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Nel libro La grande mattanza di Enzo Ciconte viene analizzato il fenomeno del brigantaggio nel Meridione d’Italia dal 1600 al 1870.

Ciconte descrive in modo accurato la separazione tra brigantaggio politico e semplice criminalità.

Durante l’occupazione francese del Regno di Napoli, il brigantaggio visse una notevole stagione. Poiché il re Murat sospettava che dietro ai briganti si potessero nascondere le mire inglesi per destabilizzare lo Stato, nel 1810 diede incarico al generale Charles Antoine Manhés di condurre una vera e propria guerra di sterminio contro i briganti.

Charles Antoine Manhés

Manhés giocò su più piani, alla repressione selvaggia, accoppiò le lusinghe degli indulti e delle amnistie, ma non rispettò mai i patti. Manhés punisce con la morte qualsiasi corrispondenza con i briganti, non importa se siano moglie e marito, figli e genitori, obbliga di trasportare le greggi in determinati punti, sorvegliati dai soldati e vieta al campagnolo di portar seco da mangiare quando va a lavorare in campagna. La Sua non è una giustizia da “guanti bianchi”, ma è violenta e inesorabile, senza appello. Un contadino di Atella è preso con un po’ di pane, magari per ignoranza l’aveva portato con sé come aveva sempre fatto, viene catturato, trasportato in paese, impiccato pubblicamente, bruciato e le sue ceneri sparse nel contado. Manhés doveva atterrire le popolazioni e toglierle ogni velleità di collaborazione con i briganti.

Nel marzo 1811 Manhés arriva a Serra San Bruno, ove i briganti avevano ucciso il sindaco filofrancese. Non perde tempo il generale, raduna il popolo e dice:

Io vi condanno d’ora innanzi a non far più parte della società umana; voi siete ferocissime bestie che non osservate nessuna legge. […] Io vi tolgo i conforti, le speranze della legge divina, e vi bandisco fuori della legge umana. Ordino la vostra esclusione dall’autorità ecclesiastica e dalla temporale. Ordino che tutte le chiese di Serra sieno chiuse, che tutt’i preti, giovani o vecchi, sani o infermi, senza eccettuarne pur uno, sieno tradotti in Maida, e quivi in eterno messi nelle carceri. Ordino che i comuni vicini facciano sollecita guardia intorno ai loro territori, impediscano e contendano l’entrata a tutti i nativi di Serra, faccian fuoco addosso a quelli di voi che vi si volessero accostare, faccian fuoco come sopra animali presi da idrofobia. Voi vecchi, miseri a voi! Tra poco scenderete sotterra senz’alcuna delle dolci consolazioni che offre la religione. Voi non otterrete alcuno de’ sacramenti che assicurano nell’altro mondo una vita eterna di felicità; voi morrete come reprobi destinati alle fiamme dell’inferno. Voi giovani, avete mogli che v’idolatrano, che portano ne’ loro seni quelli che speravate formerebbero la gioia e la felicità delle vostre famiglie: lasciate questa speranza. I vostri figli verranno alla luce senza la rigenerazione nelle acque salutari del battesimo che dovevano aprir loro le porte del paradiso. Vivrete come avete vivuto [sic], come avete voluto vivere finora, senza legge, senza umanità; vivrete come i lupi delle vostre foreste.   Voi donne, genererete figli che vi saranno aspidi. Essi ritrovandosi dal giorno che nacquero fuori dalla religione, vi domanderanno: perché non ci strozzaste nella culla, quando dovevamo crescere senza battesimo? E vi malediranno finché loro basterà la vita, e vi malediranno i figli de’ vostri figli e vi pregheranno i più crudeli tormenti da Dio.

La feroce repressione del Manhés fu una guerra anticontadina sostenuta dagli agrari meridionali.

Manhés fece scuola e quando arrivarono i piemontesi, usarono gli stessi metodi per “pacificare” la colonia meridionale. Fumel fu un macellaio terribile, secondo solo a Manhés, Pallavicini un delinquente in divisa. Se tutto ciò fosse successo oggi, Fumel, Pallavicini, Vittorio Emanuele II, Cialdini, Negri sarebbero processati dalla Corte Penale dell’Aja per crimini di guerra.

La rivolta legittimista borbonica, viene, con onestà intellettuale, confinata nei primi due, tre anni dopo l’annessione al Piemonte del Meridione d’Italia, quello che è venuto dopo perde la finalità politica ed è guerra di disperati. Lo esemplifica molto bene nei versi di una sua canzone Eugenio Bennato quando dice: “Nun ce ne fotte d’o re Burbone, ma  ‘a terra è ‘a nostra e nun s’adda tuccà”.

Nel Mezzogiorno, ad imitazione del grande Manhés, si sperimenta una presenza militare a cui è delegato il governo del territorio, mediante leggi straordinarie, stati d’assedio e tribunali militari.

I militari diventano dei giustizieri violenti, si può morire semplicemente per aver fatto cadere il ritratto di Vittorio Emanuele.

Secondo i militari, l’Italia meridionale doveva essere sottomessa con ogni mezzo, e la stretta legalità era solo un intoppo. Per i militari dunque, la legge diventa un orpello, anzi un freno alla repressione, per un Cialdini, Pallavicini, Fumel, Negri, le popolazioni meridionali, più simili alle scimmie che agli esseri umani dovevano essere terrorizzate, mediante stragi, paesi e case bruciati. Ai militari e alle loro infamie darà man forte il Governo, mai nessuno dei militari che compiranno tali nefandezze verrà mai punito, anzi a costoro dedicheremo strade e piazze. San Bartolomeo non fa eccezione con una tristissima via Nino Bixio.

Pietro Fumel

La convinzione delle elite dominanti in quel periodo era che non si doveva perder tempo a fare prigionieri, lo scrive il generale Della Rocca, lo stesso Minghetti futuro Primo Ministro scrivendo a Cavour afferma convinto che un po’ di brutalità non può che far bene al popolo meridionale, anzi la considera una salutare medicina.

Inutile illudersi sulla bontà del pensiero liberale dei nuovi padroni, loro vogliono semplicemente un Piemonte allargato e non una Nazione italiana, questo errore di impostazione lo pagheremo ancora ai nostri giorni.

La repressione non fu solo dovuta al ceto dirigente militare che venne dal nord, ma le peggiori nefandezze furono dovute alla classe agraria meridionale che per proteggere le briciole che gli avrebbero lasciato i piemontesi, si scagliano contro i propri conterranei. La peggiore legge repressiva che mai vide luce in Italia fino alle leggi razziali fu opera di un meridionale contro altri meridionali, quel Giuseppe Pica sulla cui tomba mi piacerebbe non versare lacrime, ma altri liquidi corporei.

Chi lo nega è in malafede, ma negli anni postunitari, il Meridione è stato teatro di una guerra militare, di una guerra civile sanguinaria, eppure lo Stato nascente non ha mai messo la stessa spietata forza nel combattere le mafie che proprio in quel periodo, viste le contiguità con lo Stato, cominciavano a prosperare. Per loro lo Stato ha teorizzato la coabitazione. Ed è chiaro che briganti e mafiosi sono due cose diverse e fuorviante è chi vede nel brigantaggio il germe delle mafie. I mafiosi erano a Reggio Calabria, i briganti no, i mafiosi non erano in Puglia, Basilicata e Abruzzo, terre di briganti, ma sono fortemente presenti a Napoli, ove i briganti sono totalmente assenti. In Sicilia briganti non hanno avuto cittadinanza, la mafia si. Anzi lo Stato in Sicilia avallò la formazione di squadre armate che dovevano combattere i “briganti”, contadini poveri che chiedevano un po’ di terra, nonostante Bixio a suon di scoppiettate avesse fatto capir loro che non c’era trippa per gatti.

I luoghi delle lotte contadine sono gli stessi dei briganti. Quelli dei mafiosi no.

In questi secoli, ogni volta che il brigantaggio veniva dichiarato sconfitto, a distanza di pochi decenni puntualmente rinasceva, nessuno ha mai pensato a eliminarne le cause.

Nel dopo unità non rinacque, perché furono aperte le valvole dell’emigrazione. Le bocche da sfamare diminuirono, le rimesse dei meridionali fecero ancora più grande il Nord e le tensioni sociali diminuirono.

Si preferì abbandonare il campo, troppo sangue era stato versato per niente.