Il mese scorso, il rev. Arricale è stato ricoverato per accertamenti presso l’ospedale di San Giovanni Rotondo, dopo circa una decina di giorni, con evidenti miglioramenti di salute è tornato al suo posto, ricoprire il ruolo di Padre Spirituale dell’Arciconfraternita dell’Immacolata Concezione. Questo piccolo preambolo mi serve per farvi comprendere alcune mie impressioni. La prima è stata la consapevolezza che a SBiG non vi sono più sacerdoti. Con don Clemente all’ospedale, la celebrazione eucaristica quotidiana in Chiesa Nuova è stata sospesa sine die.

La seconda è che dopo la chiesa del Carmine, dopo la chiesa del Calvario, un’altra chiesa tra un centinaio di anni, al ricongiungimento con l’Altissimo del rev. Arricale, potrebbe cessare di esser luogo quotidiano di lodi al Signore, la gloriosa Chiesa Nuova, fondata nel 1740, sede di ben quattro confraternite: dell’Immacolata Concezione, del Sacramento, del Rosario, di San Bartolomeo apostolo, quest’ultima si è estinta, le altre sono confluite tutte in quella dell’Immacolata, conservando i colori originari (celeste per l’Immacolata, giallo per il Sacramento, rosso per il Rosario). Nel 1819 ad 80 anni dalla sua erezione la chiesa nuova aveva due cappellani, oggi resiste l’eroico rev. Arricale. Scavando negli archivi diocesani di Lucera mi sono imbattuto in un racconto, che mi ha fatto sorridere, ma anche immaginare come doveva essere SBiG circa due secoli fa.Ho letto il resoconto di una visita episcopale del Vescovo di Lucera Andreas Portanova al capitolo cattedrale della Chiesa di San Bartolomeo apostolo. La nostra diocesi, prima del passaggio alla diocesi di Lucera avvenuto ai primi dell’ottocento era “Volturar et Montis Corvinis”. La chiesa di San Bartolomeo in Galdo era la più importante della diocesi, composta da un capitolo cattedrale e da un clero che annoverava ancora nel 1819, ben 20 sacerdoti di cui 14 erano canonici, 3 extra numerum e 20 novizi. Esisteva ancora una reminiscenza della badia di Mazzocca, amministrata dalla Commissione diocesana, le ultime vestigia architettoniche della badia furono spazzate via dalla furia ricostruttrice post sismica. Il capitolo cattedrale aveva ai suoi vertici un arciprete: don Michelangelo D’Onofrio, un primicerio: don Domenico Codirenzi, un sacrista maggiore: don Nicola Mariella e un tesoriere: don Vincenzo D’Andrea. La visita pastorale ha lo scopo, valido tutt’ora, di conoscere lo stato della parrocchia, il suo clero, il popolo di Dio che ne fa parte. Se adesso al vescovo basta parlare con un sacerdote, solitamente il parroco, grasso che cola parrocchie ove vi è un vice, nel 1819 il vescovo ed il suo segretario necessitavano di parlare con un clero numeroso. Durante la visita pastorale di quell’anno il vescovo Portanova e il suo segretario convocarono per essere ascoltato per primo il canonico trentenne don Domenico Picciuto, costui era precettore in casa della famiglia Colatruglio. Doveva essere uno spirito semplice don Domenico ed infatti dice che il Coro è poco frequentato, la recita dei Divini Offizi è precipitata e nel clero vi sono alcuni sacerdoti che non conducono vita onesta. Non ha timore di inimicarsi i canonici don Domenico e farà anche i nomi: Don Giovanni xxxx, di anni 31, don Paolo xxxx, di anni 30, don Vitangelo xxxx, di anni 38, cappellano della chiesa rurale dell’Incoronata e dei ss. martiri Donato e Costanzo. L’arciprete don Michelangelo D’Onofrio dirà di non essere a conoscenza di sconcezze tra i canonici e che non si registrano assenze in Coro e nella recita dei Divini Uffizi. Il primicerio ammetterà che vi sono assenze in Coro, ma non riguardano i canonici, quanto i tre sacerdoti extra numeros. Per riassumere in breve le deposizioni del clero, dirò che quasi tutti ammettono che nel Coro e nella recita dei Divini Uffizi vi sono assenze, ma ciò è dovuto soprattutto al freddo invernale. E qui la mia mente cerca di sentire il freddo intenso che doveva esserci in Chiesa madre ad inizio ottocento, senza nessun mezzo per riscaldarsi un po’, sacerdoti anziani come don Nicola Mariella di 90 anni, non potevano rischiare una polmonite. Immagino quella chiesa, illuminata solo dalla luce fioca delle candele, le voci dei canonici che si levavano basse intonando i salmi, l’odore della cera bruciata e forse dell’incenso. Inconsci che di lì a poco sarebbero stati spazzati via dalla furia anticlericale garibaldina e piemontese. Nessuno conferma la dichiarazione di don Domenico, due solamente dicono che alcune “sconcezze” e “scostumatezze” ci sono state, ma da quando vi è stata l’annessione alla diocesi di Lucera i rei son tornati sulla retta via. Le dichiarazioni di don Domenico non dovevano essere solo indiscrezioni se il Vescovo ammoniva i tre di condurre una vita confacente allo stato clericale e di vivere da vero ecclesiastico. Cerco di immaginare come doveva essere la vita a SBiG in quegli anni, migliaia di persone stipate in poche centinaia di metri. Da qualche anno si cominciava la costruire di badricc, della chiazz d’ rar, via Pia, ove già c’era il palazzo Catalano, ma la gran parte della popolazione era stipata nel vecchio paese. Viveva in povertà, ma quella povertà dignitosa che permetteva di mettere in tavola tutti i giorni un piatto di fagioli e qualche foglia di rapa. Ci si faceva bastare quel che si aveva e si andava nei boschi e nelle terre del demanio statale o nelle terre della chiesa per racimolare una fascina di legna, un cardo, oppure coltivare qualche metro di terra da cui produrre il fabbisogno alimentare per la numerosa famiglia. I Signori restavano signori, ma anche se consapevoli della difficile mobilità sociale (non più difficile di oggi in Italia), a nessuno veniva in testa di andar via da queste lande. Quando quella povertà dignitosa fu trasformata in miseria dal grande inganno garibaldino (diamo le terre del demanio e della chiesa ai cafoni, ma quelle terre andarono ad ingrossare le proprietà dei galantuomini), la fame venne a stanare quella povera gente dalle proprie case ed iniziò l’esodo biblico che continua tutt’ora. Noi per ringraziare, abbiamo dedicato la piazza principale a Garibaldi e le vie più importanti alla dinastia che ha affossato il Sud. Un bando del tenente colonnello Fantoni del 9 febbraio 1862 recitava all’art. 1: “D’ora in avanti, nessuno potrà entrare nei boschi di Dragonara, di Sant’Agata di Selvanera, del Gargano, di Santa Maria, di Motta, di Pietra, di Volturara, di Voltorino, di San Marfco la Catola, di Celenza, di Carlentino, di Biccari, di Vetruscelle, di Caserotte e di San Bartolomeo in Galdo… i contravventori del presente ordine, esecutori due giorni dop la pubblicazione, saranno trattati come briganti, e come tali fucilati”. Il che significava, addio alla fascina per riscaldarsi in inverno, addio a quei frutti di bosco che integravano il già poco vitto del villano. Tornando alla visita pastorale, il Vescovo intimò l’arciprete di prendersi maggiore cura della cattedrale, magari con una mano di calce. A distanza di quasi due secoli il clero della chiesa madre è composto da un solo effettivo don Franco Iampietro, non esiste più, de facto almeno, il capitolo cattedrale, extra numeros vi è solo il rev. Arricale. Il Coro è vuoto, i Divini Uffizi vengono recitati privatamente dal parroco e dal Reverendo. La Chiesa madre fortunatamente dall’arrivo del nuovo parroco non ha più bisogno di una mano di calce, non è gelida e forse non c’è più il rigido inverno di queste montagne che due secoli fa sferzava il volto dei sacerdoti che si recavano ai vespri a recitar l’Uffizio. Non ci sono più le candele, ma un comodo interruttore che permette alla chiesa di esser illuminata a giorno. Forse ciò che è rimasto immutato in questi due secoli è la fede popolare.