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[…] Proseguendo lungo il percorso in direzione nord, al civico numero 105 di via Leonardo Bianchi troviamo la chiesetta di Sant’Antonio abate, attualmente chiusa al culto. Per volontà della famiglia Colatruglio fu costruita nel 1720 da Agostino Ugone, come da scritta marmorea impressa sull’architrave dell’ingresso: «Chiesetta di S. Antonio Abate – Famiglia Colatruglio».Di piccole dimensioni (circa 10 metri di lunghezza, larghezza di circa 3 metri), presenta un altare semplicissimo, di modeste pretese; sullo sfondo, una bellissima statua lignea raffigurante il santo con il disegno di una croce rossa tracciata sul mantello scuro, ai piedi la figura di un porcellino nero.

Nella parete destra, una targa marmorea bianca con la seguente epigrafe: «IN ONOREM DEI A.C.S. ANTONUS (sic) PADUANI SOLEMNI RITU DEDICANS DIE XVII JULI A.D. 6 CIICCXX SACRAVIT ILL. MUS ET REMUS IMPERIALIS PEDICINUS PATRICIUS (sic) BERNTANUS EPS VULTURARIEN». («In onore di Dio A.C.S. Antonio da Padova, dedicando con rito solenne il 27 luglio 1722, consacrò l’illustrissimo e reverendissimo Imperiale Pedicini, patrizio beneventano e vescovo di Volturara»). Originariamente dedicata a sant’Antonio da Padova, venne aperta al pubblico solo durante il novenario in onore di sant’Antonio abate, il grande eremita vissuto nell’Egitto e morto più che centenario verso il 356, divenuto con il tempo protettore del bestiame. Ancora oggi, il 17 gennaio di ogni anno, vi si celebrano le funzioni religiose con grande partecipazione di popolo; i contadini vi portano a benedire gli animali da soma e la sera, nelle sue vicinanze, si accende un enorme falò.

Secondo tradizione, le reliquie del santo (ritrovate nel 561) sarebbero state portate nel secolo XI in Francia, dove divampava un’epidemia pestilenziale di herpes zoster (detto anche fuoco sacro per le dolorose infiammazioni). Molte persone, in quella triste circostanza, sarebbero state guarite miracolosamente dalle reliquie o dall’intervento del santo: da qui il nome di «fuoco di sant’Antonio» dato allora alla malattia. Luciano Sterpellone, a pagina 240 della sua opera I santi e la medicina, afferma che «il santo nella sua vita solitaria nel deserto egiziano avrebbe sofferto dello stesso male». Alla cura dell’herpes zoster e di altre malattie endemiche si dedicarono gli Antoniani (un ordine di monaci ospedalieri fondato da un gentiluomo francese di nome Gastone e approvato da papa Urbano II nel 1095). Poiché questi curavano i mali della pelle con grasso di maiale, vi era necessità di grandi allevamenti: così i monaci ottennero con privilegi ed editti non solo di poter allevare direttamente i porci a essi occorrenti, ma ottennero altresì che i loro maiali potessero girare liberamente per le vie alla ricerca di cibo. E quindi, da quel momento in poi, lu pórchë dë sant’Antónë (i porci di sant’Antonio) contraddistinti da un campanello al collo o dalle orecchie mozzate o ancora dalla croce di sant’Antonio dipinta in rosso presero a vagare per le vie cittadine alla ricerca di cibo che nessuno negava loro per la devozione nutrita verso il santo. E questo fece sì che da allora la leggenda e larte raffigurassero sempre il santo eremita con un porcellino accanto ai piedi. Piero Bargellini nel suo Mille santi del giorno scrive: «Nelle campagne gli venne affidata la protezione del bestiame, e fu allora che apparve ai suoi piedi il roseo porcellino, come simbolo di salute e di floridità, e che la sua immagine si moltiplicò in tutte le stalle in atto di benedire gli animali domestici».
Verso il 1853, parlando della festa di sant’Antonio abate, Nicola Falcone ricordava nella sua Monografia su San Bartolomeo in Galdo una tradizione già a suo tempo scomparsa: «Nella festa di Sant’Antonio Abbate (sic) era solito sospendersi nella pubblica piazza un agnello, e diverse persone correndo a cavallo doveano colpirlo ed ucciderlo a colpi di sciabola. Quindi si mangiava da tutti quei valorosi!…». Poi aggiungeva: «Però quel giorno di SantAntonio Abbate (sic) vige ancora lusanza di passare cento volte nel corso della giornata dinanzi la chiesa del Santo correndo a bisdosso (sul dorso senza sella, ndr) sui muli, cavalli e asini. Vi è pur lusanza di una danza che sa del grottesco eseguita sulle pubbliche piazze al suono di tamburi e altri villici strumenti, da soli uomini». Quest’ultima citazione di Falcone è la conferma di come a San Bartolomeo in Galdo il 17 gennaio si desse veramente inizio al carnevale.

Nota di Ariadeno tratta dal forum di sanbartolomeo.info del 16/01/2014 

La festa di Sant’Antonio abate. Non voglio fare un excursus storico, né tantomeno religioso, il primo perché non sono in grado, conosco davvero poco della genesi di questa festa paesana, il secondo perché diventerebbe un copia incolla dal sito “santiebeati.it”. Sappiamo tutti che Antonio è stato il padre dell’anacoretismo orientale e nella tradizione popolare religiosa è considerato il protettore degli animali, tant’è che anche nella piccola chiesetta di SBiG a lui dedicata di proprietà della famiglia Colatruglio, la statua del santo è in compagnia di un grazioso porcello.

Mi soffermerò invece sull’ultimo lustro, da quando cioè un signore di SBiG andato a Roma per lavoro, ha ristrutturato la sua casetta familiare di fianco alla chiesetta, per inciso una delle case più belle di SBiG, perfettibile, ma un complimento va a chi l’ha progettata negli interni (non so chi sia, a lui va il mio plauso se dovesse leggere) e a chi l’ha ristrutturata (idem), e con immensa gioia e spirito di fratellanza e condivisione, apre la porta della sua casa e con gioia e calore umano porge a tutta la gente del borgo un buon bicchiere di vino, caciocavallo e polenta.
In casa di Salvatore Cifelli, è questo il nome del nostro compaesano, si respira un clima di fraternità, di gaiezza e festosità, ci si sente davvero parte di una comunità, quella sbigghense, che avrà tutti i difetti di questo mondo, dalla cazzabbubolagine all’individualismo, ma dalla quale non si può prescindere quando si va in giro per il mondo.
Non posso non menzionare le signore che aiutano i padroni di casa ad onorare gli ospiti, con spirito di gratuità e letizia, e per ultimi, ma davvero non ultimi: Gino Pescatore ed altri musicisti che allietano la serata suonando e cantando. E quando il suono della fisarmonica avvolge tutto, quando guardo la gente che si riscalda vicino al falò acceso nella piazzetta, quando guardo i fedeli che portano alla bocca il pane benedetto, penso che il calore umano che vi si diffonde non si riscontra da nessun’altra parte. Non è un luogo comune, a SBiG davvero i movimenti si sono fatti più lenti, i pensieri più limpidi e gli obiettivi inesistenti.
Mi viene in mente la canzone dei Negrita: Rotolando verso Sud. Una strofa recita:
Ogni terra un nome
ed ogni nome un fiore dentro me
La ragione esplode
ed ogni cosa va da se.

Il suo nome è SBiG, ed è vero che la ragione esplode quando ci pensiamo, altrimenti non si spiegherebbe l’irrazionale saudade che ci colpisce quando siamo lontani.