a cura di Paolo­-Angelo Furbesco
       A don Clemente Arricale, per la sua grande pazienza e umiltà

 

Quest’anno, il 28 aprile, si festeggia il 257esimo anno di vita della “festa della Cappella”. Alla Madonna dell’Incoronata, a cui è dedicata questa piccola chiesetta costruita lungo la strada che da San Bartolomeo conduce al Bosco Montauro, va la nostra preghiera: a lei è intitolata la festa più bella e sentita dai sanbartolomeani tutti, in particolare modo da quelli residenti nel resto d’Italia o all’estero, paesani a cui – da emigrante – va un particolare saluto personale.

Fatta questa premessa, torniamo indietro nel tempo… Siamo nell’anno del Signore 1761. Per opera del sacerdote don Nicola Reino, viene edificata, nella zona dell’Incoronata, una cappella rurale di scarso valore artistico-architettonico, ma di enorme valore morale, come simbolo di devozione alla Madonna; successivamente, don Nicola Reino destina anche un patrimonio per la manutenzione e le spese di culto. Come riferisce Vincenzo Del Re nel libro San Bartolomeo in Galdo (1962), «in seguito esercitarono il diritto padronale i suoi eredi discendenti, membri delle famiglie Giaquinto e Cifelli». Un altro storico, Nicola Falcone, nella Monografia (1853) dedicata al nostro paese, racconta: «Nell’ultimo sabato di aprile innumeri (sic) fedeli de’ circonvicini paesi vengono a venerare la Vergine Incoronata dagli Angioli…». Questa festività “campestre”, molto seguita dalla popolazione, è nota appunto come La festa della Madonna della Cappella.

Il sottoscritto (un “ragazzo” del ’37) e i suoi coetanei, quando erano giovani, intorno agli anni Cinquanta e Sessanta anni, dopo un lungo e freddo inverno senza i moderni riscaldamenti, non vedevano l’ora che arrivasse l’ultimo sabato di aprile; data importantissima: segnava la prima festa dell’anno, per tutti la più bella in assoluto.

Correva l’anno 1956 e per me era la prima volta: nato altrove, abitavo a San Bartolomeo soltanto da pochi mesi. Il mio “battesimo” avvenne il 28 aprile, un sabato: ricordo che la mattina, ben presto, salii a piedi verso la Cappella, dietro il Convento, percorrendo tra le pietre un tratturo molto sconnesso. Ero insieme ad alcuni amici, tra centinaia di persone, uomini e donne, che camminavano in salita, per alcuni chilometri, recitando il Rosario come da antica tradizione. Quello che vidi fu per me una sorta di apparizione che mi riempì di emozione: mentre ci avvicinavo alla meta, notai che sulla grande collina rotonda dinnanzi a noi non c’erano alberi, ma una vasta distesa di grano verdissimo che faceva da cornice a una piccola chiesa e una folla di persone festanti. Due furono le cose che mi colpirono di più: gli altissimi stendardi infiorati (le celebri “verghe”, ndr) adorni di fazzoletti e trine multicolori, e i solchi nel terreno tracciati dai contadini con i loro aratri, solchi lunghi e dritti che sembravano perdersi all’infinito verso il Molise e la Puglia. Insieme rappresentavano un omaggio alla Madonna, per un buon auspicio al futuro raccolto.

Mentre mi godevo il panorama, ecco uscire dalla chiesa la statua della Vergine Nera: poggiata su un tronco di quercia, tutta adornata di collane e collanine, era portata a spalla da uomini forzuti al suono della banda che eseguiva musiche religiose; al suo seguito, uno stuolo di devotissimi pellegrini. La processione intorno alla chiesetta durò per tre lunghissimi giri: il percorso era ostacolato da centinaia e centinaia di persone che si accalcavano attorno alla statua per adornarla con catenine e altri oggetti di valore. Alla fine, la Vergine riuscì finalmente a far ritorno alla sua cara dimora, per rimanervi fino all’anno successivo. Tutto questo si svolgeva sotto il rumore dei fuochi pirotecnici e dei “botti” sparati in aria. Gli amici mi spiegarono che i magnifici fuochi erano opera di una fabbrica locale: la Ditta Vittorio Colarusso. Finita la cerimonia religiosa, arrivò il tempo di fare festa, occasione lieta soprattutto per noi ragazzi, che dopo il lungo letargo invernale potevamo finalmente liberare le nostre energie, magari dietro qualche pallone; e passato lo sfogo dei giochi – o meglio, solo interrotto –, via libera alla vera scampagnata: tutti ad aprire i cesti pieni di formaggi, carne, salsicce, soppressate e la frittata con maccheroni e cipolle.

La scorpacciata, i giochi… fino all’imbrunire, quando, mestamente, iniziò il ritorno al paese, con i miei amici e con un po’ di magone, perché avremmo dovuto aspettare, purtroppo, un altro lungo anno per un’occasione così lieta. Devo riconoscere che la mia prima scampagnata alla Madonna della Cappella fu fortunata, perché il clima ci fu amico: capita spesso, infatti, che la festa sia accompagnata dalla pioggia, ma la gente certo non si spaventa per i capricci della primavera, ed accorre sempre numerosa.

Tutto questo, dicevo, accadde nel lontano 1956. Che cosa è rimasto, oggi, di una tradizione che coinvolgeva la cittadinanza tutta? La storia ha continuato a marciare, i cambiamenti sono stati molti e anche questo appuntamento religioso-campagnolo non ha più il sapore genuino di un tempo, quello che noi amiamo ricordare: lo spirito si è affievolito, il folklore ruspante di quell’epoca è evaporato. Sotto certi aspetti, però, anche il presente offre le sue novità positive. Se in passato si poteva vedere la Madonnina solo una volta all’anno, dal Duemila in poi le cose sono cambiate. Nove giorni prima della ricorrenza, la statua esce dalla cappella e viene portata in processione nella Chiesa Madre della nostra cittadina per la cosiddetta novena. La sera della vigilia (l’ultimo venerdì del mese di aprile, ndr) con una maestosa fiaccolata seguita con partecipazione dalla popolazione locale, la statua viene riportata in processione nella Cappella, dove si tiene una veglia notturna («Sò iutë a wardä a’ M’ädònnä», usano dire i compaesani).

Il giorno dopo (l’ultimo sabato del mese di aprile), il colle su cui è costruito il santuario, che dista circa cinque chilometri dal paese, è raggiunto a piedi da numerosi pellegrini e fedeli, in arrivo anche dalle località limitrofe. Sempre secondo la tradizione, accedono alla cappella della Madonna recitando il Rosario: prima di entrarvi, in segno di devozione e ringraziamento, effettuano tre giri intorno all’edificio stesso. Tra le usanze, resistono ancora le famose verghe (gli altissimi stendardi infiorati, adorni di fazzoletti e trine multicolori, di cui parlavamo in precedenza) e i lunghi solchi (minimo tre) che i contadini tracciano nei campi, partendo dai dintorni del santuario, gareggiando per farli quanto più lunghi e dritti possibile. Dopo la messa recitata all’aperto, al momento della tradizionale e affollatissima processione (a mezzogiorno, al momento dell’Angelus), si aprono le cassette di legno poste ad altezza d’uomo sulle verghe e si liberano le colombe, con un chiaro riferimento alla Vergine Assunta. Oggi la chiesa e i suoi prati sono recintati da una bella staccionata di legno; ci sono anche alberi e diverse panchine su cui sedersi per godere il panorama. Rispetto agli anni passati, sono pochi quelli che, durante la festa di primavera, raggiungono il santuario a piedi: è il progresso, tutti in macchina … Peccato che, dopo qualche centinaio di metri, tutte queste auto siano già lì ferme, in coda, a caccia di parcheggio, con conseguente brulichio di lamiere…

Tutti incolonnati, intorno alla nostra povera chiesetta. Non sarebbe meglio affrontare, sin dall’inizio, il tragitto a piedi, come ai vecchi tempi? Ma pochi lo fanno: vuoi mettere la comodità di star seduti ad aspettare? Meno male che altre tradizioni resistono, come abbiamo visto: abbiamo ancora le verghe, i solchi, la processione (con un percorso molto ampliato rispetto a prima, quando non c’era la staccionata) e i fuochi pirotecnici. Anche il picnic rimane un appuntamento tradizionale, ma sono pochi quelli che portano il cibo da casa: non si usa più, oggi è out (fuori moda, ndr), i gitanti preferiscono servirsi alle numerose bancarelle che offrono da mangiare e bere in quantità. Con grande rammarico – e con un pizzico di malinconia – di noi ragazzi del ’37, abituati alle frittate con maccheroni e cipolle e alle bibite Fiorilli.

Ad meliora et maiora semper – Watanka!

PaoloAngelo Furbesco
 Milano, aprile 2018

 

Foto: Giuseppe Truisi, Studio Fotografico Vinciguerra, Salvatore Picciuto.