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La lentezza è la costante. A volte si intona qualche canzone. Per la prima volta ci si concentra sul corpo. Ogni singolo avviso. Lo senti. Il piede come appoggia. Le spalle e lo sfregamento dello zaino. Lo zaino sarà la nostra casa per qualche giorno. Abbiamo lasciato la periferia alle spalle. Il paesaggio è diventato più morbido e verde tra le piantagioni di mais. Ascolti i suoni: i grilli, tantissimi, il vento che sposta le foglie. E si incontrano altri pellegrini. La maggior parte camminano da soli. Noi abbiamo lasciato gli amici, i parenti a casa, e abbiamo chi ci ha chiesto pensieri, una preghiera, un messaggio. Ci sono molti motivi per mettersi in cammino, sul Cammino di Santiago, forse, possono essere di più.

Da un lato, c’è la voglia di arrivare e la curiosità di Santiago, dall’altro, il dover essere concentrati e organizzati sulla singola tappa, e su sé stessi, porta necessariamente ad aver voglia di godersi ogni singolo momento e di essere aperti alle cose belle e alle persone. Si impara ad allenare il corpo e la mente, a elaborare gli eventi e i dispiaceri.

Alla sera, mentre ci si organizza per il giorno dopo, pensiamo che in fondo il cammino è scandito da tempi, dal sonno, dal cammino stesso, dal cibo, dal tempo della mente e di quello aperto alle persone, dalla preghiera o meditazione. Ama prega/medita sogna e viaggia. L’idea di poter arrivare, con i nostri tempi, con le nostre pause, con la disponibilità all’altro, la dice lunga sulla metafora della vita e del sacrificio, sia per i credenti, e per chi non lo è. E discutendone con la compagna di viaggio, cercare di portare l’esperienza nel quotidiano, anche con gesti e segni impercettibili in un primo momento a noi stessi, se non ci farà cambiare, consentirà di evolversi ed emanciparsi. E a fare scelte, lasciando andare laddove necessario.

Non mancano le occasioni per canticchiare, sorridere, ridere di noi, sui nostri limiti e virtù, sulla bellezza del qui ed ora, e … anche a Santiago abbiamo portato un po’ di SBiG!

Marina