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Marcia della fame: San Bartolomeo in Galdo 21 aprile 1793

Il 14 luglio 1789 in Francia si giunse all’apice di quella che verrà chiamata la “Rivoluzione Francese”. Vi fu la presa della Bastiglia ed il successivo 26 agosto, la plebe riunita nell’Assemblea nazionale costituente approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Gli echi di questi avvenimenti epocali non raggiunsero le orecchie dei braccianti sanbartolomeani, costoro si resero conto dell’esistenza dei francesi, solo quando la Grande Armée, dieci anni dopo, fece scappare dal trono di Napoli il re Ferdinando IV.

I motivi che diedero inizio alla Rivoluzione Francese, fame e miseria della popolazione, attanagliavano anche le classi povere del Regno di Napoli. Il Re Ferdinando provò a porre rimedio alla fame atavica di terre che gravava sul bracciante meridionale, cercando di evitare il replicarsi sul suolo napoletano dell’esperienza francese.

Il 23 febbraio del 1792 emanò l’editto per la riduzione a coltura e la censuazione di una quota del demanio. A San Bartolomeo, gli occhi dei braccianti si posarono sui terreni detti “li valluncelli” che potevano essere coltivati.

Per passare dall’editto regio ad una vera e propria assegnazione dei terreni ci voleva tempo, ma la fame non ha gli stessi tempi della burocrazia.

I braccianti, fomentati da Francesco Covello, presero a dissodare di loro iniziativa i terreni demaniali, senza attendere l’autorizzazione regia.

Seppur giustificata dalla necessità alimentare, Napoli non poteva accettare una tal disubbidienza, poiché poteva essere emulata dai braccianti del Regno, pertanto il 3 aprile del 1793 venne incaricato l’avvocato fiscale Michele Guarini di procedere ad una “normalizzazione” dei braccianti sanbartolomeani. Michele Guarini si recò a San Bartolomeo con 18 “fucilieri di montagna” e poté constatare che circa 3000 tomoli di terreno erano stati dissodati e coltivati dai braccianti.

Il Guarini proponeva di far immettere gli animali nei demani coltivati, così da ripristinare quei luoghi allo stato “primiero”. Per far ciò il Guarini richiese a Napoli altra forza pubblica.

A questo punto l’unica alternativa dei braccianti sanbartolomeani era di far giungere la propria voce direttamente a Re Ferdinando, che aveva nomea di re protettore dei lazzari.

Il giorno 21 aprile un cospicuo numero di braccianti si mise in marcia per Napoli e parlare con il re. Dopo “quattro giorni di penosissimo viaggio fatto a piedi e quasi alla digiuna”, il giorno 25 aprile ebbero la fortuna di consegnare la loro supplica nelle mani di Sua Maestà. Il re li confortò, ma altro non poté fare nell’immediato. Costoro, non potendo “sussistere” a Napoli a causa della loro estrema povertà, se ne ripartirono, non avendo ottenuto praticamente nulla di concreto.

La posizione del Guarini era quella di distruggere i raccolti di granturco per porre termine all’insubordinazione, condannando alla fame oltre 500 braccianti e le loro famiglie.

Fu l’intervento del marchese Corradini a trovare la soluzione. I braccianti potevano raccogliere quanto da loro seminato, previo pagamento dell’estaglio alla Camera Regia.

Il Commissario Oliva inviò un esposto a Sua Maestà nel quale elogiava il Corradini che “senz’armi e senza tuono di minacce e di pene…col solo spirito di dolcezza e di disinteresse aveva quietato la popolazione”.

I braccianti di San Bartolomeo dovettero abbandonare le terre demaniali e per la censuazione delle terre, si dovette aspettare il 1800 e la grande paura per la perdita temporanea del trono ad opera della Grande Armée.

Lo pillola di SBiG soprastante, non sarebbe stata possibile senza le ricerche dell’indimenticato prof. Fiorangelo Morrone, a cui potremmo tranquillamente dedicare Piazza Umberto I.