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PILLOLE DI STORIA ANTICA – 4) La badia di San Bartolomeo in

Galdo. Abati commendatari. Giurisdizione civile e giurisdizione criminale, dal 1506 al 1615

«Abbatia Sancti Bartholomei»: dal 1506 questa è la nuova titolazione in luogo della Badia di Sancta Maria de Gualdo in Mazzocca, dopo la cessione di buona parte dei beni ai Canonici Regolari del S. Salvatore dell’ordine di S. Agostino, compresa la chiesa e il monastero di Mazzocca, in modo da creare un loro priorato che continuerà, però, a chiamarsi monastero di Santa Maria o di San Giovanni in Gualdo. Questa doppia titolazione creò una grande confusione: spesso, negli stessi documenti ufficiali, gli abati commendatari successivi verranno indicati ancora quali titolari della badia in origine e non della badia di San Bartolomeo in Galdo; così anche nei documenti relativi all’amministrazione della giustizia criminale. In merito, così si esprime Fiorangelo Morrone: «Si tratterà di una badia (quella di San Bartolomeo in Galdo, ndr), senza alcuna comunità ecclesiastica e senza una chiesa propria. L’abate commendatario sarà un mero feudatario ecclesiastico, con i due feudi di San Bartolomeo e Foiano, che amministrerà per mezzo di un governatore, il quale eserciterà anche la giurisdizione delle cause civili di prima istanza, come del resto era avvenuto già in precedenza, fin dall’inizio della Commenda. Le terre saranno date in fitto per un estaglio annuo».   

Abbiamo lasciato, agli inizi del secolo XVI, Alfonso Carafa nelle vesti di ultimo abate commendatario della badia di Santa Maria del Gualdo in Mazzocca; lo ritroviamo nell’anno 1513, come primo abate commendatario della nuova badia di San Bartolomeo in Galdo (Abbatia Sancti Bartholomei) che, come già sappiamo, comprendeva due soli feudi: San Bartolomeo in Galdo (con i territori di Ripa, Castelmagno, Sant’Angelo) e Foiano di Valfortore. Rimase in carica fino al 17 giugno 1534, giorno della sua morte. Nel 1531 aveva donato in demanio agli abitanti della badia un grosso latifondo (detto “li valluncelli”)  dell’estensione di oltre 4.000 moggia (o tomoli, ndr) da riservare esclusivamente al pascolo del bestiame, con l’assoluto divieto di coltivazione:  «… lo quale territorio ex nunc in antea s’intenda terra in demanio  per la comodità de le bestiame de detta terra, che nullatenus se nce naia da coltivare», e con il consequenziale annullamento di ogni eventuale diversa normativa precedente, dal momento «… et questo perché la Iustitia permette che la utilità generale sempre se deva perponere alla particulare», così dal capitolo 79 degli Statuti del castro di San Bartolomeo in Galdo, riportato (su un “liber” in pergamena) dal notaio Antonio de Elisariis il 19 ottobre 1531, come ultima concessione del patriarca Alfonso Carafa relativa ai suddetti “valluncelli”. Infatti, nell’apografo del 1788, al termine dell’ultimo capitolo degli Statuti che riguarda appunto tale donazione, si legge: «Ego qui supra notarius Antonius de Elisariis Cancellarius de mandato predicti reverendissimi domini presentem Capitulum cum assistentia predictorum testium cripsi et subscripsi manu propria» («Io qui sopra notaio Antonio de Elisariis cancelliere su mandato del predetto reverendissimo signore ho scritto il presente capitolo con l’assistenza dei predetti testimoni e ho scritto di propria mano»).

Ferrante Gonzaga – Abate commendatario

Durante la commenda di Alfonso Carafa, la giurisdizione criminale delle terre della badia fu esercitata prima dal padre Alberico (in possesso come già detto dal 1478), quindi dal fratello Giovan Francesco nel 1522, poi dal nipote Alberico II il ribelle. Nel 1532 subentrò per un solo anno don Ferrante Gonzaga (ebbe i beni dal re Carlo V): l’anno successivo (1533) rinunciò a favore di un altro nipote di nome Vincenzo Carafa, fratello di Alberico e futuro signore di Baselice, di Cercemaggiore, di Volturara ecc. Dopo la morte avvenuta il 17 giugno 1534, la giurisdizione criminale –come già accennato ­– verrà venduta dall’uno all’altro, con il solo consenso del viceré spagnolo. Così Vincenzo Carafa nel 1570 la vendette a Francesco d’Aquino e questi nel 1573 a Scipione Carafa, conte di Morcone, il quale, a sua volta, nel 1592 la vendette a Ottavio Barone. Da costui nel 1595 la giurisdizione passò nelle mani di Giovan Battista Caracciolo, marchese di Volturara, che nel 1602 acquisterà dalla Regia Corte per 3.600 ducati anche la giurisdizione delle seconde cause civili, criminali e miste su tutte le terre dell’ex badia.

Successivamente entrerà in campo il cardinale Pompeo Arrigoni che, a dire di alcuni storici, ebbe a rivestire tra le altre cose anche la carica di abate commendatario della nostra badia. E qui, al cospetto di tale nome, onde evitare confusione e malintesi, ci fermiamo per riprendere il racconto dal 17 giugno 1534 (data in cui ebbe fine la vita del patriarca Alfonso Carafa) fino a quando ritroveremo ancora il nome del citato cardinale Arrigoni. Per cui ora la domanda nasce spontanea: chi subentrò alla morte del patriarca Alfonso Carafa? Stando ai documenti, furono i pronipoti Girolamo Alfonso e Federico, tutti e tre figli di Vincenzo Carafa (fratello del proprio padre Alberico); quindi Oliviero figlio di Girolamo.  All’abate Girolamo sarebbe succeduto il fratello Alfonso e, ancor vivente Alfonso, fu creato abate anche il fratello Federico nel 1567. Morto il fratello Alfonso, Federico continuò a reggere la badia fin oltre il 1590. Alla morte di quest’ultimo, avvenuta il 6 maggio del 1595, prese possesso della badia – con bolla di papa Clemente VIII – il signore di Cercemaggiore, Oliviero Carafa, figlio di Girolamo (fratello degli abati Alfonso e Federico), quindi nipote di Federico e di Alfonso («nepos ex fratre germano»). Con la morte dell’ultimo abate Oliviero Carafa avvenuta nel 1598 (in Atti del notar Giandomenico Albanese del 1598, f. 44, si legge: «… monasterio sancte Marie  in Mazzocca alias de Galdo, ordinis S. Benedicti Beneventane Diocesis vacante per obitum quondam Oliverij Carafe…») ebbe termine  la dinastia dei “Carafa della Stadera” (conti di Montorio, Cerreto e Airola, marchesi di Montenero, duchi di Castelnuovo, marchesi di San Lucido e di Jelsi, duchi di Ariano e duchi di Cercemaggiore) durata oltre un secolo (120 anni, più esattamente), iniziata nel lontano 1478 dal  “Patrizio Napoletano” Alberico Carafa primo Conte di Marigliano. Chi fu il successore del defunto abate Oliviero Carafa? Ecco che cosa scrive Fiorangelo Morrone: «Prese il suo posto, con lettere apostoliche dello stesso papa Clemente VIII, il cardinale Pompeo Arrigoni di S. Balbina, futuro arcivescovo di Benevento».

Vi sarete accorti che cito per la seconda volta il nome di Pompeo Arrigoni. Per la sua elevata caratura, tale personaggio merita una particolare attenzione, per cui, prima di proseguire nel racconto della nostra storia, è d’obbligo riportare la sua biografia, scritta da Gaspare de Caro per il Dizionario biografico degli italiani della Treccani (quarto volume, 1962): «Pompeo Arrigoni nacque a Roma da Giovanni Giacomo. La data della sua nascita è con ogni probabilità il 2 marzo 1552, anche se un documento contemporaneo della corte di Madrid la fa risalire al 1548, il Moroni al 1541 e lo Spampanato addirittura al 1532. Studiò a Perugia, Bologna e Padova: nello Studio di quest’ultima città si addottorò in diritto civile e canonico. Tornato a Roma, esercitò a lungo l’avvocatura ordinaria. Nel 1584 ottenne dal papa Gregorio VIII la nomina ad avvocato concistoriale. Uditore della Sacra Rota nel 1590.

Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant’Uffizio)

La grande competenza giuridica e la finezza diplomatica fecero presto dell’Arrigoni una delle personalità di maggior rilievo. Clemente VIII lo ebbe tra i suoi più ascoltati consiglieri e nel giugno 1596 lo nominò cardinale del titolo diaconale di S. Maria in Aquiro, mutato poi in quello di S. Balbina il 24 gennaio 1597. Lo stesso pontefice ammise l’Arrigoni nella Congregazione del Sant’Officiò e gli affidò delicatissimi incarichi: nel 1598 si fece accompagnare da lui nel viaggio fatto a Ferrara per prendere possesso della città devoluta alla S. Sede; lo elesse l’anno successivo nella commissione per l’annullamento del matrimonio  del re di Francia Enrico IV con Margherita di Valois; nel 1601 volle la sua assistenza nella difficile questione dottrinale sollevata dall’opera del Molina e nel 1604 lo incaricò di presiedere al capitolo romano dei teatini per l’elezione del nuovo generale dell’Ordine. Leone XI lo volle tra suoi più vicini collaboratori e gli affidò la Dataria, che resse come prefetto, e successivamente come pro datario (21 maggio 1605). Nel conclave seguito alla morte di Leone XI la candidatura dell’Arrigoni fu sino alla fine contrapposta a quella del cardinale Camillo Borghese; ma allorché questi fu eletto conservò all’Arrigoni la fiducia che per lui avevano avuto i precedenti pontefici. Quando, nel 1607, per l’aggravarsi dei contrasti teologi tra gesuiti e domenicani, la controversia sulla grazia si impose nuovamente all’attenzione del pontefice, questi chiamò a far parte del ristretto gruppo di cardinali dai quali volle essere assistito in quell’occasione anche l’Arrigoni, che propose a Paolo V una posizione il più possibile cauta, sconsigliando la proibizione dell’opera  del Molina, opponendosi alla formulazione di troppe rigide proposizioni teologiche, che avrebbero provocato una ripresa della polemica protestante, e chiedendo un nuovo esame del problema. Sul finire del 1607, per dissensi sulla cui natura non si hanno notizie, cadde in disgrazia del pontefice, il quale lo privò della carica di datario, e lo allontanò da Roma, incaricandolo di reggere l’arcivescovato di Benevento, al quale era già stato destinato il 7 febbraio 1607. Da allora si dedicò quasi esclusivamente alla sua diocesi, pur partecipando talvolta ai lavori delle Congregazioni di cui faceva parte».

Dopo questa doverosa parentesi, proseguiamo con il nostro racconto.

Eravamo rimasti al 1598, alla morte dell’abate Oliviero Carafa; dagli storici abbiamo appreso che il cardinale Pompeo Arrigoni prese il suo posto. Mi domando: poteva un personaggio di questo profilo partecipare alla vita della nostra comunità in qualità di abate commendatario? Dubitare è lecito. Che cosa vuol dire, poi, prendere il posto? Questo grande prelato capitò anche una sola volta a San Bartolomeo in Galdo? Non credo proprio… E questa convinzione non può non uscire rafforzata dalla lettura della biografia appena riportata. A mio avviso, è evidente che la badia di San Bartolomeo in Galdo non ebbe mai l’onore di ricevere anche una sola sua visita, almeno fino al 1607. Magari sì, dopo questa data, visto che verso la fine di quest’anno fu allontanato da Roma e spedito in quel di Benevento rimanendovi per 9 anni, sino al giorno della sua morte. D’altra parte – come accennato in precedenza – bisogna tenere presente che a quei tempi, a nomina avvenuta, non essendo obbligati a risiedere nel luogo, gli abati commendatari se ne stavano per lo più lontani dalla badia: ne godevano le vistose rendite e ne affidavano l’amministrazione a dei governatori senza preoccuparsi troppo del culto divino, anche grazie alla protezione di «papi, re e imperatori» a cui si faceva riferimento più sopra (ricordiamo che l’Arrigoni “prese il posto” con lettere apostoliche di papa Clemente VIII).

Ma ripartiamo dai primi anni del Seicento, lì dove abbiamo lasciato il marchese Giovan Battista Caracciolo alle prese con la giurisdizione criminale e la giurisdizione delle seconde cause civili, criminali e miste su tutte le terre dell’ex badia. Siamo al 1607: che cosa fece il nostro cardinale Arrigoni appena arrivato a Benevento? Mandò in avanscopertaun certo Annibale Spina, riempiendolo di soldi: si parla di 21.500 ducati (in base a una legge del 24 agosto 1862, i1 ducato napoletano fu equiparato alla nuova lira italiana con un cambio a 4,25; quindi, quei 21.500 ducati avrebbero avuto un valore di 91.375 di lire  italiane, ndr). Con queste migliaia di ducati, Spina acquistò tutto quanto era di proprietà del marchese. E poiché l’acquisto fu fatto con denaro dell’Arrigoni, prima di questo atto l’acquirente obbligò tutto a favore del cardinale e si impegnò a vendere, «dare in solutum» o trasferire sotto qualsiasi titolo le due giurisdizioni, con i beni feudali e burgensatici, agli eredi o ai successori del cardinale Arrigoni o a persona da lui nominata. Pertanto, Annibale Spina costituì l’Arrigoni suo vicario e procuratore irrevocabile, con podestà di vendere, trasferire a chi volesse le dette giurisdizioni. Questo atto, così detto di “ricognizione”, ebbe l’assenso del viceré, fu presentato alla R. Camera della Sommaria e registrato nei Quinternioni. (Fonte Cf. A.S.N., Cedolari, vol. 33, f. 4 vol. 35, ff. 4, 317, 320). La solita protezione di «papi, re e imperatori», insomma. Infine, il 29 maggio 1615 il cardinale Arrigoni, che precedentemente aveva fatto venire a Benevento i padri della Compagnia di Gesù, cedette tutto a beneficio del collegio da essi istituito in città.  Pertanto, di fatto, da tale data tutto passò ai Padri Gesuiti del Venerabile Collegio del Gesù Nuovo di Benevento, anche se di nome amministrato dai laici di volta in volta nominati dagli stessi Padri. Un anno dopo (il 4 aprile 1616) Pompeo Arrigoni morì a Torre del Greco. Il suo corpo su seppellito a Benevento nella cattedrale metropolitana di Santa Maria de Episcopio.

Papa Paolo V

Nota Bene Abbiamo appreso dalla sua biografia che il cardinale Arrigoni, per motivi sconosciuti, fu allontanato da Roma da Paolo V e inviato a Benevento; e che il prelato faceva parte della commissione dei cardinali creata dallo stesso Papa per gestire la controversia tra Gesuiti e Domenicani. Ora, alla luce di quanto accaduto il 29 maggio 1615 (arrivo a Benevento dei Padri Gesuiti e successiva donazione dei beni a essi), sorge il sospetto che il cardinale fu allontanato da Roma perché il pontefice sospettava che l’Arrigoni parteggiasse per i Gesuiti… Una semplice supposizione?

  • Foto di Roberta D’Onofrio, Rete