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Storia

Storia (28)

La chiesa Madre

La nostra “chiesa madre” che con il suo campanile-torre, simbolo del paese, si erge maestosa in corso Roma al civico numero 1. Fungeva da cattedrale sin dal 1332, cioè da quando i vescovi della diocesi di Volturara vi trasferirono di fatto la loro sede, edificandovi successivamente anche il palazzo vescovile tuttora esistente. A quei tempi, dunque, secondo la tradizione religiosa esistevano due chiese: quella parrocchiale eretta nel 1330 dall’abate Nicola da Ferrazzano (sui resti di un’antica cappella del 1277), restaurata dopo il terremoto del 1456 grazie all’abate commendatario Domenico di Lagonissa arcivescovo di Rossano (altri Rossana, ndr), e quella dell’Annunziata edificata nel 1498. Con il passare degli anni e con il continuo incremento della popolazione urbana, queste chiese si dimostrarono però troppo piccole ed inadeguate per i bisogni spirituali dei fedeli e le esigenze del culto.

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Breve storia della ex SS. 369

Breve storia della ex SS. 369
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Nelle stanze del palazzo reale di Torino, si discuteva sulla riuscita della spedizione garibaldina a Marsala. Se inglesi e francesi, nonché il servizio segreto piemontese avevano svolto bene il proprio lavoro, il Sud poteva essere conquistato, altrimenti il Nizzardo con un orecchio solo sarebbe finito sulle antologie come decantatore di Marsala, e l’incipit della poesia sarebbe stato: Eran 1000, erano giovani e forti e sono morti. Cavour era fiducioso sulla riuscita dell'impresa, gli inglesi erano forti e avevano molti interessi, pertanto, da fine statista quale era, pensava al modo di unire quella parte d’Italia al nord con ferrovie e strade. Ad impresa portata a termine, il Piemontese, promise un reticolo di strade che avrebbe ridotto ed eliminato l’isolamento delle zone interne. Siamo nel 1861 ed il più grande statista dell’Italia unita prometteva la Fortorina.
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Sanbartolomeo 1832: l’Universitas ricorre contro la chiusura del Seminario

Un paese che non si ricorda del proprio passato è un paese senza futuro (Indro Montanelli)

Sanbartolomeo 1832: l’Universitas ricorre contro la chiusura del Seminario

Un seminario che “pel corso di 34 anni fu di profitto alla gioventù anche di remoti Paesi, di gloria al Sovrano, che l’avea fondato, d’ornamento alla patria de’ Ricorrenti, e d’invidia alle Provincie vicine, ed alle Cattedrali prive di Seminario, o di nulla fama; un sol Vescovo di Lucera distrusse arbitrariamente in un colpo, cui i Concilj, ed i Canoni della Chiesa danno la denominazione di Excessus Episcoporum”.

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Don Clemente Arricale, meridionalista! Conclusione


A tre anni dal terremoto del 1962, non era stata ricostruita una sola casa. Quelle dichiarate inabitabili dal Genio Civile erano state rioccupate dagli sfrattati. L’edilizia popolare, in auge negli anni ’60 in Italia, a San Bartolomeo contava un solo edificio con sei appartamenti. I lavori per la costruzione dell’ospedale, interrotti dopo il terremoto, non erano ancora ripresi, e noi sappiamo che a oggi continuano ancora, come una moderna tela di Penelope, drenando soldi pubblici e mortificando le popolazioni della Valfortore. La lucidità di analisi e la lungimiranza di don Clemente sono mirabili. È impietoso verso lo Stato, ma non è indulgente con il proprio borgo, scrive: “È tutto un paese da sanare subito per elevarlo dal suo secolare stato di miseria e di abbandono. Qui si è indietro forse di una generazione, in ordine al progresso, che è indice di civiltà”. È duro con la Cassa del Mezzogiorno perché “… almeno in questa zona, è risultata un fallimento, perché non ha accelerato l’esecuzione delle infrastrutture, premesse indispensabili per l’industrializzazione…”.

Non chiedeva la luna il rev. Arricale, ma solo strade che ci permettessero e ci permettano, di rompere quell’isolamento a cui sembra ci abbiano condannato. A distanza di 50 anni da questa lettera, sappiamo che la viabilità non è migliorata, nonostante i milioni di euro enumerati dai nostri rappresentanti sui social network.

Ma quale potrebbe essere la soluzione? Riporto fedelmente lo scritto del Reverendo. Dopo averlo letto, mi sono alzato in piedi e ho gridato, come faceva il pubblico dello United Center dopo aver visto giocare Sua Ariezza: MJ23: MVP! MVP! MVP! Anche voi al termine della lettura, non potrete trattenervi dal gridare: Don Clemente Presidente del Consiglio!

Ecco cosa scriveva: “Solo un intervento massiccio dello Stato può sbloccare uno stato di miseria e di abbandono secolare. Quello che più necessita a questa zona è la trasformazione agricola che solo il Governo può avviare e portare a soluzione. Non basta concedere contributi, che quasi sempre servono a tutt’altri scopi che quelli per i quali sono concessi. Occorre una maggiore serietà di controllo; occorre snellire le pratiche burocratiche per mutui a lunga scadenza (e per queste concessioni di mutui occorre rinunziare al criterio privatistico bancario, che arreca vantaggio a chi non né ha bisogno); occorre facilitare la nascita di cooperative. Spetta a funzionari governativi, competenti ed onesti, prendere iniziative, invitando e stimolando i contadini, spiegando loro i vantaggi, sbrigando per essi le pratiche necessarie, preventivando e coordinando tutta l’attività. Bisogna passare cioè dalla fase nebulosa del generico consiglio alla fase iniziale d’impianto e di concreta realizzazione. Costruire la casa colonica al contadino è umano, ma non è produttivo; metterlo in condizioni di costruirsela col proprio danaro, che gli viene da un razionale sfruttamento della sua terra, è non solo umano, ma anche produttivo. Solo se la massa della popolazione è avviata sulla strada della cooperazione, vi è speranza di una rinascita economica, poiché ad un’agricoltura razionale e meccanizzata, si possono affiancare industrie collaterali, che utilizzino i prodotti agricoli e dell’allevamento zootecnico, es. zuccherificio, caseificio, lanificio, ecc. Non basta la programmazione nazionale delle aree industriali, perché il problema locale sia risolto, come non è stata risolta la bonifica del Fortore programmata da decenni. Se dalla programmazione non si passa subito all’attuazione, il problema diventa sempre più grave e acuto. Stando a quanto mi risulta, in questa zona non è in atto alcuna programmazione industriale. Sarei ben lieto se il mio richiamo potesse essere smentito dai fatti, non dalle parole che lasciano il tempo che trovano, come le promesse elettorali. Per il progresso industriale della zona il Governo in collaborazione con la Provincia e il Comune potrebbe sollecitare e favorire mediante agevolazioni fiscali l’installazione di industrie italiane e straniere per risolvere il pauperismo locale. Basta pensare che per legge federale l’anno scorso in Svizzera tutti gli operatori economici sono stati obbligati a ridurre la mano d’opera straniera del 2% non per mancanza di capitali ma per arrestare la corsa sfrenata allo sviluppo industriale, condizionato soprattutto dalla mano d’opera italiana. Quanti imprenditori svizzeri troverebbero convenienza di venire nell’Italia meridionale…”.

San Bartolomeo è nato come zona no tax, la sua rinascita, come la rinascita di tutte le zone interne, non solo meridionali, potrebbe scaturire, come suggerisce il rev. Arricale, da una nuova zona a forte agevolazioni fiscali.

Don Clemente affronta anche il problema delle scuole. In quel periodo 1965, si era in attesa della nascita dell’Istituto Professionale per l’Agricoltura, nato, vissuto ed ora agonizzante. Il Comune in quel periodo chiese a S.E. il Ministro della Pubblica Istruzione l’emanazione del decreto di costituzione, con decorrenza 1° ottobre 1963, del Liceo Scientifico, ma al 1965 era ancora lettera morta. Sappiamo che il Liceo è nato ed attualmente gode di buona salute.

Il problema delle scuole era molto sentito dal rev. Arricale, ed in piccolo, ricalcava l’odierno problema che attanaglia tutto il Meridione. Non avere scuole superiori, era un doppio depauperamento per il paese, poiché gli studenti, circa un centinaio, erano costretti a studiare fuori paese: Napoli, Roma, Cerignola, Foggia, San Severo, Lucera, San Marco dei Cavoti, con la prospettiva di restarci a lavorare, non potendo tornare nel borgo. Fa un rapido calcolo don Clemente, 40000 lire mensili a studente, erano 4 milioni al mese che fuoriuscivano dall’esangue economia del borgo, ai quali si andava ad aggiungere il mancato ritorno dello studente, che apportava un danno maggiore alla possibilità di crescita del paese.

Ciò succede anche oggi con gli studenti universitari. Oltre ai soldi per la formazione, il danno maggiore è arrecato dal mancato ritorno di questi ultimi, che va ad impoverire ulteriormente il tessuto sociale e lavorativo del borgo.

San Bartolomeo è sempre stato maltrattato per quanto attiene ai collegamenti pubblici. Forse è a motivo del nostro essere “Margine”, in fondo, noi non siamo più Capitanata, ma non siamo mai stati e mai lo saremo perfettamente Campania. Siamo un luogo dall’identità incerta, ma condividendo il pensiero di un grande poeta, anch’io credo che le persone più interessanti vivano in questi luoghi, e la gente di San Bartolomeo ne è una dimostrazione. Oltre alla mancata costruzione della ferrovia, attesa da oltre un secolo, nel 1965 non avevamo un collegamento quotidiano con Napoli, mentre lo aveva Castelvetere, piccolo centro viciniore al nostro.

Chiedeva ancora il Reverendo, la posa di una cabina automatica del telefono, come erano posizionate nelle città e in alcuni paesi vicini.

Problema che si è riproposto anche oggi. Nelle città si viaggia con internet a velocità supersoniche, noi andiamo avanti a scartamento ridotto.

La luce elettrica era così a bassa tensione, che non riusciva ad illuminare decentemente le strade del borgo.

È indubbio che molto è stato fatto da allora, a volte male, a volte meglio, ma il “progresso” ha lambito anche le nostre zone.

Voglio chiudere facendo mio il saluto del Rev. Arricale ed i suoi auspici, anche se allora erano rivolti al penultimo Presidente del Consiglio Meridionale che abbiamo avuto, e gli auspici erano decisamente migliori, lo statista Aldo Moro, ed oggi abbiamo l'ex portavoce di Francesco Rutelli, Paolo Gentiloni:

Voglia gradire, signor Presidente, i miei ossequi ed i miei migliori auguri per la sua opera, nella speranza che il Governo, tramite Lei, ponga rimedio nei limiti del possibile a questa situazione di fatto abbastanza grave.

Con perfetta stima     sac. Clemente Arricale

 

Ad Maiora Ariadeno!

 

 

Foto: Silvestro Apicella

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Don Clemente Arricale, meridionalista!

Agli albori degli anni ’60 del secolo scorso, un giovane sacerdote, poco più che trentenne, fu inviato in Svizzera presso la Missione Cattolica di Bienne. In quei luoghi alpini, il sacerdote, animato da buoni propositi, si prodigò per mitigare i disagi dei nostri compaesani emigrati nel paese dei Cantoni. Quel sacerdote era don Clemente Arricale uno dei migliori figli di San Bartolomeo in Galdo. Tornato, nel 1965 nel paese natìo, lo osservò con altri occhi. Gli si manifestò in tutta la sua drammaticità, la miseria che colpiva i suoi compaesani, comprese il motivo che li stanò dalle proprie piccole abitazioni e li costrinse, a migliaia, ad emigrare: la fame.

Un sentimento di amarezza misto ad indignazione lo pervase. Non si pianse addosso il rev. Arricale, ma prese carta e penna e scrisse un’accorata lettera aperta al Presidente del Consiglio Italiano e la consegnò a mano all’on. Storchi, allora Sottosegretario per l’Emigrazione. La lettera fu pubblicata su “Voci di Casa Nostra” indimenticato mensile e davvero voce, purtroppo isolata, della Valfortore, ideato e diretto dal prof. Giuseppe Pizzi.

L’incipit della lettera, anticipava di un ventennio le dolorose parole di Mons. Minchiatti, Arcivescovo di Benevento negli anni ’80: “Il Fortore è la mezzanotte del Mezzogiorno”. Don Clemente scriveva parole simili: “Sebbene il problema della Valle Fortore sia da considerarsi nel quadro generale del Mezzogiorno d’Italia, esso però, rappresenta un caso particolare nella generale depressione meridionale”.  Il Fortore rappresentava e purtroppo rappresenta un caso particolare, perché allora come oggi, il reddito pro capite è uno dei più bassi d’Italia, nel suo centro maggiore San Bartolomeo in Galdo, i terreni sono scadenti e il territorio è “montagnoso e franoso… L’agricoltura è allo stato rudimentale”. Era trascorso un secolo dalla descrizione impietosa della White Mario, ma nulla sembrava esser cambiato.

Don Clemente osservava il suo popolo ed annotava: “La massa della popolazione è costretta a vivere una vita grama e meschina … Conosco molte famiglie costrette ad allevare nell’unica camera di abitazione il maiale o i conigli o le galline o le capre o l’asino … per pagare l’affitto di casa o per rimpolpare il magro bilancio familiare”.

Erano gli anni ’60, quelli dell’Italia del miracolo economico, che la povera gente della Valfortore ammirava tramite i mezzi di comunicazione, e strideva con la miseria e il disagio economico che la maggior parte di loro viveva. Più l’Italia cresceva e progrediva, più il villano della Valfortore prendeva contezza dello stato di miseria in cui la Nazione lo stava condannando. Cosa restava da fare all’abitante di San Bartolomeo o Baselice o Foiano? Ecco la soluzione espressa malinconicamente dal rev. Arricale: “L’unica vera fonte di guadagno di questa popolazione è l’emigrazione. Se non ci fosse, sarebbe la miseria più nera per tutti”. Negli anni del secondo dopoguerra da San Bartolomeo emigrò quasi un terzo della popolazione, un esodo di dimensioni bibliche, stimabile per difetto in quattro o cinquemila abitanti.

Don Clemente non è e non è mai stato un reazionario, a maggior ragione non è e non è mai stato un bolscevico, eppure pronunciò una frase forte, una denuncia da grande meridionalista: “L’emigrato, non avendo la possibilità di stabilirsi nel proprio ambiente, odia lo Stato che lo costringe per ragioni di lavoro, ad abbandonare la propria famiglia”. Le rimesse degli emigranti anche negli anni ’60, come ad inizio secolo, servivano allo Stato soltanto come voce attiva nella bilancia dei pagamenti, senza apportare granché miglioramenti nella nostra zona depressa.

Qualcosa è cambiato da allora, ma non sempre in meglio. L’onestà intellettuale e la schiena dritta dell’allora sindaco dott. Giovanni Bibbò, è antitetica con il panegirico elettorale di un vecchio parroco a distanza di trent’anni, per il fu Antonio Gava Ministro dell’Interno, in odore di camorra.

Nel 1959 il Sindaco alla presenza del Ministro dell’Agricoltura e Foreste on. Pastore, iniziò il suo discorso con questa affermazione: “Qualcosa nella Valle del Fortore è stato fatto, ma è troppo poco, e quel che è peggio è stato fatto male”.

Purtroppo si continuò a far poco e male “la sistemazione del terreno nelle contrade Montrone e altre zone, fu eseguita senza serietà. Gran parte dei canali, costruiti allora, non esistono più; briglie in cemento e gabbioni metallici, imbottiti di pietre, sono scomparsi. Nei rimboschimenti effettuati, le piantine messe a dimora e abbandonate a se stesse, in gran parte sono perite; rimpiazzate, sono perite ancora… La strada comunale Taglianaso, costruita nel 1959, è da tempo impraticabile al traffico di qualsiasi veicolo. La strada interpoderale Setteluci – Cerasiello, iniziata nel 1960, non è mai stata aperta al traffico, né collaudata; a causa del terreno franoso le frane si ripetono … Nell’estate 1964 fu iniziata la costruzione di due strade interpoderali: Santa Lucia e Sant’Angelo. Ma si fece appena in tempo a scavare le pietre che costituivano un rudimentale selciato e i lavori furono interrotti. Ora i contadini per transitare su quelle strade, sono costretti ad invadere le proprietà limitrofe, causandovi gravi danni”. Le strade che avrebbero dovuto portarci fuori dall'isolamento, quelle strade promesse da Cavour e magnificate sulla parola dal Can. Pietro Antonio Catalano, a distanza di un secolo ancora non erano state costruite, o meglio ci si provò, ma possiamo far nostre le parole del rev. Arricale: “(La ex SS. 369) è accidentata, stretta, con fossi frane e curve senza fine”. Speriamo nel nostro rappresentante alla Provincia Giuseppe Ruggiero di Foiano, gli auguriamo che i prossimi due anni di mandato siano più proficui degli ultimi due.

Se le strade interpoderali e le vie di collegamento al paese ci fanno versare lacrime amare, nel 1965 lo stato delle vie urbane non era migliore: “La strada di via S. Francesco è stata rifatta due volte dopo l’ultima guerra, ed ora è più indecorosa di prima. La maggior parte dei vicoli di via Valfortore, Leonardo Bianchi, Pasquale Circelli sono indecenti ed impraticabili: manca la pavimentazione e lo scolo delle acque piovane. Peggio delle strade campestri. Di più è aumentata la sporcizia in tutti i vicoli di recente pavimentazione, esempio: Supportico Chiesa, Vico Colagrossi, Via San Vito e traverse, trasformando lo scolo delle acque piovane in cloache aperte. Qui ci sarebbe da fare un romanzo”.

Chissà Reverendo, un giorno forse lo scriveremo davvero un romanzo, il tempo l’abbiamo in attesa del treno che passerà, d’altra parte la Ferrovia della Valfortore fu deliberata dal Consiglio Provinciale del 28 gennaio 1914 ed approvata con Decreto Reale il successivo 15 ottobre, la stiamo aspettando da poco più di un secolo, che non passi proprio mentre verghiamo il “Romanzo disastrato della Valfortore”?

Postremo, la nostra speranza è che il Consiglio Provinciale a Presidenza Ricci sia più celere di quello del 1914, non chiediamo più una ferrovia, abbiamo ridotto le pretese, vorremmo una strada, con mille curve, ma almeno senza fossi.

 

Ad Maiora Ariadeno

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Per non piangerci addosso: piccolo vademecum sulla strada Fortorina

Il 26 settembre 2015 alla Festa dell’Unità dell’Alto Sannio svoltasi a Foiano, Giuliano Casamassa, segretario del circolo locale del Partito Democratico, affermava:
"Abbiamo per fortuna un consigliere provinciale, Giuseppe Ruggiero, che sta lavorando bene in provincia". Ruggiero era destinatario di tale affermazione per il suo impegno nella costruzione della ormai famigerata “Fortorina”. Durante il convegno a margine della Festa, dal titolo: “Infrastrutture: la volta buona”, il Ruggiero con determinazione affermava: “Dobbiamo tessere tutte le possibili soluzioni sulla viabilità per liberare il Fortore dell'isolamento”.

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Sangue e Unità

 

Sangue e Unità I

Quando nel 1942, anno XX dell'Era Fascista, Carlo Alianello diede alle stampe il libro: L'eredità della Priora, romanzo storico, critico con il Risorgimento aureo predicato fino ad allora ed intoccabile sotto il fascismo, sapeva bene cosa l'attendeva: il confino. Fu salvato da quel famoso Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 e dall'Ordine del giorno Grandi che decretarono di fatto la caduta del Duce. L'ordine era categorico: i miti fondanti dell'Unità erano intoccabili, guai a parlar male di Peppe, Vittorio e Camillo, si rischiava, se ti andava bene, il confino. Con l'avvento della Repubblica le cose non cambiarono, guai a parlar male del periodo unitario, non rischiavi il confino, ma bisognava tener nascoste le nefandezze commesse dall'esercito piemontese e garibaldino in quel periodo.

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Baselice 1914. Relazione di fine mandato. II parte

 Non iniziò un contenzioso con Foiano il Regio Commissario, non solo, ma durante l’anno di permanenza a Baselice non iniziò nessun contenzioso, dovette però cercare di difendere gli interessi del Comune dalle pretese del maestro Ruggiero. Costui citò Baselice per inadempienza, asseriva che gli constassero 480 lire per aver insegnato anche in una classe sdoppiata.
La legge a volte è assurda. La legge Casati prevedeva 70 allievi come numero massimo in una classe. A Baselice nel 1912 il maestro Ruggiero insegnava in una classe con 71 iscritti, uno in più del numero legale, pertanto, ex lege si doveva provvedere allo sdoppiamento. Il Commissario inizialmente non volle, adducendo l’assenza quotidiana di circa 15 allievi, ergo il numero di frequentanti reali era inferiore ai 70 previsti dalla legge, e purtroppo nei tanti paesi del Mezzogiorno la scuola era tenuta solo come rifugio per l’inverno e sicuramente in primavera, con l’inizio dei lavori campestri, il numero sarebbe sceso ancora.

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Baselice 1914. Relazione di fine mandato. I parte

La corruzione, la malversazione, la brama di denaro, non sono mali dei nostri giorni. Hanno afflitto da sempre il genere umano. Chi non ha tradotto al liceo qualche passo delle “Verrine” di Cicerone: “Aedis Minervae est in Insula, de qua ante dixi; quam Marcellus non attigit, quam plenam atque ornatam reliquit; quae ab isto sic spoliata atque direpta est, non ut ab hoste aliquo, qui tamen in bello religionem et consuetudinis iura retineret, sed ut a barbaris praedonibus vexata esse videatur

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San Bartolomeo: vogliamo bene alla nostra storia!

Platone scriveva che non esiste la bellezza in sé. Se esistesse vivremmo in un mondo uniforme, omologato, appiattito su un’idea di bellezza dominante. Tutti tenderemmo a quel bello. Immaginate un mondo con 3,5 miliardi di Moniche Bellucci. Sarebbe un mondo fantastico per il primo quarto d’ora, magari, esageriamo e arriviamo alle prime 24 ore, ma poi? Tuttavia non possiamo considerare la bellezza come qualcosa di soggettivo, la bellezza oggettiva esiste e sta nell’armonia delle parti.

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