Aggiornamento del Dicembre 2018

‹‹In un angolo di mondo così piccolo e oscuro come la Valfortore, si muove, soffre e gioisce, dorme e veglia, spera e dispera, lotta e riposa la stessa umanità, che si muove sui grandi teatri del mondo con gli stessi sogni e risvegli, vizi e virtù››. Dal 2009 in San Bartolomeo in Galdo, in piazza Giuseppe Garibaldi, ha sede un circolo socio-culturale intestato a Gianni Vergineo, nostro esimio concittadino.

Eccone una breve e modesta biografia.

Storico e letterato, profondamente stimato in terra sannita, per quarant’anni è stato ordinario di Lettere nel Liceo classico Pietro Giannone di Benevento. Su sollecitazione degli editori ha scritto, oltre che saggi diffusi su riviste e opere miscellanee, numerosi libri storici tra i quali “La storia di Benevento e dintorni” in quattro poderosi volumi e una pregevole storia della letteratura. In un’intervista a Luigi Parente del 28 agosto 1985, tra le altre cose, affermò: «Sono nato a San Bartolomeo in Galdo, capoluogo della Valle del Fortore, cioè del circondario più depresso della provincia di Benevento», anche se a modesto parere di chi scrive, bisogna riconoscere che la collina su cui si allarga il paese – coperta di uliveti, vigneti e frutteti – è una delle più pittoresche della zona del Fortore, tra le più selvagge e incontaminate aree naturalistiche del sud Italia. Veduta mozzafiato, questa, percepibile dallo splendido belvedere del palazzo Catalano che domina il centro abitato del paese. «Fortore abbandonato, Fortore dimenticato, Fortore amaro», parole di Roberto Costanzo, deputato europeo e saggista italiano, originario di San Marco dei Cavoti. Figlio di Giovanni e di Lupo Erminia Maria Anna, il nostro Gianni, nato in San Bartolomeo in Galdo il 30 ottobre 1922, fu accolto dai genitori con grande gioia in quanto primo maschio terzogenito (precedentemente erano già nate le sorelle Michelina il 31 ottobre 1911 e Angiolina il 3 maggio 1913). Il padre Giovanni gioiosamente si recò subito presso l’Ufficio anagrafe per registrarlo con il proprio nome; grande però fu la sua delusione nell’apprendere che le allora vigenti leggi lo vietavano per cui, suo malgrado, dovette tramutare il nome Giovanni in Giovannino. A comprova, dall’archivio parrocchiale, nel registro dei battezzati dell’anno 1922, si legge: ‹‹L’anno 1922 il giorno 26 del mese di novembre è stato battezzato dal sac. D’Onofrio Donato, Giovannino Vergineo figlio di Giovanni e Lupo Erminia Maria Anna, nato il 30 ottobre 1922. Madrina, Marzullo Vittoria fu Giuseppe di Baselice. Firmato l’arciprete Saccone››. (Reg. 342 n. 182).

1 L’infanzia trascorse serenamente nell’abitazione al numero 22 di Vico Paradiso (una traversa di via Leonardo Bianchi, nel centro storico del paese), circondato dall’affetto dei genitori, delle due sorelle e dell’ultimo arrivato, il fratello Pasqualino nato il 1 aprile 1925. Come da registri scolastici degli anni Trenta, frequenta regolarmente le elementari (unica scuola esistente allora nel paese). In quei tempi la scuola era dislocata in via Costa al numero 26 (ex seminario) in un complesso in cui coesisteva con il macello e con il carcere: un dramma di stonature e stridori violenti. Chi era destinato a proseguire gli studi si recava nel capoluogo (Benevento) o in seminario diocesano o in collegi francescani. Per tale motivo, tra gli anni 1934 e 1938 si trasferisce a Benevento, presso parenti, per frequentare la scuola di Avviamento al Lavoro Federico Torre con sede in via Bartolomeo Camerario. Purtroppo fu costretto a ripetere l’ultimo anno, bocciato da maestri severissimi e talvolta – a suo dire – anche maneschi. A tal proposito successivamente affermò: ‹‹Ho avuto, certamente, buoni maestri; ma sono stato forse un cattivo discepolo: mi sono fatto trascinare, non guidare, finché non sono stato in grado di camminare da solo. Di essi ammetto con vergogna di non ricordare neppure i nomi››. Dopo l’amaro periodo beneventano torna al paese e, di comune accordo con i genitori, decide di non frequentare più nessuna scuola pubblica, ma di proseguire negli studi soltanto come privatista. Un amico parente da parte materna (Anacleto Lupo) «mi aiuta a riconoscermi, a riavere le mie fattezze, a levarmi in piedi e fidarmi della mia forza e a credere in me». Si educa da sé nei modi di un autodidatta onnivoro. Si chiude in casa, non frequenta più nessuno, continuando a studiare sempre da solo. Affronta, superandola brillantemente, la licenza ginnasiale presso il Liceo classico Ruggero Bonghi di Lucera (provincia di Foggia); quindi si prepara per la maturità. Per motivi logistici preferisce l’idoneità all’ultimo anno presso il Liceo Classico Pietro Giannone di Benevento. La maturità arriva a venti anni (nell’estate del 1942). In questo periodo ebbe la fortuna di conoscere la donna della sua vita. A quei tempi in via Belvedere (ora via Pasquale Circelli) al numero 19, sull’area oggi occupata dal campetto sportivo, esisteva la struttura della Casa della Maternità e del Fanciullo. Assistente sanitaria nonché direttrice era una giovane ragazza marchigiana (nata a Corinaldo il 30 aprile 1922), grintosa ed iperattiva di nome Mara (all’anagrafe Marsialla) proveniente dalla “rossa” Bologna. Era domiciliata in corso Roma 74 presso la famiglia Mucciacito e lì avvenne il loro primo incontro: il giovane intellettuale magro come un chiodo e fermo come una roccia sentì il cuore sobbalzare alla vista della giovane direttrice. Il suo sguardo lo catturò: fu subito colpo di fulmine, vero amore travolgente a prima vista nonostante la diversità politica (lui era prettamente bianco).

Dopo pochi mesi (nel febbraio del 1943) parte per Gradisca d’Isonzo (provincia di Gorizia) dove frequenta un corso per allievi ufficiali di complemento dell’Esercito. Caduta del fascismo e armistizio. Per completare questo corso, il 25 luglio 1943 viene trasferito ad Ardenza di Livorno. Una giornata storica che sconvolge la nazione: il re d’Italia Vittorio Emanuele III dà ordine di arrestare il Capo del Governo Benito Mussolini, decretando la fine del fascismo. Per tutta la giornata viene mantenuto uno strettissimo riserbo su quanto accade. Solo alle 22,45 viene data la notizia. La radio interrompe le trasmissioni per diffondere il seguente comunicato: ‹‹Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito 2 Mussolini, è ha nominato Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, S.E. il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio››. Badoglio, per non destare sospetti nei confronti dei tedeschi, pronuncia in un discorso radiofonico alla nazione queste parole: ‹‹[…] La guerra continua a fianco dell’alleato germanico. L’Italia mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni […]››. Nei giorni seguenti il nuovo esecutivo inizia a prendere contatti con le truppe angloamericane per trattare la resa. Poche settimane dopo, il 3 settembre, viene firmato l’armistizio di Cassibile che rompe il patto d’acciaio con la Germania. Tale armistizio (in realtà una propria resa senza condizioni), verrà reso noto solo l’8 settembre. Ecco il comunicato: ‹‹Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza››. La confusione provocata soprattutto dall’utilizzo di una forma che non faceva comprendere il reale senso delle clausole armistiziali e che fu dai più invece erroneamente interpretata per la seconda volta come la fine della guerra, generarono ulteriore confusione presso tutte le forze armate italiane e che, lasciate senza precisi ordini, si sbandarono. Oltre 600 mila soldati italiani vennero catturati dall’esercito germanico e destinati a diversi Lager con la qualifica di I.M.I. (internati militari italiani) nelle settimane immediatamente successive. Più del 50 per cento dei soldati abbandonarono le armi e in abiti civili tornarono alle loro case. La ritorsione da parte degli ormai ex alleati nazisti, i cui alti comandi, come quelli italiani, avevano appreso la notizia dalle intercettazioni del messaggio radio di Eisenhower, non si fece attendere tanto che fu immediatamente attuata l’operazione Achse (asse), ovvero l’occupazione militare di tutta la penisola italiana. Nelle stesse ore una parte delle forze armate decise di rimanere fedele al re Vittorio Emanuele III, dando vita alla resistenza italiana (da Wikipedia, l’enciclopedia libera). Il nostro giovane sottotenente, fresco di nomina, approfittando del caos creatosi nella sua caserma, unitamente ad altri commilitoni si diede anche lui – in abiti civili- alla fuga riuscendo, con molta fortuna, a sfuggire ai rastrellamenti tedeschi e a far ritorno al paese rifugiandosi presso l’abitazione dei genitori. Così finì la sua amara esperienza militare Riprese quindi gli studi con l’obiettivo della laurea, iscrivendosi all’Università di Napoli. La sua casa (dal 1943 al 1949) divenne il ritrovo di giovami studenti in cerca di una guida che insegnasse loro il difficile cammino per proseguire gli studi. Erano in tanti: quando andavano a ripetizione entravano da una porta e, per non intralciare quelli che aspettavano il proprio turno, uscivano da un’altra. (Ecco alcuni nominativi di ex alunni: D’Ariano, Ianiro, Mucciacito, Spallone, Vinciguerra, ecc. che nel tempo sarebbero diventati insegnanti, professori, dottori, avvocati, notai…).L’agognata laurea giunse nel 1946 (a tre anni dall’iscrizione) quando, di fronte a una sparuta platea presso l’Università Federico II di Napoli venne proclamato, all’età di 24 anni, dottore in Lettere classiche con una tesi in latino sul Corpus Tibullianum propostagli da Francesco Arnaldi, titolare della cattedra di Lingua e Letteratura latina, (e che – a suo dire – spesso lo faceva ricevere dal maggiordomo). Il suo esame scritto di latino era considerato il terrore degli studenti della facoltà di Lettere a causa 3 dell’estrema difficoltà della prova e dell’altissima selettività che ne conseguiva. Questo a testimonianza del fatto che, come studente, Vergineo non era secondo a nessuno. Fresco di laurea (forse la prima nel Dopoguerra di un sanbartolomeano) ebbe subito la fortuna di partecipare al primo concorso per l’insegnamento alle scuole superiori che si svolse a Roma, risultando idoneo. Non riuscì però ad avere neanche un giorno di supplenza, in quanto non gli venne riconosciuto il titolo di Reduce (che gli avrebbe garantito il diritto di precedenza) perché sul suo stato di servizio (foglio matricolare) alla data dell’8 settembre 1943 era riportato Disertore. Dovette aspettare parecchio tempo prima di poter prendere servizio. Soltanto tre anni dopo (nell’estate del 1949) alla chiusura della graduatoria ottenne finalmente la cattedra di Italiano e Latino presso il Liceo Classico Pietro Giannone di Benevento, lì dove si era diplomato. Vi insegnò ininterrottamente per 40 anni fino al 1989, anno del suo pensionamento, ricordato come «docente beneventano, indimenticato storico e leggendaria figura di educatore», quasi idolatrato dai suoi ex alunni che in tutto i beneventano, come biglietto da visita, solevano dire: ‹‹Ho avuto Vergineo come professore››.

Dalla cattedra al matrimonio il passo fu brevissimo: il 24 settembre 1949, all’età di 27 anni, in quel di Bologna corona il suo sogno d’amore convolando a nozze con la fidanzata Coccioni Marsialla (la nostra Mara, anch’essa ventisettenne), unione questa allietata, dopo nove mesi, dalla nascita del primogenito Pier Paolo (Benevento, 29 giugno 1950). Dal 22 novembre 1951 risiedette anagraficamente sempre a Benevento (sua patria di adozione), dove abitò in via Salvator Rosa circondato dall’affetto del coniuge -donna di forte temperamento dedita al lavoro e all’educazione dei figli, nel frattempo diventati quattro con l’arrivo di Giovanni, Giancarlo e Miriam -, dalla stima e dall’amicizia di diversi colleghi e vari intellettuali (medici, scrittori, avvocati, notai), e di qualche politico (dopo il suo gran rifiuto alla politica beneventana). Formatosi negli ultimi anni della dittatura e poi successivamente nella lotta antifascista, fu un fervente cattolico (ma spesso soleva dire «cattolico non militante»). Iscritto alla DC fino al 1960 (ironicamente affermava di essere un cristiano democratico), partecipò all’attività politica prodigandosi con entusiasmo come consigliere provinciale per due legislature (1952 e 1956). Poi vennero le delusioni e con esse la rottura con i dirigenti del partito: vittima di intrighi, di giochi di potere e di politici senza scrupoli, decise d’abbandonare il seggio di vice presidente della amministrazione provinciale e, con la carica, la politica. Con dolore ma senza rimpianti. «Si incammina verso una linea ideologica di sinistra indipendente, con un sogno: la progressiva ricerca di una comune area democratica dei partiti maggiori antifascisti nel segno della carta costituzionale». E questo distacco dalla DC – a suo dire – ebbe inizio con la morte di G.B. Bosco Lucarelli (1954) che per lui ha il significato di una fine e insieme di una rinascita. Questo triste periodo viene allietato dalla gioia per la pubblicazione (1952, Edizioni Paoline, Roma) della sua prima opera dal titolo Un volo spezzato. Descrive la biografia di Geppino Abbamondi, giovane artista morto di leucemia, figlio unico, orfano di padre, ultimo rampollo di una famiglia di Vitulano (piccolo paese in provincia di Benevento). Il volume racconta, attraverso poesie, la vita che si spegne, 4 sotto gli occhi di una madre desolata. Per la sua seconda opera bisogna aspettare tredici anni. Nel 1965 (dalla casa editrice Abete di Benevento) viene pubblicato il volume La virtù espressiva, un’analisi critica del tradizionale tema d’italiano sulla base, non di tesi scolastiche convenzionali, ma di problemi vivi e attivi, pertinenti agli interessi psicologici e socioculturali dei giovani studenti. Tra il 1960 e il 1967, nel breve spazio di sette anni, due tragici avvenimenti stravolgono la sua vita. Aveva compiuto da pochi giorni 38 anni quando, il 23 novembre 1960, all’età di 74 anni (era nata il 12 settembre 1886) muore l’amatissima mamma Erminia. Il dolore è immenso: attraversa un momento molto difficile che riesce a superare grazie al conforto di amici e parenti. Poi un altro gravissimo lutto: all’età di 45 anni, i difficili rapporti con il padre-padrone si interrompono definitivamente con la morte del genitore avvenuta l’8 febbraio del 1967. Aveva 84 anni (era nato il 31 dicembre 1883). Con la perdita di entrambi i genitori, forse liberato da un senso di colpa nei loro confronti, come un crescendo rossiniano di dedica alla stesura di molte opere. In un arco di 22 anni (dal 1967 al 1989) vengono pubblicati i seguenti scritti:

1)anno 1967, Il misticismo di San Bonaventura nel paradiso Dantesco in Incontri Bonaventuriani. Edizioni Quaracchi, Firenze. Dimostra come Dante si avvalga del misticismo francescano per la concezione del paradiso, il regno dello spirito, che solo amore e luce ha per confine.

2) anno 1976, Il cuore antico di Benevento, nei nn. 26-27 di Proposta. Riflessione analitica sul ducato pontificio di Benevento.

3) anno 1981, Un’ipotesi di lavoro sul senso storico della Pontificia Città di Benevento, da Benevento tra mito e realtà di Francesco Romano. Edizioni Filo Rosso, Benevento, I, 34 ss. Racconta il senso del dominio pontificio su Benevento, dalle origini al regno d’Italia.

4) anno 1981, L’oggettività storica come onestà intellettuale, da Benevento tra mito e realtà di Francesco Romano. Edizioni Filo Roso, Benevento, I, 63 ss. È un esame critico di certe forme aride di oggettivismo storiografico.

5) anno 1985, Storia di Benevento e dintorni Vol I Dalle origini mitiche agli statuti del 1230. Edizioni Ricolo, Benevento. Dopo il periodo sannitico-romano, l’opera mette in risalto l’intenso travaglio dell’età longobarda. Dopo la caduta della città nel potere della Chiesa, il volume rappresenta il dramma delle forze locali tendenti alla conquista della dignità civica.

6) anno 1986, Prefascismo, fascismo e post-fascismo Intervista con Luigi Parente: Alle radici del nostro presente a cura di G. DAgostino e P. Villani. Edizioni Guida, Napoli. È una dimostrazione della continuità della classe dirigente beneventana dalla conversione al fascismo alla reincarnazione liberale e democratica del Dopoguerra.

7) anno 1986, Storia di Benevento e dintorni Vol. II Dall’aquila sveva all’aquila napoleonica. Edizioni Ricolo, Benevento. Il volume narra il violento conflitto, tra il mondo clericale e il mondo svevo, per il possesso di Benevento sino al 1799, con gli effetti del volo napoleonico.

8) anno 1987, Storia di Benevento e dintorni Vol. III Dalla restaurazione al fascismo. Edizioni Ricolo, Benevento. Dal congresso di Vienna sino alla liberazione garibaldina della città. Dopo l’Unità l’analisi che lascia intravedere il principio di una lunga marcia verso il fascismo di una classe dirigente liberale borghese.

9) anno 1988, Gaspare Del Bufalo e la restaurazione beneventana. Edizioni Ricolo, Benevento. L’opera tende a dimostrare l’adeguazione dei metodi di predicazione e di proselitismo e la invenzione di un nuovo modello di santità: un modello rivolto all’assistenza e alla beneficenza sociale, non all’espressione di poteri taumaturgici.

10) anno 1988, L’organizzazione amministrativa della Longobardia beneventana, in Farnetum 3, rivista semestrale. Chiarisce il carattere tribale della gens longobarda e il tipo di formazione delle comunità locali.

11) anno 1988, Fragneto Monforte in una pagina di storia beneventana, in Farnetum 4, rivista semestrale. Momento storico, tra il 1130 e il 1140, in cui intorno a Benevento si svolse l’impresa di Ruggero II di Sicilia per ridurre a obbedienza le contee ribelli dell’area normanna e costituire un regno unitario

12) anno 1988, Un figlio delletà barocca. Edizioni Ler, Napoli-Roma. Tratta della dimostrazione di una medicina barocca di un medico filosofo. Dopo quest’ultima opera, nel 1989 (all’età di 67 anni) giunse il fatidico giorno della pensione dopo quarantanni d’insegnamento.

Nei successivi dodici anni, sino al 2001, diede sfogo a tutta la sua immaginazione e al suo estro come scrittore e storico lasciandoci in dote innumerevoli opere come:

  1. 1) anno 1989, Fragneto Monforte da Ruggero II a Carlo d’Angiò, da Farnetum 5, rivista semestrale. Serie di indizi che lasciano trasparire il gioco degli interessi feudali.
  1. 2) anno 1989, Miti e coscienza del Sannio, da Farnetum 6, rivista semestrale. Saggio di liberazione del Sannio dai miti che ne offuscano il volto storico.
  1. 3) anno 1989, Storia di Benevento e dintorni, Vol. IV: Dalla democrazia alla pentarchia. Ed Ricolo, Benevento. È la storia del Dopoguerra e dell’Italia repubblicana del Comune di Benevento, sino al decennio post-sismico dell’illegalità coperta dal pretesto della ricostruzione e dello sviluppo.
  1. 4) anno 1989, Il Sannio: Mito etnico e coscienza critica, in Cultura e Società. Periodical Magazine, Roma. Il saggio mira a sfatare la leggenda di un Sannio etnicamente puro.
  1. 5) anno 1989, I riti settimanali dell’Assunta di Guardia Sanframondi, da Segnali a. III. All’interno della festa cristiana si coglie la potenza materna della Grande Madre nell’infondere nei figli devoti la grande fede.
  1. 6) anno 1990, Storia di Benevento, la storia dei comuni del mezzogiorno. Arte Tipografica, Napoli. È una sintesi scandita nelle frequenze più qualificanti della civiltà beneventana (sannita, romana, longobarda, pontificia e nazionale).
  1. 7) anno 1990, Benevento un palinsesto di memorie, con Gramignazzi Serrone in Benevento fascino di una città. Edizioni Electa, Napoli. Un profilo storico-culturale della città.
  1. 8) anno 1990, dal capitolo Colonia latina: storia di fedeltà, saggio in Benevento fascino di un’antica città. Edizioni Electa, Napoli. L’immagine urbana della città dal 268 a.C. al 369 d.C.
  1. 9) anno 1991, La Passione del Sannio nel Risorgimento nazionale, con Mario De Agostini da Il Sannio brigante. Edizioni Ricolo, Benevento. La rivolta del sud, dal primo movimento reazionario delle rivendicazioni demaniali, alla degenerazione brigantesca: dal tentativo borbonico di strumentalizzazione politica, utilizzando le carte dell’archivio di casa D’Agostino di Campolattaro.
  1. 10) anno 1991, Tattiche temporeggiatrici, con Mario De Agostini da Il Sannio brigante. Edizioni Ricolo, Benevento. Descrive il 1862, anno di Aspromonte e dello Stato d’assedio, e l’anno 1863 con il grande brigantaggio nel Sannio.
  1. 11) anno 1991, Epilogo da Il Sannio brigante con Mario De Agostini. Edizioni Ricolo, Benevento. Racconta il destino dei briganti superstiti costretti a divenire emigranti con un particolare riguardo a Cosimo Giordano, catturato con un tranello dopo decenni di latitanza in Francia, non più brigante, ma onesto lavoratore e padre di famiglia.
  1. 12) anno 1991, Estate di Fuoco a Pontelandolfo e Casalduni da Il Sannio brigante, con Mario De Agostini. Edizioni Ricolo, Benevento. La verità storica sui fatti avvenuti nell’agosto 1861 raccontata da Saverio Golino.
  1. 13) anno 1991, Vecchio e nuove mafie, introduzione a Per rabbia e per amore di Ornella Mariani. Edizioni Pironti, Napoli. Indagine sui motivi della trasformazione della camorra tradizionale di Napoli.
  1. 14) anno 1992, Miti e coscienza del Sannio, in Segnali a. V, nn. 8-12. Una lunga critica sulla realtà oggettiva del Sannio preistorico che resta un mistero.
  1. 15) anno 1992, Fragneto Monforte tra Angioini e Aragonesi, in Farnetum 10-11, rivista semestrale. La storia del feudo con tutti gli espedienti di alleanze domestiche, di combinazioni matrimoniali e di usurpazioni astute.
  1. 16) anno 1993, San Nicola di Mira tra mito a leggenda, in Farnetum 14, rivista semestrale. Studio delle metamorfosi del patrono di Bari, dei suoi viaggi e cambiamenti nell’Italia meridionale.
  1. 17) anno 1993, Le stanze del potere in Mosaico beneventano di Elio Galasso. Edizioni Torre della Biffa, Benevento. La storia del potere politico di Benevento sotto il Governatore Stefano Borgia.
  1. 18) anno 1994, Benevento negli anni settanta, in Benevento e la sua storia di Nicola Russo. Edizioni Sannio Sport, Benevento. Racconta il decennio successivo alle contestazioni giovanili della fine degli anni Sessanta.
  1. 19) anno 1994, La festa dell’uva e la Madre dei sette dolori, dalla Festa dell’uva a Solopaca in AA.VV., Benevento. Un saggio sulla festa solopachese dell’uva, legata alla ricorrenza della Santa Croce e della Madonna addolorata.
  1. 20) anno 1994, I morti ritornano da Fantasmi filantropi formiche in AA.VV. Edizioni Evelius, Benevento. Lo sfascio dei partiti politici dopo tangentopoli.
  1. 21) anno 1995, L’Egitto a Benevento, in Rivista Storica del Sannio, 2. È un’ampia descrizione dei pezzi egizi esposti al Museo del Sannio.
  1. 22) anno 1995, Il figlio della sofferenza. Società Editoriale La Scarana, Morcone. Il libro analizza, in maniera critica, la figura di Padre Pio da Pietrelcina, recentemente elevato agli onori degli altari da papa Giovanni Paolo II con una testimonianza di padre Eusebio Notte, vissuto accanto al frate dal 1960 al 1965, negli anni più dolorosi della sua vita.
  1. 23) anno 1995, Antonio Mellusi e l’Apoteosi del Sannio. Edizioni Realtà Sannita, Benevento. Racconta di un personaggio mazziniano e repubblicano vissuto tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento: storico, letterato, poeta, che per un abbaglio fatale vede in Mussolini il realizzatore del sogno di Mazzini.
  1. 24) anno 1996, Le vie del sapere, introduzione a Futuri possibili della tecnologia multimediale di Guido e Salvatore Rampone. Prende in considerazione le vie del sapere dal tragitto della sapienza oracolare sino alla multimedialità della tecnologia elettronica e all’espansione democratica planetaria del sapere.
  1. 25) anno 1996, La coltura letteraria italiana, I: Dal medioevo allevo moderno. Edizioni Il Portico, Benevento. Il senso della civiltà letteraria italiana dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente sino all’illuminismo.
  1. 26) anno 1996, La coltura letteraria italiana, II. Dal neoclassico al postmoderno. Edizioni Il Portico, Benevento. Il nuovo senso della vita, dalla tragedia dell’età napoleonica, sino al travaglio mortale del Novecento.
  1. 27) anno 1996, L’Università e la cultura, in Rivista storica del Sannio, 2. Saggio di valutazione dei fini del mondo accademico nel suo divenire storico, alla luce delle mutazioni ideologiche e trasformazioni economiche-sociali.
  1. 28) anno 1996, Voci di dentro, introduzione ad Album di famiglia. Edizioni Maloeis, Benevento. Confessioni, in chiave ironica, di personaggi politici, amministratori, uomini.
  1. 29) anno 1996, Il Sannio perduto, introduzione a Il Sannio da ritrovare di Antonio De Lucia. Edizioni Kat, Benevento. È un esame di coscienza che passa in rassegna tutti i guasti prodotti da un decennio di smarrimento nel senso della legalità e della coscienza civile.
  1. 30) anno 1996, L’uomo della croce, in Padre Pio da Pietrelcina di V. Scocca. Edigrafica Morconese, Benevento. Ribadisce il concetto dell’essenza contadina del modello di santità espresso da Padre Pio.
  1. 31) anno 1997, Il sapore delle radici, introduzione a Comunità Fortorine tra passato e futuro, di Angelo Fuschetto. Edizioni La Scarana, Benevento. Parla della difficoltà di rintracciare le radici delle comunità fortorine.
  1. 32) anno 1998, La via seminale della storia, in Rivista storica del Sannio, 2. Una dimostrazione della fecondità del metodo seminariale della ricerca storica sulla base del principio Dio è nel particolare.
  1. 33) anno 1998, Fortore solitario, introduzione in AA.VV. Il Fortore origini e cadenze di una solitudine, a cura di Pier Luigi Rovito. Edizioni Arte tipografica, Napoli. È una panoramica della solitudine della Valle del Fortore, dal beato Giovanni, eremita da Tufara, sino agli sconvolgimenti dell’età moderna.
  1. 34) anno 1998, Il circondario del Fortore, in AA.VV. Il Fortore origini e cadenze di una solitudine, a cura di Pier Luigi Rovito. Edizioni Arte tipografica, Napoli. Cita l’andamento storico-sociale, economico, culturale dei Comuni del III circondario di San Bartolomeo in Galdo.
  1. 35) anno 1998, Un battito d’ali, in AA.VV. Trentanni dopo: il Sessantotto a Benevento a cura di Carlo Panella. Edizioni Il Quaderno, Benevento. È un ripensamento della contestazione studentesca, alla luce degli avvenimenti successivi.
  1. 36) anno 1998, Benevento romana. Edizioni Kat, Benevento. Un affascinante viaggio nella Benevento conquistata dai Romani. La città dei Sanniti sconfitti divenne uno dei centri più importanti del Mezzogiorno sotto l’azione degli architetti e dei pianificatori dell’Urbe.
  1. 37) anno 1999, Attori e scenari della Longobardia beneventana, in Erchemperto, Storia dei Longobardi beneventani tradotta e curata da Raffaele Matarazzo. Edizioni Arte tipografica, Napoli. È un affresco storico della civiltà longobarda, dalle origini alla fine (VI-XI secolo).
  1. 38) anno 2000, I cavalieri dell’apocalisse e i sentieri della storia, in Rivista Storica del Sannio, n.12. Affronta i temi e i problemi posti dalle calamità naturali, epidemie, pestilenze, terremoti, inondazioni da un punto di vista storiografico.
  1. 39) anno 2000, Il volo di Icaro, in AA.VV., in Miscellanea Sannio a cura di G. Bartolini Luongo. Edizioni Acss, Benevento. Descrive l’avventura intellettuale di Francesco Flora nel cielo del primo Novecento.
  1. 40) anno 2000, Benevento degli anni Ottanta: l’eclisse della ragione politica, in Il Benevento e la sua storia di Nicola Russo. Edizioni Sannio Sport, Benevento. È un esame del decennio più tumultuoso e caotico sui molteplici settori della vita cittadina, in modo particolare sul piano sportivo: il calcio in prima linea.
    1. 41) anno 2000, Tra due secoli, in AA.VV. Antonio Mellusi tra macerie e miti dell’Italia liberale, a cura di Raffaele Matarazzo. Arte tipografica, Napoli. Il saggio ricostruisce, nell’ambito del radicalismo tra due secoli, la figura emblematica del Mellusi.
  1. 42) anno 2000, Il brigantaggio e l’unità nazionale, da Briganti in terra nostra. Edizioni Crabs Calvi, Benevento. Il vinto Sud continua a gemere sotto un sistema ancora sostanzialmente feudale e il Nord vincitore sconta la violenza oppressiva della civiltà meridionale con la cattiva coscienza di un’alleanza infame col baronaggio, sino alla Costituzione repubblicana del 1948.
  1. 43) anno 2001, La via del ritorno: segni di civiltà beneventana. Arte tipografica, Napoli. Un viaggio alla ricerca delle tracce che sostanziano la civiltà del capoluogo cittadino. La via del ritorno è la via della memoria.

Quest’ultima opera, scritta all’età di 79 anni, fu la sua ultima fatica. Lo stesso anno (a due anni dalla sua dipartita), dalla sua tana colma di libri come segno premonitore lanciò il suo ultimo messaggio: «È cattolico e profondamente religioso ma è alieno dai formalismi bigotti. La fede in Dio, eredità materna, è la sua forza. Crede che la grazia, come la provvidenza, si manifesti per via naturale: i veri miracoli sono per lui le esperienze interiori di salvezza, non gli spettacoli taumaturgici. Giunto alla riva della speranza nella solitudine, ora attende, dopo una vita felice, il resoconto finale, con serenità, in una famiglia spiritualmente concorde e tranquilla. È afflitto da un grave handicap visivo, cui pone rimedio in parte con un ingranditore ottico, e dai fastidi senili, cui non trova rimedio convincente, ma non per questo rinuncia al suo ottimismo pensoso. È convinto che la vecchiaia non è un’attesa della morte, ma il compimento della vita, perciò non prende in considerazione l’eutanasia. La vecchiaia è il tempo della concentrazione e del raccoglimento, in cui l’uomo tira le somme della sua esistenza, fa i conti con se stesso, si conosce come non mai, al di là delle false immagini, e apprende per la prima volta i limiti del suo carattere e del suo talento, l’essenza della sua anima. E in questa scoperta del suo vero volto, scopre anche la verità di un Logos (scegliere, raccontare, ndr) che si incarna perennemente nella concretezza della persona umana, che muore e rinasce nell’uomo e per l’uomo. E dona al dolore una luce di grazia. La sua libertà è la fedeltà al destino. Il suo ideale è la volontà di Dio». Neppure la malattia che lo corrodeva riuscì ad offuscarne gli interessi o ad allentarne il ritmo del lavoro. L’ultima visita a San Bartolomeo avvenne il 29 giugno 2002 in occasione della presentazione del libro di Alfredo Del Re San Bartolomeo in Galdo, eventi e…commenti dal 1969 al 2000, attraverso servizi giornalistici. (Grafica Spallone, San Bartolomeo in Galdo, 2002). Il crollo giunse, invece, con la morte della sua amatissima moglie Mara che improvvisamente lo lasciò all’inizio dell’anno 2003, all’età di 81 anni in una casa vuota. In merito, ecco le parole di Pier Luigi Rovito (da Ricordo di Gianni Vergineo – Arte Tipografica, 2003): ‹‹Per non disturbare i figli che da poco avevano lasciato il capezzale dell’inferma, attese il mattino stringendole la mano. Un addio silenzioso e straziante, questo, appena mitigato da una fortuna che, per la verità, mi stupì: accanto a quello della defunta mi disse aveva trovato anche un altro loculo per sé. Era un presagio di morte, forse la definitiva rinuncia a vivere››. Infatti, pochi mesi dopo, il 21 giugno dell’anno 2003 rese la sua anima a Dio in Benevento. Aveva 81 anni (la stessa età della sua cara moglie). Avevano vissuto insieme per 54 anni.

In merito alla sua morte, ecco il pensiero di Francesco Morante riportato dal giornale Benevento-la libera voce del Sannio in data 4 luglio 2003: «La scomparsa di Gianni Vergineo priva la cultura beneventana di una delle sue voci più alte e limpide.

Docente per quarantanni al Liceo Classico Giannone. Ha avuto il merito di formare più di una generazione di beneventani, che al suo insegnamento hanno sempre riconosciuto un ruolo fondamentale per la propria formazione. Impegnato in politica, negli anni del secondo dopoguerra (è stato vicepresidente dell’Amministrazione Provinciale), abbandona presto l’impegno politico attivo per dedicarsi all’insegnamento, nonché alla ricerca storica. E in realtà Gianni Vergineo verrà probabilmente ricordato soprattutto per la sua opera di storico: la sua Storia di Benevento rappresenta ormai un punto di riferimento insostituibile per la storiografia locale. Fu proprio per questo suo immane lavoro (la Storia pubblicata da Ricolo si compone di ben quattro volumi) che ebbi modo di conoscerlo oltre quindici anni fa. Gli chiesi un’intervista per questa testata, per avere qualche anticipazione del quarto ed ultimo volume di imminente pubblicazione. Fu l’inizio di una propria e vera amicizia, basata su una reciproca e sincera simpatia. Era una persona sempre disponibile. Bastava una telefonata ed era sempre pronto per chiacchierate che si prolungavano per ore e ore. Di lui si ammirava, più che la sconfinata cultura, soprattutto la saggezza. Se c’è un significato che si può dare a questo termine è proprio in riferimento al professore Vergineo. Aveva il senso misurato delle cose, percepiva quasi il disegno complessivo del tutto, e diceva sempre la parola giusta al momento giusto. E al fondo di tutto vi era una visione profondamente religiosa della vita. In più di un’occasione mi ha detto di credere e di confidare nella divina provvidenza. Né più né meno. Come dire: c’è sempre un significato per ogni cosa che accade o accadrà, anche se noi non lo capiamo o non vogliamo capire. Ma accettare il destino, senza forzature o tensioni, è il più alto gesto di saggezza che si possa compiere, perché significa accettare il giusto corso delle cose. Oggi che Gianni Vergineo è venuto a mancarci, è soprattutto un maestro di vita che piangiamo: una persona di un’eroica statura, per il suo altissimo profilo etnico e per la lucida coscienza con la quale ha sempre vissuto la sua vita, senza concessioni a falsi miti quali il successo o la personale realizzazione. Un maestro che davvero ci mancherà tantissimo».

Premio speciale nel 2003 alla sua memoria, da parte della Provincia di Benevento: «Insigne Maestro, faro della cultura italiana e sannita, uomo esemplare».

Quest’anno ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, per cui è d’obbligo riportare, in merito, alcuni suoi pensieri:

1) dallo scritto Fortore solitario, anno 1998 : «L’unificazione nazionale non porta in queste terre che uno strazio maggiore, perché schiera a difesa del fronte borghese il carabiniere, l’ufficiale giudiziario, il militare: tribunali, questure, prefetture. Ai signori nati subentrano i signorotti togati. Spazzati via gli enti ecclesiastici, le assistenze e beneficenze di origine cattolica; ridotti i demani nelle mani dei galantuomini; ristretti gli spazi di movimento della povera gente, la lotta per la sopravvivenza diviene disperata. La storia moderna di San Bartolomeo in Galdo prende un abbrivio anti-contadino: muoiono di fame. Il brigantaggio contadino è finito; quello dei galantuomini è rimasto. Non contro lo Stato ma dentro lo Stato».

2) dal libro Il Sannio brigante nel dramma dell’Unità italiana (Ed. Ricolo, Benevento 1991): ‹‹È ammirevole, spesso, la paziente cura con cui si frugano carte su carte, riportando lunghe file di nomi, anni di prigione, sentenze di ergastolo, sequele di fucilazioni. Ma c’è sempre qualcosa che non si dice. Spesso è qualcosa che non si può dire. Per questo è un processo tragico, in cui esistono solo i documenti dell’accusa, di coloro che sanno leggere e scrivere, dei galantuomini che hanno archivi familiari, dei vincitori che cancellano le tracce dei vinti. Non esistono i documenti dei briganti. Sono raccolte appartenente alla sponda della verità militare: memorie attinte in carcere, elaborate, manipolate, fatalmente adulterate. Il silenzio dei vinti resta totale: reso ancora più sacro e inviolabile dalla morte. E, col silenzio, restano, grevi, le tenebre dell’infamia sull’esercito dei disperati senza nome e senza patria, tolti pochi volti, che almeno sopravvivono nella luce sinistra di una storia nemica e incomprensiva››.

3) dal libro Il Museo della Civiltà contadina nell’Area del Fortore e Montefalcone V.F. (Rassegna stampa a cura di Cosimo Nardi, AGM, Ceppaloni, 1991): ‹‹La storia della Valfortore è quella di un immobile destino di isolamento e di miseria: una storia senza svolgimento, segnata dalla disperazione e dalla rassegnazione. Dalla Unità d’Italia all’ultima guerra, i sintomi di novità non sono che accidenti estrinseci e sovrapposti. Quando si costituisce la Provincia di Benevento, sulla base dell’elenco dei Comuni presentato da Carlo Torre al Consiglio di Luogotenenza il 24 novembre 1860, sorgono nelle popolazioni locali assurde speranze di rinascita. Cè come una gara a uscire dai vecchi gusci borbonici per entrare a far parte della nuova realtà provinciale. S. Bartolomeo, escluso dall’elenco, si agita per liberarsi dalla Capitanata e confluire con il suo carico di problemi nella Provincia beneventana. Ci riesce. E il 17 gennaio 1961 diventa capoluogo del Terzo Circondario. L’unità nazionale è come un fuoco di paglia: dà solo l’illusione della luce e del calore. Ma lascia un pugno di cenere. La gente si rende subito conto che il passaggio nella nuova Provincia non porta altro che un cambiamento di posizione burocratica e, sotto certi aspetti, una serie addizionale di squilibri, per il mutamento delle coordinate di riferimento.

Comincia un diverso, ma non meno cruento calvario: rivolte, incendi, atti di brigantaggio: tutta una catena di sciagure che moltiplica la ferocia repressiva degli apparati statali e la sofferenza delle popolazioni. L’area del Fortore resta nella storia dell’Italia Unita a designare una storia di separatezza e di abbandono, scandita sul ritmo monotono della sottomissione e della ribellione, caratterizzata da duri sonni e tragici risvegli, da cupa disperazione e da vane speranze. Il destino della Valfortore porta la firma della storia e degli uomini che l’hanno determinata. E un determinismo promosso da decisioni e scelte precise, che spiegano la persistenza tenace di un’oligarchia di proprietari terrieri che sfrutta il lavoro del contadino senza una risorsa naturale; che vede nella terra il sostrato del suo potere economico e del suo prestigio sociale; che disprezza il lavoro delle mani, sia pure sotto forma di iniziativa imprenditoriale, come se fosse un’attività degradante; che non ha amore né interesse per il potenziamento produttivo dei suoi fondi; ma si compiace di vivere oziosamente di rendite parassitarie, prendendo per la gola la povera gente, con tipi di contrattazione agraria che rimettono il contraente disarmato all’arbitrio della sua volontà. Così il proprietario sfrutta il contadino e il contadino sfrutta la terra con metodi di coltura estensiva, a livelli superficiali, diretti a ritrarre il massimo vantaggio possibile dall’estensione più che dalla profondità dei rivolgimenti, dalla continuità più che dalla rotazione delle colture. La questione dei demani gronda ancora di sangue. Un’operazione, inizialmente rivolta a sollevare le sorti dell’agricoltura, col consentire anche al contadino povero di entrare in possesso di parti delle terre comuni e delle opere pie, a condizioni apparentemente ragionevoli, si converte, nel gioco scaltro che la borghesia agraria riesce a inventare, in un grande banchetto dei ceti già benestanti.

E ciò proprio per la padronanza del sistema creditizio e delle leve di potere finanziario. Cosicché i contadini poveri vedono manovrati contro i loro diritti proprio i congegni creati per la loro difesa. E, anche se qualcuno riesce ad ottenere qualcosa alla fine, per gli oneri insostenibili di cui viene gravato, deve rassegnarsi a cadere nelle mani degli esperti manovratori. Così i beni demaniali vanno per le parvenze della quotizzazione, a concentrarsi ugualmente nelle mani del grande possessore; i beni ecclesiastici sono ceduti a godimento speculativo e quasi direi ad usura. Nella Valfortore tutto è veramente come prima. Gli stessi uomini dello Stato nazionale sono costretti a riconoscerlo. E passato il ciclone garibaldino; è passato il brigantaggio; è passato il sogno dell’unità nazionale. Ma la Valfortore resta incatenata al suo destino di immobilismo››.

La mia grande speranza. I circoli vanno e vengono: le strutture, invece, rimangono indelebili per sempre nel tempo. A quando l’intervento dell’attuale Amministrazione comunale per un adeguata riconoscenza nei riguardi di questo illustre concittadino? Per esempio con l’inaugurazione di un Largo Vergineo in prossimità della sua vecchia abitazione in Vico Paradiso 22, nel prossimo anno 2012, in occasione della ricorrenza del suo novantesimo anno di nascita? Magari anche con una targa con impressa la sua frase citata all’inizio di questo mio scritto: ‹‹In un angolo di mondo così piccolo e oscuro come la Valfortore, si muove, soffre, e gioisce, dorme e veglia, spera e dispera, lotta e riposa la stessa umanità, che si muove sui grandi teatri del mondo con gli stessi segni e risvegli, vizi e virtù››.                                   

APPENDICE

Dicembre 2018

Premessa

Nell’autunno 2009 pubblicavo sul sito sanbartolomeaninelmondo.it una ricerca sul professore e saggista Gianni Vergineo. Poco tempo dopo, sulla casa paterna a San Bartolomeo in Galdo, in vico Paradiso, 22, veniva  posta una targa marmorea con la seguente dicitura: «Gianni Vergineo – S. Bartolomeo in Galdo 30 -10-1822 Benevento 21-6-2003 – Storico e Letterato – Il mio dono di parole valga almeno come testimonianza di antico affetto per il paese che mi ha dato la vita: i sentimenti, i pensieri, i sogni più belli e più cari. Ed ora mi dà l’occasione di rinascere attraverso la sua storia». Colgo l’occasione di questo mio nuovo scritto per formulare un auspico: che l’attuale Amministrazione, guidata dal sindaco Carmine Agostinelli, continui l’opera di ricordo e di gratitudine nei confronti della figura del nostro illustre concittadino. Mi permetto di avanzare una proposta: la posa di una targa toponomastica “Largo Vergineo” di fronte alla sua abitazione e l’installazione, in via Bianchi angolo vico Paradiso, di un cartello turistico-segnaletico “Casa di Vergineo”.

Sono grato a Salvatore Colatruglio  (amico dalla metà degli anni Settanta,

dai tempi in cui frequentava l’Università a Pescara) perché mi permette di perfezionare e completare il mio scritto. Lo scorso primo settembre, nella  Biblioteca comunale, ho infatti assistito alla presentazione del libro da lui curato Gianni Vergineo. San Bartolomeo in Galdo (Dalla libertà feudale  alla libertà moderna). Un percorso fuori argine (Saggio di autocoscienza), volume pubblicato dalle Edizioni Realtà Sannita (Benevento), evento ch ha visto la partecipazione di Carmine Agostinelli (Sindaco di San Bartolomeo in Galdo), di Mario Pedicini (giornalista e scrittore), di Giancarlo Vergineo (docente di materie letterarie nei licei) e -appunto- di Salvatore Colatruglio dottore commercialista). A coordinare gli interventi,  Giovanni Fuccio, direttore Realtà Sannita. Dopo i saluti del Sindaco, il libro è stato presentato dal secondogenito di  Vergineo, Giancarlo (1962), che ha sottolineato tra l’altro come  i due saggi che compongono il  volume siano legati tra loro da  una  profonda logica interna:«Si tratta della descrizione di due paesaggi, complementari l’uno all’altro: un paesaggio storico-culturale il primo; un paesaggio dell’anima il secondo, che nel primo trova le ragioni più profonde del proprio essere. Due aspetti della stessa realtà dell’uomo (di ogni uomo) che è il frutto di quel terreno storico, culturale, sociale, familiare in cui affonda le proprie radici».  La presentazione è continuata con l’intervento di Mario Pedicini, alunno di Vergineo nei tre anni di liceo al “Giannone” di Benevento, da ottobre 1958 a luglio 1961: «Vergineo non ha mai “schiaffato” un tre, anche perché non usava mai il registro di classe. Durante tale periodo sono stato interrogato  solo tre volte; una volta all’anno. A quelli in difficoltà nell’apprendimento era costantemente vicino. Li interrogava spesso non per torturarli, ma per aiutarli a sconfiggere la timidezza, a uscire da uno stato di soggezione sociale e psicologico. Perché  la scuola non è fatta per appiattire, ma per far si che tutti ottengano il massimo». A suo dire, Vergineo era guardato con sospetto: i suoi superiori non riuscivano a comprendere come mai, nelle commissioni d’esame, volesse fare soltanto  il membro interno; una volta,  che era impegnato a Napoli, intervenne di persona a Benevento per scongiurare quello che riteneva essere un maneggio ai danni dei suoi alunni, perché molti erano rimandati a settembre. «Era un ribelle,  uno spirito libero, terso, pulito, un uomo onesto e serio», ha raccontato Pedicini: «Vergineo era unico. Tante volte avrei voluto abbracciarlo, gli  ho solo sfiorato la guancia sul letto di morte». Il curatore del libro, Salvatore Colatruglio era molto emozionato. Alla fine della bella presentazione,  dopo una lunga e appassionata descrizione del libro ha  affermato: «Questo è un atto d’amore di Vergineo per il suo paese», aggiungendo che, abitando in vico Paradiso, il professore ci stava  certamente guardando, e sorridendo, da lassù. Durante la presentazione, come un piacevole fuori  programma,  sono intervenuti anche due ex alunni: il signor Carlo Durante ed il professore  Carlo Spallone. Di quest’ultimo, sono onorato di riportare l’ emozionante ricordo di Vergineo, seguito in assoluto silenzio da tutta la platea, che alla fine ha tributato a questo nostro illustre compaesano (classe 1928) una vera ovazione:
« Solo due minuti. È solo per un doveroso pensiero-ricordo verso il prof. Gianni Vergineo, mio caro maestro, cui devo tanto, che mi è stato di guida nei primi anni  di studi superiori. Erano gli anni dell’immediato dopo guerra; gli istituti scolastici riprendevano lentamente e parzialmente la loro attività. È il momento in cui Gianni Vergineo comincia, a San Bartolomeo, la sua attività di docente con le lezioni private, un lungo tirocinio mai interrotto. Qui scopre la sua educazione, nata in conflitto con la scuola – scriverà poi – e finita nella scuola. Furono tanti gli allievi, provenienti dai paesi limitrofi. Quasi tutti gli insegnanti della scuola elementare di San Bartolomeo, a quei tempi, hanno avuto come maestro Gianni Vergineo, sia  per il conseguimento del diploma sia per i successivi concorsi per l’ammissione in ruolo. Vorrei ricordare anche la sua preziosa opera in favore dei reduci, rientrati dopo l’evento bellico. Con costante impegno li guidò fino al conseguimento del titolo di studio. Vergineo aveva una carica umana straordinaria, prendeva a cuore tutte le situazioni, era disponibile verso tutti. Ha lasciato il segno  sul versante dell’istruzione. Egli era solito affermare che ogni vero educatore ha la sua cultura da trasmettere; egli dà ciò che ha, il sapere che possiede e lascia all’alunno la libertà di atteggiarsi nella forma più congeniale al suo temperamento. «La dinamica dello scambio intersoggettivo –affermava – è la sola via che porta alla formazione integrale della personalità». Dopo il trasferimento a Benevento, al liceo classico, Vergineo continua l’eccellente percorso di docente. I suoi principi educativi si rafforzano sempre di più nell’ambito scolastico cui – egli dice  – è debitore delle scoperte pedagogiche più penetranti. La sua encomiabile azione didattica continua senza interruzione, con la passione di sempre, con straordinaria personalità. Fortunati quegli alunni che, al liceo classico di Benevento, hanno fruito della sua preziosa opera di educatore. Io non entro in merito alle due opere inedite di Vergineo, oggetto di questo incontro, saranno i promotori della manifestazione a presentarne i contenuti e a illustrare la figura di docente, di storico e di saggista dell’autore. Io ho voluto solo ricordare la breve parentesi di Vergineo, quale docente, sia  pure di privatisti, a San Bartolomeo in Galdo. E chiudo … Chiudo con una definizione eloquente del dott. Pedicini: “Vergineo era unico”». Nel ringraziare l’amico Carlo per queste parole,  e dopo il resoconto della presentazione alla biblioteca, torno alla ricerca su Gianni Vergineo di cui parlavo all’inizio di questo testo.

1) L’infanzia e la fanciullezza

Chiudete gli occhi e immaginate: «Un bambino triste, immobile su un balcone aperto all’intera vallata del Fortore, in contemplazione estetica dei paesaggi montani, dove sgorgano le sorgenti del fiume. Non altro». Questa è la foto che ci trasmette Vergineo della sua tribolata infanzia, nel corso degli anni Venti. L’immagine di quel momento di sospensione, del    bambino rapito nel panorama della valle, «non è un fatto: è un evento, un segno del destino». Il bambino del balcone, in ansia di fuga verso orizzonti indefiniti, «era psichicamente insicuro. Bisognoso di alimento affettivo. Tanto da sognare altri lidi». Gianni Vergineo racconta che il maestro era amico di suo padre e, di conseguenza, informatore zelante delle sue devianze. Ne condivideva la filosofia della «frusta quale strumento di raddrizzamento ortopedico della schiena. Se le bacchettate di ulivo non bastavano c’erano altri rimedi. Come si fa, in queste condizioni a non avere complessi psichici dolorosi? Io ne so qualcosa».

2) Rapporto con i  genitori

Certo non è un mistero che il rapporto con il padre-padrone è stato abbastanza travagliato, per non dire molto difficile. Non accettava la severità del proprio genitore, con il suo «ciglio adirato», per cui si affidava alla figura della madre. Ha avuto sempre timore di parlare degli effetti dell’educazione paterna per non tirarsi addosso i fulmini dei custodi del comandamento  che impone di onorare il padre e la madre. A suo modo di vedere, la famiglia è come una comunità organica:   funziona se ogni parte svolge la sua funzione in armonia col tutto; non funziona, se una parte si fa tutto. Scrive che il padre era un possidente, professione che gli sembrava  alquanto strana, e come tale il suo idolo era la proprietà.  In merito ecco che cosa annota: «I nuovi padroni non sono nobili, ma vivono more nobiliun, secondo il costume dei nobili. I consigli di famiglia erano più potenti di ogni altro consiglio. La proprietà terriera, non il lavoro, costituiva il postulato di ogni discorso giuridico e morale. Giudizio di valore e schema di condotta dipendevano dal patrimonio (patris munum). È su questo terreno che la violenza sugli effetti naturali metteva radici profonde.La severità di mio padre aveva questa origine. Ai miei occhi le persone di rispetto sembravano i contadini che portavano a casa l’estaglio, stanchi e sudati.Nella vita familiare è il clima che conta. È il tono che fa la musica». È bello – dice un proverbio latino  – ricordare le fatiche fatte; è bello ricordare anche il dolore sofferto: «Il bambino in tensione di volo  dal balcone della sua casa, ringrazia Dio di avergli insegnato il valore del dolore e la vena triste della felicità». Afferma che a suo padre non ha niente da perdonare e nei rapporti esterni,con gli amici che frequentava la sera nella farmacia di don Domenico Roberti, «egli godeva fama di galantuomo»; nella vita familiare era una spina dolorosa: giusto di piazza e tribolo di casa, dice un proverbio locale. Per poi concludere: «Ci teneva alla faccia rivolta alla società civile. L’altra faccia, nascosta dietro le quinte,gli serviva ad esprimere le contraddizioni interne. Era un dualismo tipico del ceto civile: il volto dell’onore e il volto del terrore. In lui però era inasprito dalla contraddizione ambientale: radice contadina e innesto civile: un intreccio assurdo per i signori delle terre. Ciò che mi ha fatto soffrire veniva dunque da lontano. Mio padre è attore nel mio dramma. Non ho nulla da perdonargli. Sono io che chiedo perdono a lui, che è nel regno della verità, se sono stato talvolta causa involontaria di equivoci dolorosi». 

3)  Integrazione periodo scolastico beneventano 1934-1938 

Racconta che la fine del terzo anno (quello della licenza) fu catastrofica: arrivò una bocciatura drammatica che lo lasciò tramortito e che spinse suo padre a cambiare casa, a Benevento, e a trasferirsi in via Manfredo di Svezia, in casa di parenti di sangue materno; ramo di un albero carico di frutti. A tal proposito ecco questo breve passaggio: «Uno dei quattro fratelli, figli di madre vedova, mio compagno di stanza Anacleto Lupo mi trasmise, per via di contagio emotivo, scandita da dialoghi e discorsi dettati dalle circostanze un senso nuovo della vita, religiosamente motivato. Gradualmente, ma irresistibilmente  migliorò anche il mio  andamento scolastico, culturale e disciplinare. È questo l’anno scolastico della svolta: 37-38, un anno ricco di frutti  interiori».

4) Integrazione studi liceali   

Dopo l’amara esperienza di Benevento, tornò a casa con l’ardente desiderio di non frequentare più nessuna scuola pubblica, ed ebbe una accesa discussione con il  genitore. Racconta: «Mio padre mi chiese che volessi fare. La risposta era sempre la stessa: non voglio più vedere insegnanti davanti a me e lo pregai di non spendere altro per me che il poco denaro indispensabile all’acquisto di libri necessari alla mia formazione solitaria. Da allora in poi non uscii più di casa se non per la messa domenicale, a Porta della Croce, nella chiesa della mia infanzia. Nel 1940  feci l’esame di ammissione al Liceo classico”Ruggero Bonghi” di Lucera. Grande tensione preliminare, ma anche gioie di prove felici. Nel 1941 sostenni l’esame di idoneità alla terza classe del Liceo statale di Benevento. Nel 1942 ebbi la licenza liceale senza esami di maturità, dato lo stato di guerra.  Il 3 febbraio 1943 partii per Gradisca di Isonzo,  meta militare, con il cuore a pezzi».

5) Integrazione militanza politica

 Racconta che cominciò ad aprire gli occhi alla politica già nella fase del Regno del Sud, tra il 10 settembre1943 e il 5 giugno 1944, giorno della liberazione di Roma dall’occupazione nazista. Vergineo si  ritrovò a militare nella  Democrazia Cristiana, «per forza di circostanze casuali, soprattutto religiose, malgrado una certa tendenza sanamente anticlericale». Ironicamente si dichiarava  “cristiano democratico”. Com’è noto,  si trasferisce  a Benevento nel 1951. È eletto consigliere provinciale nelle liste della DC nel primo consiglio provinciale del dopoguerra (1952), appena trentenne. Ai suoi amici confida di non sapere neppure cosa sia  questa struttura. «In casa di Giambattista Bosco Lucarelli, ci accordammo  sulla nomina di un personaggio pre-fascista. Con trascorsi fascisti, ma profondamente onesto: Alessandro Lombardi. Accettai di entrare in giunta e collaborare con il presidente. Da questa specula assistetti ai cambiamenti  successivi soprattutto nei riflessi interni che stimolarono il mio istinto di contestazione critica alla logica del potere in ascesa. E acuirono il mio senso di riflessione».

6) Ritiro definitivo dalla politica

Nel 1954 morì il leader  nazionale Alcide De Gasperi;  scomparve anche Bosco Lucarelli. Con l’avvento di Amintore Fanfani, il partito in cui Vergine militava «visse una crisi di identità sconvolgente» con l’ingresso dei vecchi proprietari terrieri in vena di rivalsa, soprattutto grazie al controllo dei canali della spesa pubblica, vale a dire monarchici, liberali, neo-fascisti. Per questo il 7 aprile 1956, Vergineo esprime al segretario provinciale Delcogliano la volontà di non essere candidato, ma, essendo a capo del gruppo  di opposizione (rappresentante  almeno la metà degli iscritti) è indotto a desistere. Viene rieletto, ma non partecipa mai più alle riunioni del gruppo consiliare del partito. Ormai, la politica lo aveva disilluso. «A me parve di essere uno straniero in patria: quasi un alieno. E decisi di chiudere i conti non solo col partito ma anche soprattutto con la vita politica (siamo nel 1958, ndr). Feci il bilancio del mio attivismo pratico e lo portai a conoscenza  dei miei elettori e dei cittadini della provincia (pag.139, ndr)». In merito, ecco il pensiero di A. Partenio, Un pugno di foglie morte (La Frusta 1958): «In fondo era vero: egli non poteva stare alle regole di quel gioco, che diveniva sempre più pesante man mano che la nuova generazione vetroniana si rafforzava nel potere. Perciò egli già pensava di togliersi di mezzo, levando insieme l’incomodo e la pietra dello scandalo. Si rendeva conto che la sua opposizione non aveva futuro. Intanto si disponeva cristianamente a morire, mettendosi, come si dice, l’anima in pace». Vergineo consolidò la sua fama di “testa calda” e di  rompiscatole attaccando duramente la decisione di istituire una sezione speciale dei lavori di bonifica del Fortore auspice Vetrone, non tollerando la bonifica operata dal Consorzio Acque Alto Fortore, in speciale modo per quanto riguardava la costruzione di una diga in località “Occhito”.Non era possibile realizzare la diga senza la sistemazione idraulico-forestale dei torrenti e valloni affluenti  del Fortore e la bonifica  agraria. Pochi erano gli operai che si davano il turno nei cantieri, in contrasto con la propaganda  elettorale  (eravamo nel 1958, ndr)  che promettevano “mari e monti” ossia lavoro per tutti. Chi lanciò, allora, il grido di allarme? Facile  risposta: il nostro Vergineo.

Nota Bene 

I lavori della diga iniziarono nel 1957 per concludersi nel 1966. Alla sua creazione viene attribuito l’innalzamento del tasso di umidità nelle zone circostanti compreso San Bartolomeo in Galdo (purtroppo, c’e ne siamo accorti). Segue il confine tra la Puglia e il Molise e riceve  le acque del Fortore, caratterizzato da una estrema torrenzialità (può passare,  nel giro di poche ore, da uno stato  di magra a un regime di piena a causa delle  forti pendenze dei declivi nei tratti montani del bacino). Scrisse per sé e per suoi, Vergineo: «Oltre le barriere del timore e del rispetto umano, se la giustizia lo impone occorre mostrare drammaticamente la forza di combattere con lealtà anche gli uomini che sono investiti  di gravi responsabilità,per non illuderli o tradirli e per non consentire che illudano o tradiscano, perché la carità è, in fondo, anche amore appassionato, oltre che coraggioso, del vero e insieme costume di franchezza e di sincerità» (da Chiare, fresche e dolci acque). Commenta A. Partenio in Un pugno di foglie morte:  «Questa nota era forse un segno di presunzione, ma servì all’autore da testamento per un’altra vita.La sua crisi aveva però anche un altro nome: il tradimento della gente del Fortore, che egli rappresentava indegnamente. Il divario tra le promesse e le realizzazioni era enorme. Bisognava che denunciasse. E lo denunciò con parole segnate dell’enfasi di una speranza morta». La lista delle “promesse”e delle “realizzazioni”, nel nostro territorio, è un lungo elenco di speranze tradite. Basti pensare alla “Fortorina”, oppure al   nostro celebre, eterno Ospedale “fantasma”. Meglio non soffermarsi sull’argomento per non infierire ulteriormente sui politici locali. Siamo ormai nel 2019 e, come al solito, nella nostra val Fortore tutto tace,tutto è  fermo, siamo allo stesso punto di sempre, fermi su un’oasi deserta. Che cosa fare,per un vero cambiamento? A proposito dell’ospedale: guarda un po’,  risale all’anno 1958,  anno in cui il nostro amato Vergineo,  si dimise definitivamente dal partito. Coincidenza o manifestazione di grande lungimiranza? Grazie Giovannino: facendo mie  le parole di Colatruglio, concludo notando che  da lassù, sicuramente  ci starai  guardando, sorridendo.   

Finale 

Perché è importante questo libro? A San Bartolomeo in Galdo, come in tanti altri paesi, sembra che il passare del tempo abbia affievolito il senso della “comunità”, ovvero il sentimento di appartenenza a un comune destino, di coesione, di accoglienza. Forse è colpa dei ricordi che tutto addolciscono, ma la sensazione diffusa è che, in passato, i  legami con l’identità collettiva fossero più percepibili. Nonostante tutto, il nostro paese è pur sempre il luogo della memoria e delle radici, da cui tutti proveniamo, e la memoria è – come afferma Vergineo – «la sola bussola che occorre per il viaggio verso terre nuove e nuovi cieli». Gli emigranti questo lo sanno bene, ed è per questo che, in estate, tornano a San Bartolomeo (anche se, purtroppo, sempre meno), a celebrare una sorta di   rito, quasi una rinascita spirituale. Come annota Vergineo: « Nei tempi di ritorno (gli emigranti, ndr), rimettendo i piedi sulla terra madre, sentono un fattore di attrazione sentimentale verso le immagini di persone care, amici e compagni di infanzia, di luoghi amati, che non sono più gli stessi, ma destano gli stessi effetti». È per questo che, questo libro, è importante, perché fissa nelle sue pagine un sentire di cui tutti abbiamo percezione: «Ogni storia è una confluenza di storie. E ogni storico è un creditore di nozioni e pensieri trasmessi dai predecessori. Nessuno sa quello che fa se non sa quello che è stato fatto. Gli occhi e le orecchie sono molteplici. Ma una è la mente che vede e ascolta». Insomma: grazie Giovannino! Con questa ultima citazione, avrei finito questo mio scritto…Dico “avrei” perché  un tarlo maledetto, non mi dà  pace dal giorno della presentazione del libro oggetto di queste riflessioni. Non sono in grado né di  commentare né  tanto meno di riportare quanto scritto a  pag. 119. Ai posteri l’ardua sentenza, direbbe il poeta. Ma il  dubbio rimane: secondo   voi,  esiste una connessione logica tra quanto scritto a pagina  4 («Il presente libro ha visto la luce grazie alla pacata determinazione del prof. Salvatore Colatruglio,e alla stima e all’affetto che lo legava all’autore. Di  ciò gli siamo particolarmente grati. Famiglia Vergineo») e quanto riferito da Mario Pedicini a pagina 146 («Vai a capire perché l’ha scritta e perché l’ha affidata a Salvatore Colatruglio»)?

Ad meliora et maiora semper – Watanga – 

 Paolo Angelo Furbesco

 Milano, dicembre 2018  

              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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