Valfortore: condanna o privilegio?

Ho ritrovato tra alcune vecchie carte, una lettera scritta da un insegnante ad un collega in occasione del suo pensionamento.

È una lettera commovente, scritta in un italiano d’altri tempi, un periodare pulito, ma non immune da certa commozione che tocca le corde del cuore; un periodare limato in cui nulla è di troppo, ma tutto misurato.

Lo scrivente ricorda la dura vita dell’allocutore, ma anche i suoi successi familiari e lavorativi e soprattutto l’abnegazione con cui si dedicò all’educazione dei pargoli della Valfortore.

Quella Valfortore che benché deturpata dall’eolico, conserva intatta la sua ferina bellezza.

Quella Valfortore dalla quale fuggi appena ne hai la possibilità.

Quella Valfortore vissuta sempre in bilico tra condanna e privilegio.

Riporto un periodo bellissimo, che non racchiude sentenze o elogi, ma racconta quello che è stata la vita di questi due insegnanti, capitati per caso nella Valfortore e mai andati via.

“So che quelli che provengono da Benevento o da altre città, quando sentono che noi abbiamo lavorato una vita nella Valfortore, si meravigliano di questa scelta. Come si può amare una terra così impervia? Come si può vivere tutta una vita a San Bartolomeo, in questa sede disagiata che i forestieri accettano solo all’inizio della carriera e da cui non vedono l’ora di evadere? Ma i nostri non erano i tempi del pendolarismo. Ci si affezionava al posto di lavoro, e il resto veniva da sé. Una condanna o un privilegio? Nessuno può dirlo”.

Anche ai giorni nostri può succedere che qualcuno capitato per caso nella Valfortore se ne innamori, ma si guarda bene dal restarvi a vivere, vi lascia il cuore, ma il corpo lo sposta volentieri da un’altra parte.

Chiunque abbia affrontato studi sul Fortore o si sia lanciato in definizioni, non è stato latore di speranza verso questa terra. Il prof. Gianni Vergineo ha scritto “Fortore solitario”; il prof. Rovito ha scritto “Il Fortore Origini e cadenze di una solitudine”; Mons. Minchiatti l’ha definito “La Mezzanotte del Mezzogiorno”.

Eppure parafrasando Paolo Borsellino, son convinto che “questa terra un giorno tornerà ad essere bellissima”.

Ad Maiora Ariadeno!

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