Un’altra tappa del viaggio nella storia dell’Istituto del Calvario e di mons.Pepe, questa seconda parte concerne la produzione culturale.

È un breve articolo pubblicato in Rivista di Filosofìa Neo- Scolastica nel 1916 in cui Pepe constata che negli ultimi trent’anni c’erano stati interessanti studi che avevano messo a confronto lo stoicismo con il cristianesimo. Nel suo studio, Pepe, inquadra anzitutto la figura del filosofo Epitteto e ne evidenzia il lato psicologico-religioso, servendosi dei Discorsi, pubblicati nel 1915 . Dopo aver fornito una breve biografia del Filosofo, l’attenzione del nostro autore indugia particolarmente sul concetto dell’anima umana e sul suo rapporto con il mondo e con Dio. L’anima umana non è che una particella della divinità immanente nel mondo, una scintilla del fuoco eterno che con la dissoluzione del corpo torna al principio originario, confondendosi col tutto: non ha immortalità individuale. Il mondo non è che la forma visibile di Dio, il quale è immanente nell’universo e lo anima e lo agita e riscalda e vivifica dal di dentro, come fuoco vitale. Dio quindi non ha trascendenza: è tutt’uno con le cose. La filosofìa religiosa di Epitteto è modellata sul panteismo dei grandi maestri dello stoicismo come Zenone, Cleante, Crisippo, Seneca e con essi Epitteto ammette che “le nostre anime sono così legate e unite a Dio, da esserne come parti e frammenti”. Ma le sentenze di questo filosofo rivelano anche un profondo sentimento umano e religioso da far pensare ad una vicinanza spirituale agli uomini della nuova fede. “L’accento religioso – afferma G. Pepe – che spira dai ‘Discorsi’ di Epitteto ha colpito i lettori cristiani di ogni tempo ed ha reso questo stoico frigio caro ai Padri e agli scrittori ecclesiastici dell’antichità e del medio-evo”. Un così profondo e vivo sentimento religioso – dice il nostro autore – è spiegabile solo considerando un Dio distinto dal mondo e dall’anima umana; ammettendo quindi una dualità che scaturisce da un contrasto che c’è tra Dio che considera l’uomo sua creatura e l’uomo che cerca di disonorare Dio presente nella sua anima con azioni indegne. Anche nella concezione deterministica della provvidenza divina Epitteto sembra rifarsi ai suoi maestri, però sente di non potersi accontentare di una semplice e sterile unione al tutto; è necessaria una libera adesione al piano divino che comporti un’attività propria, nel pieno dominio delle proprie azioni . Epitteto si mostra come uno spirito mistico capace di trovare un Dio personale dentro di sé, nettamente distinto dall’uomo, che gli dona la facoltà di fare il bene. Quindi per quanto riguarda l’attività umana, Epitteto si allontana dagli stoici che considerano il bene frutto esclusivo dello sforzo umano; Dio è per natura buono, l’uomo lo diviene mediante i suoi sacrifìci. Nello stoicismo – afferma Pepe – non c’è spazio per la preghiera, neanche il filosofo Epitteto sembra che preghi, tuttavia afferma che per affrancare l’anima dalla tristezza, dalla paura, dall’invidia, dalla malignità bisogna guardare verso Dio per dire che è possibile aderire alla sua volontà. Quindi la sola preghiera che può nascere in Epitteto è quella del ringraziamento per i doni ricevuti. A questo punto nasce spontanea una domanda: fu veramente laica la dottrina di Epitteto? Pare che il filosofo vivesse abitualmente in una sfera di misticismo religioso, e a Dio dirigesse tutte le sue azioni. Un ultimo problema da affrontare è quello della morte e della speranza di continuare a vivere uniti a Dio anche dopo questa vita. Dal suo vivo sentimento religioso sembrerebbe consequenziale un’unione definitiva a Dio, invece, il suo pensiero è pervaso dal timore di essere respinto da una forza inesorabile che determina un ritorno agli elementi da cui è venuto. Ai discepoli che chiedono spiegazioni sulla vita dell’aldilà Epitteto non mostra le agitazioni profonde del suo animo, eludendo le loro domande, li esorta a vivere secondo virtù in attesa della chiamata di Dio. La visione triste della morte sembra che non concordi con l’Epitteto pronto ad abbracciare una vita di sacrifìci e di privazioni di ogni genere,
“a che vale desiderare ardentemente vivere sulla terra in unione mistica con Dio (…) se poi, in ultimo, al tramonto della vita, si deve essere respinti per sempre da lui e si deve cadere nel buio caotico degli elementi?”.
Il Dio in cui crede e vive Epitteto non può essere la Ragione universale, il Logos dello stoicismo. Non possono venire dallo stoicismo le idee circa la Provvidenza divina e la libertà umana, ne il desiderio di purezza e tanto meno la considerazione del compito dell’educatore come “ministero divino” da compiersi restando celibe. Tutti questi aspetti sono estranei a questa filosofìa “come penetrarono nella mente e nel cuore di lui divenuto maestro? Erano forse già diffusi al suo tempo nel mondo romano e poterono quindi insensibilmente pervadere le sue dottrine?” . Le analogie con la dottrina cristiana non sembrano aver influenzato, se non solo indirettamente, Epitteto. Sorgono spontanei, quindi, interrogativi a tale proposito e problemi sui rapporti tra la filosofìa religiosa di Epitteto e il cristianesimo sui quali il nostro autore invita ad una soluzione oggettiva .