincie meridionali del nuovo regno d’Italia, potremmo supporre che i problemi tra amministrazione e arcipretura siano iniziati dopo la promulgazione della legge del 1899 n. 191 che obbligava le amministrazioni comunali ad assegnare un supplemento di congrua agli enti ecclesiastici e tale legge fu considerata retroattiva. Al Commissario Conti però non andava proprio questo episodio ed esortò i nuovi consiglieri e il sindaco a vigilare sul modo di spesa dei soldi dati all’arcipretura, se fossero stati spesi a favore della generalità degli abitanti, oppure no, in quel caso consigliava alla nuova amministrazione di chiedere il parere di un giurista e fargli valutare alla luce dell’art. 127 della legge comunale e provinciale, dell’art. 7 della legge 4 giugno 1899 n. 191 se fosse possibile ravvisare il reato di appropriazione indebita, art. 417 C.P. “da denunziarsi da parte di qualsiasi cittadino all’autorità giudiziaria”. Non sono un grande estimatore della Mario, ma non posso fare a meno di condividere un suo passo sul nostro borgo: “Or il Municipio perché non provvede l’acqua? Sarebbe non difficile condurre copiosa acqua mediante un tubo; ma il Municipio sta in mano a dei signori, e i signori hanno altro da pensare che all’acqua per la povera gente; egli non possiedono le loro buone cisterne, che riempiono d’inverno. La povera gente paghi il macinato e il dazio e triboli per avere l’acqua”. Chissà cosa avrebbe detto la Mario se avesse potuto vedere che a distanza di cinquant’anni il Municipio era sempre in mano ai signori, che la povera gente era costretta a pagare il triplo il dazio consumo e il macinato ai nuovi padroni piemontesi e che stavolta per non morire di fame doveva prendere una nave e attraversare un oceano.